Camerino celebra Ugo Betti
a 130 anni dalla nascita
LE CELEBRAZIONI in città, torna quest’anno il premio letterario a lui intitolato e presentato lo scorso settembre
Camerino celebra uno dei suoi figli più illustri. Il 4 febbraio 1892 nasceva, infatti, nella città ducale, il poeta e drammaturgo Ugo Betti. Proprio per rendergli omaggio, torna quest’anno il premio letterario a lui intitolato e presentato lo scorso settembre. Sarà la 18esima edizione che vedrà le premiazioni il 9 e il 10 giugno quale culmine di un lungo percorso animato da diversi eventi e il coinvolgimento delle scuole. Tra le iniziative che precederanno il Premio si prevedono la rappresentazione a Camerino del dramma «Corruzione a Palazzo di giustizia», portato in scena dalla compagnia teatrale «Piccola Ribalta» di Civitanova; l’organizzazione, in primavera, di uno o più «itinerari bettiani» nel centro storico di Camerino e nella campagna camerte, in particolare nei pressi della tenuta di Camorsciano (ovvero di quel che resta di essa). Nell’autunno del 2022 sarà celebrato il centenario della pubblicazione della raccolta di poesie «Il re pensieroso», scritte da Ugo Betti in gran parte nel periodo della prigionia (1917-1919) a Celle Lager (Hannover), durante la Prima guerra mondiale. La manifestazione pubblica prevederà un’introduzione storico-critica e la recita di poesie tratte dal libro. Ha ripreso il suo lavoro anche il rinnovato Centro studi teatrali e letterari «Ugo Betti» intendendo rinnovare una tradizione che ha visto in passato il coinvolgimento fattivo delle scuole nel promuovere la conoscenza dell’opera “bettiana”. Ugo Betti morì a 61 anni, in una clinica romana, dove si ricoverò negli ultimi giorni di una malattia incurabile. Nel 1963 nacque il Premio Betti per iniziativa dell’Azienda autonoma di soggiorno e turismo, presieduta dal prof. Domenico Cavallaro.

Il bene d’aver avuto un amico così…
O Betti, o Betti, o Betti, oggi ho deciso di farla finita con te, col nostro silenzio mortifero e urticante! Forse è stato sempre il tuo piede sinistro, che pur ho dovuto adorare e baciare inchinandomi tre volte nel tempo felice della baracca 15 (numero a me sacro da allora), non la tua mano a vergare gli autografi miserelli, secondo te adeguati alla mia cagna e lurida vita. O artigliere, divenuto uomo di legge, hai smesso i panni grigioverdi per indossare toghe autorevoli, ma non hai perso l’antica, crudele, sobrietà dei gesti e delle parole! Ora che siamo entrambi divenuti civili, l’inciviltà delle tue sintesi sprezzanti, con cui pure a lungo ho tirato innanz risvegliandomi dal torpore delle attese vane, sazio di poco, è arrivata alfine al capolinea. Per me, finora, solo lo sgarbo di un saluto frettoloso, per me solo lo sgorbio laconico di una firma, di recente adorna di quella della tua gentile signora, troppo giovane rispetto a te e destinata, lo so lo so lo so, ad una sciagurata esistenza di disattenzioni coniugali, tu essendo impenitente puttaniere e avventuriero assatanato verso ogni gonnella. La tratterai allo stesso modo fellone con cui non hai risposto alle mie offerte di confidenza intima, in quanto per te le donne rappresentano la vera prigionia della tua vita. Mon coeur mis à nu non meritava altro che banali cartoline senza alcun impegno della lingua italiana che ci fornirebbe invece varie soluzioni sintattiche, non ridotte alla inanità dei «ciao», parafrasi del nulla su tutti noi sospeso quale finale guiderdone! Dimentichi quanto ho fatto per le tue malinconiche strofe di un Re ormai non più pensieroso, dove ho scomodato persino il Bardo e Leopardi e Michelangelo per il tuo «simbolismo realistico», o per la tua Padrona di un palcoscenico certo un po’ passatista (diciamola tutta a questo punto). Ignori quanto ho cercato di valorizzare le tue fatiche letterarie di qua e di là dell’Océano immenso, coi miei strumenti ancora acerbi e con un nome mimetizzato dietro il lavoro dell’ingegnere, nella tema dei bocconi asciutti? Quando però ho scoperto, fuori da una bassa finestretta, che scrivevi versi nella baracca-brodaglia, seduto in una panca, appoggiato alla tavolaccia, gli occhi mi si sono accesi di un lume speranzoso, e in bocca mi tremava una voce screziata di armonia. Sono così riuscito a strapparti la confessione, quasi impossessandomi di te. E un giorno mi hai trascinato fuori, nel cielo alto, là dove si profilava la solitudine della brughiera, per mormorarmi le espressioni calde calde, appena uscite dal tuo sentire idillico e malinconico. Solidale ai tuoi strazi ben celati in camerata, sono arrivato persino a definire la tua scrittura «inarrivabilmente perfetta ed aerea», troppo delicata per gli orecchi del tempo, anche se adatta a fanciulli e ragazze. In compenso Tecchi, mio compagno spesso nella smania deambulatoria, oppure sprofondato nei suoi dizionari di todesco, riscuoteva maggior fiducia in quanto considerato collega in arte. Perché in quel tempo e poi nei successivi annazzi vigliacchi ho trascurato almeno ufficialmente le più o meno belle litterae per il terrore di finire in soffitta, e davanti avevo la medusa delle scarpe rotte, il pane presso la fontana, la rinuncia agli spaghetti colle vongole e alle fragole al marsala. Sì, tutto per un doppio manzo a lesso, per la minestra al giorno da defecare poche ore dopo. In una delle mie ultime missive, oltre un anno fa, ti ho pure sceneggiato la mia sepoltura e la mia uscita dal mondo tra rare e solo parentali piangiutine ai bordi, senza che tu cogliessi dietro la metafora buffonesca una mai sopita voglia di farla finita, di lasciarmi andar giù per la scarpata, che il tuo silenzio iattante ha non poco contribuito a coltivare. Ti ho persino prospettato la presenza di una rivoltella nel mio bagaglio, e ti ho anche elencato i treni, il quarto piano, i fiammiferi, la «tintura di odio», quali sistemi funzionali per interrompere la recita. Ma soprattutto mi rode la vergogna eterna di aver prostituito il più fondo dolore con te, associando alla tua figura quella che avrei dovuto tenere ben isolata nel mio firmamento, il mio Enrico-novello Icaro, la nera stella che da tanti anni giace nel buio della terra, la mia tragica fratellanza, la parte migliore di me, che smorendo mi ha distrutto i nervi e i sensi tutti. Sono venuto anche a omaggiarvi, te e la fanciulla, nella vostra dimora romana di via Valadier, portandovi un mazzo di gardenie immacolate. Un vero inferno, specie quando mi hai gelidamente riaccompagnato alla fermata dell’autobus, e io non sapevo se augurarmi che il mezzo tardasse ad arrivare o fosse sollecito, perché noi ormai non si comunicava più e c’erano sbuffi e occhiate oblique verso la svolta della strada, a spiare l’arrivo del mezzo sferragliante. Sì che parevo l’aedo delle Odi barbare, alla stazione in un mattino d’autunno, all’avvento dell’empio mostro. E poi l’empio mostro m’ha trascinato per li castelli, mentre ero certo che non avrei più rivisto la tua fronte spaziosa, i capelli trattenuti in alto dai pervicaci colpi di spazzola, il tuo calmo sorriso, le labbra carnose ma sottili nella piega aggressiva, la sagoma slanciata e pallida, l’apollinea signorilità che ti scendeva dalle colline eternate dal Piero pittore. Mai più, dunque. Mai più. E intanto, da qualche parte, un violino frinfrinava per l’aere, piagandomi lo core. E mi consolavo pensando alla rapidità del nostro trapasso, e alla rapida consunzione di ogni gioia, sommersa presto dalla cognizione del male infinito che ne circonda. Oh, se al contrario si potesse tornare indietro, e torcere Saturno forzandolo a girarsi, verso i mesi della nostra gaudiosa prigionia, quando nel campo alamanno di Celle, serviti dai nostri giovanissimi e deferenti soldatini, dal corpo sporco e dal cuore netto, mancava tutto e avevamo tutto, noi tre magari coi piedi in guazzetto. Perché Betti, nonostante tutto, anche ora i’ vorrei che tu, Tecchi ed io fossimo messi in un vasel…! Certe sere, a osservare le povere ombre ravvolte nei tetri mantelli allontanarsi dalle finestrette delle baracche illuminate, per recarsi colla scodella in mano verso il povero refettorio, gustavo la desolata vuotaggine del mio essere. Eppure, quell’immagine ancor oggi mi esalta e darei la vita per rivivere quell’esilio. Quando il malessere oscuro non si era ancora fatto crosta e catrame in me, e l’animo non m’era divenuto tanto rognoso, stizzoso e cattivello, e non mi stavo scompaginando moralmente, e potevo augurarmi nel futuro assieme a voi giorni migliori, senza annusare in giro odore di turpedine e di una fine precoce! Quando albergavo sogni di bellezze dolomitiche, di selve, di sole. Quando anche i tuoi dispetti goliardici erano pioggia primaverile sulle mie invernali erbacce a pulirmi la caligine. Ricordi, Betti? Dai compagni di prigionia mi lasciavo dare, nonostante la spasimante vanità, del «maiale», del «demonio» in una sana e santa fraternità, se non ero lesto la mattina a disfarmi la barba. Mi gridavano anche che parevo uno dei ladroni di Nostro Signore mentre mi lanciavano addosso le loro mannagge cupe durante la mia spumante epopea. E sì che abbiamo dormito assieme, io e te, dopo, nel rientro verso la patria agognata, come a Vesoul, in terra sopra una coperta, pigiati nel sudore concimante. Ma a Worms, dove disponevamo di due camere e di due morbidi letti, e c’era pure Terzi, ho preferito passare con lui la notte, e ti ho ceduta l’altra stanza, perché in fondo eri di un anno più vecchio di noi, e poi si era troppo omaggiato Bacco con buone bottiglie ed ero un po’ confuso. Mi accusavi di reagire a sproposito, di non aver tatto, di essere sopravvalutato dagli altri. Nonostante ciò, ti ho eletto mio padrino, durante il grottesco diverbio col Signor Staroni, il Don Pedro romano de Roma, guardaportone e mercatante indomenicato, quello che mi aveva definito «pretaccio» e «gesuita», per la compravendita del berretto grigioverde. Il calvo giovanotto aveva messo in dubbio le mie virtù di combattente, io che ero sprofondato nella melma del Carso, strappandomi l’animo a lasciare i miei alpini, trasandati e dormiglioni, ma sempre generosi e impetuosi nel cimento. Avevo scelto la pistola, non conoscendo la scherma e non sapevo se desideravo l’accomodamento che poi c’è stato o lo scontro con mio ferimento e magari anche altro, così che tu scoprivi all’improvviso il mio valore, al di là delle bizze, degli scherzi, e delle trivialate da ragazzo in cui mi lasciavo sorprendere apposta per nascondere le mie buone qualità. C’è stata, però, una tua letterina più lunga dei «ciao» dimessi, quando mi hai rinfacciato una prolungata pausa nelle mie esternazioni cartacee (che m’è servita da apprendistato alla scrittura: di questo ti devo essere riconoscente). In quella sosta, vedevi il rischio che si spezzasse la corda della nostra amitié. Ma in quei vuoti sepolcrali, te lo posso ben confessare, covavo il mio spossante rancore verso di te, e mi ripromettevo di chiudere questo copione in cui mi hai assegnato la parte del mendico sofeghino (onanismo di prigionia lo chiamavi colla tua sprezzatura abituale), a te riservando quella del grand seigneur annoiato dalla mia pressione epistolare. Lo faccio ora, perché questa è l’ultima volta che ti importuno, o mio ingiusto giudice. Non mi serve più fuggire in Argentina per mettere il gran mare tra noi, io randagio tu felicemente accasato, né il liquido abisso per smemorarmi di te. Ti annullo dentro di me e faccio finalmente ordine nella febbre che mi arrovella sempre. E vado oltre, perché ho deciso di cancellare le tracce delle tue ridicolose risposte, i segni del tuo parsimonioso contributo ai nostri carteggi, tanto sghembi e asimmetrici. Tu ora non esisti più, nemmeno nella dedica incisa nella prima pagina del tuo libercolo, che ho strappato con calmo furore. Non è un ossimoro stilistico, questo, non è una mera figura retorica, che di continuo mi sollecitavi a espungere dal mio vocabolario, ma la radiografia precisa, scientifica del mio stato interiore (sono uno scienziato della meccanica e dell’elettrotecnica in fondo, dato che addosso mi ritrovo pur sempre la sifilide di questa laurea). The rest is silence, questo il mio inesorabile motto. Mentre scrivo con una mano, coll’altra sto bruciando i tuoi rari e distratti messaggi. Tanto, te lo annuncio con solenne promessa, tutto questo guazzabuglio verrà inciso in un’opera che canterà la nostra avventura. E nondimeno, l’Ingegnere è ben frale, se in questo stesso momento trema ancora ad una rimembranza felice e rapinosa. Sì, Betti, quando mi hai proposto, durante il rientro nella nostra Italia, di seguirti dalle signorine, nella casetta rossa, dove mi avresti insegnato a svaporare lo scoramento tristanzuolo negli amori mercenari, da te tanto praticati fin dalla età tenerella. Mi facevi intendere che dopo avremmo avuto una grappa amica per ritemprarci e ricaricarci le membra. E io per viltà, per trattenermi intatte le mie voglie, ho fatto il gran rifiuto, come il pavido pontefice. Perché non tolleravo la sguaiataggine e l’aria appestata e baraondesca di quei bisunti milieux, e per di più pensavo alla purità di mia sorella Clara che avrei offeso seguendoti nel girone dei lussuriosi. Ero indietro di cottura, in quel senso. Ma ho sempre invidiato la tua invitta salute che pare tenere lontana ogni minaccia di malattia, la forza vigile e serena dei tuoi muscoli, quando nella baracca accennavi, nella truculenza allegra di un ginnasta esibizionista, passi di lotta che mi strappavano la pace. Mi eri superiore in tutto, negli scacchi e nelle relazioni tra giovani uomini. Ti scrivevo di dirmi tutto quello che facevi e pensavi e creavi, e ti nominavo «carissimo». No, meglio, molto meglio la fame e il freddo e le cimici, e i fiati avvilenti della camerata perché almeno lì si stava vicino e non c’era il postino, il magico messaggero, a farmi sognare, sperando tu non fossi sempre così avaro all’eccesso nelle risposte. Ma non dovevo, data la contiguità forzata della baracca, lisciarti, accarezzarti, molcirti per ricevere l’elemosina di un «arrivederci» privo del resto di valore prolettico. Ogni tanto, nelle mie lettere bagolone, mi spingevo a chiederti se avevi perso la parola, magari quando eri intento a diguazzare desiderando la donna d’altri. Ti interrogavo sui tuoi modi di trantranarti, e se in spiaggia nuotavi verso le svogliatelle. Volevo che mi descrivessi i loro costumi, che mi confidassi se mulinavi le schifosette. Cercavo di fare di te il mio Virgilio, mi vedevo galletto sotto la tua guida. E ti suggerivo anche di comporre assieme novelle pornografiche per far soldi, in cui impiegare tu l’esperienza io i matti pensieri. In Argentina, indebolito dal volo transatlantico, ho anche provato grazie alla malìa ruffiana dei tanghi ad avvicinare qualche pur necessaria cocottina, ma la mia scorta di ciabatte rendeva innocue le avances personali. Così, nel letto solitario il vecchio porconone non faceva che assaporare i profondi mormoramenti delle viuzze mal rischiarate. Il mio cervello intanto esciva dal seminato e mi veniva paura di impazzire. Ti tacciavo di asnone per provocarti. Ti ordinavo di usare la carta di maestra innamorata o di dattilografa che finge di esserlo. E subito dopo imploravo perdono per essermi reso pagliaccio ai tuoi occhi severi e ti chiamavo buono e paziente. Dalle Americhe ti ho inviato quasi un diario giornaliero sul lavoro nella fabbrica. Sì, ti davo anche i dettagli, le sconvenenti ostentazioni dei muchachos nella cartiera, o la postura della testa nell’operaio meditabondo che orinava pensoso in un angolo del cortile, tra i sacchi di cemento e le cataste di legname. Da te, in cambio, solo quelle sempiterne, maledette cartoline cogli isolati «ciao», «a presto», «tutto bene». Al massimo, qualche cenno di ricevuta. Eliminandoti, il clima attorno sarà sempre più porco e luttuoso. Mais il faut tenter de vivre, quand même. Le ragioni materiali e morali presto mi stancheranno talmente da spezzare i freni della mia macchina, e sarò ridotto a frequentare gorgonzoleschi faccendieri, o viaggiatori in cuoiami, insomma i morìammazzati di un’esistenza senza più luce. Ormai, il naufragio interiore è imminente, colla moltiplicazione esponenziale dei miei mal di ventre e dei guasti allo stomaco e delle piroette umorali. Ma devo, devo strapparti dalle mie radici. Esigevi, nei tempi della baracca, e poi nei rari incontri e nelle pezzenti cartoline, un eloquio trasparente, e tratti non aggrovigliati nel certame dialogico. Come se mi fosse stato agevole! Credo di essere riuscito in questo caso a stenebrarmi la mente e a rendere piano il mio eloquio. Questa volta son balzate fuori tutte le rane, senza più pudori o deformità stilistiche. Ma tanto il burbero ingegnere sta mutando pelle e anagrafe professionale, o mio giudice spietato. Pungolato, sfidato dalle tue petites phrases, ovvero dalle povere e semplici parole dei tuoi scritti, dove si consuma la fiamma della vita, me ne vo al largo a sollevare tutti i coperchi dei dizionari, verso la dismisura che la lontananza da te finalmente può liberare. Vedrai, vedrai, le nuove carte che ti stupiranno, e ti ingelosiranno, o mio esile poeta. Addio, dunque, senza più congedi lagrimosi, da
il tuo Gaddus.