«No ai pasti nello sgabuzzino»,
protesta per il Green pass
nelle mense di militari e polizia

I SINDACATI delle varie forze dell'ordine: «sarebbe stato opportuno dare disposizioni alle periferie su come gestire le problematiche poiché stiamo assistendo al mercatino delle occasioni perse. I lavoratori in divisa vogliono recuperate la dignità della propria funzione»
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I sindacati di varie forze dell’ordine, dalla polizia, alla Guardia di finanza, ai carabinieri lamentano la situazione che si sta vivendo nelle mense di militari e polizia dove c’è l’obbligo del green pass per poter accedere, cosa che, dicono, sta comportando situazioni «umilianti» e rifiutano il dover consumare i pasti nello sgabuzzino.

«L’obbligo del “lasciapassare”, già abusato nel mondo laico rispetto alla sua ratio applicativa è diventato anche un problema interno al mondo degli uomini in divisa del comparto sicurezza e difesa della Polizia e della Polizia Penitenziaria» esordiscono così il segretario general Adp, Gaspare Maiorana, il segretario generale nazionale Fs-Cosp, Domenico Mastrulli, il segretario generale Sim GdF, Gaetano Insinna, il segretario generale nazionale Silma, Giuseppe Seviroli, il segretario generale Anip Italia sicura, Flavio Tuzi, il segretario generale nazionale Unarma, Antonio Nicolosi, il presidente nazionale Scuso carabinieri, Cristian Belloli.

«La laconica giustificazione – continuano le sigle sindacali – fornita a suffragio di questo abominio è stata quella che se il controllore deve controllare l’applicazione della norma, è il controllore per primo che deve attenersi alla norma. Affermazione discutibile. Perché, se è vero che tutti devono rispettare le norme, senza distinzione di appartenenza a questo o a quell’ambito lavorativo, è pur vero che la stessa norma porta con sé degli accenti di differenziazione tra le diverse realtà, così come gli ospiti di un albergo. Non riusciamo a comprendere come ad esempio gli ospiti di un albergo non sono tenuti all’esibizione del “lasciapassare” per accedere al servizio di ristorazione interno e mal si comprende perché gli uomini in divisa non rientrano in una eccezione similare. Comprendiamo che le direttive del Governo hanno obbligato i dipartimenti ad inviare le circolari sull’obbligo del green pass all’interno delle mense del personale in divisa ma sarebbe stato opportuno dare disposizioni alle periferie su come gestire le problematiche poiché stiamo assistendo al “mercatino delle occasioni” e aggiungiamo “ perse” poiché le “ pezze a colori” messe in campo per permettere una fruizione ai colleghi di un pasto caldo sono fantasiose ed in spregio a qualsiasi norma di tutela della salute fisica e psicologica del lavoratore. Ecco che si vedono le scalinate della mensa in ricordo del telefilm anni 80 “I ragazzi del muretto” che diventano luogo di consumazione del pasto, oppure disposizioni di dirigenti che autorizzano a prelevare il vassoio con il pasto caldo da consumare in ufficio o ancora i gazebo – pardon “tensostrutture” – montati nel parcheggio della Questura di una città italiana, a mo’ di gita fuori porta il giorno di Pasquetta, o ancora i cofani delle autovetture a mo’ di tavolo.

Queste fantasiose soluzioni, figlie delle mancate direttive dall’alto non tengono conto dei danni incalcolabili in tema di “Stress da lavoro correlato”, “rischio biologico” solo per citare due tra i rischi più attenzionati dalla normativa 81/08. Le mense sono sotto l’egidia della disciplina della Legge 81/2008 e ove il datore di lavoro non possa garantire a tutti la fruizione in condizioni di sicurezza, deve trovare un luogo che garantisca le stesse condizioni e ovviamente con personale annesso che igienizza i tavoli e le sedie e garantisca l’idoneità come una stanza qualunque. Quanto al rischio biologico, a tutt’oggi non risulta che l’ufficio (per chi ha la fortuna di svolgere servizio burocratico) sia luogo idoneo alla consumazione del pasto per la presenza di agenti patogeni derivanti dal carteggio, dagli strumenti di lavoro e da quant’altro provenga da un ambiente destinato al lavoro e non alla pausa di ristoro. Né tantomeno si può considerare sicuro dal punto di vista batteriologico un tavolino montato sotto un gazebo in un parcheggio». Una situazione che, continuano, ha portato i colleghi «“con la stella gialla”» a sentirsi «umiliati, derisi, non ascoltati e non tutelati dall’amministrazione che servono valutato che se non c’è stato un obbligo alla vaccinazione la scelta ad oggi resta libera. E’ certo che la certificazione verde, sia uno strumento che non assolve a specifiche esigenze sanitarie, ma che di fatto mira ad “incentivare” le vaccinazioni è conoscenza comune, ma da qui ad utilizzarlo come una clava anche su questioni attinenti allo svolgimento del servizio obbligatorio ce ne vuole. I colleghi più fortunati, quelli con il lasciapassare, stanno comunque soffrendo una campagna mediatica di svilimento della divisa che indossano poiché dopo il famigerato pasto in mensa i vaccinati e i non vaccinati potranno continuare a prendere sassate insieme, essere aggrediti dai rivoltosi o dagli psichiatrici o viaggiare insieme sullo stesso blindato privo di aerazione». E continuano «lanciamo una proposta per certi versi provocatoria al personale tutto: aderiamo all’iniziativa di devolvere volontariamente i pasti dichiaratamente non fruiti alle associazioni dei famigliari vittime Covid. Iniziativa provocatoria poiché i lavoratori in divisa vogliono recuperate la dignità della propria funzione e certamente ci rifiutiamo all’elemosina del sacchetto o del pasto consumato nello sgabuzzino».



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