Diodato conquista lo Sferisterio
dopo la delusione a Musicultura
«Sono fidanzato col mio manager»

MACERATA - Il vincitore di Sanremo 2020 ha regalato a un pubblico di fan quasi tre ore di concerto. A dominare la notte, oltre alla sua ottima voce, il sax e il violino della sua band. Una semplice battuta o verità quella del rapporto con Claudio Ongaro? Ecco cosa ha detto il cantante sul palco. Poi ha ricordato quando venne scartato dal festival: «Finalmente ho potuto suonare in questa Arena»
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Diodato con la sua band

 

di Marco Ribechi

Quasi tre ore di concerto, un presunto coming out e un finale tra applausi. Diodato regala ai suoi fan una notte di musica e confidenze, in uno Sferisterio che non fa i numeri della stagione lirica ma comunque pieno per almeno tre quarti dei posti disponibili. Il cantante, nato ad Aosta ma originario di Taranto, vincitore del Festival di Sanremo nel 2020 con il brano “Fai Rumore” forse dedicato a Levante, sua ex dell’epoca, sul finire concerto ha dichiarato: «Ringrazio tra i tanti Claudio Ongaro, che oltre a essere il mio manager è anche il mio attuale fidanzato, finalmente lo abbiamo detto», le sue parole. Una semplice battuta (ripetuta più volte) o verità? Gli amanti del gossip potranno approfondire visto che in passato lo stesso Diodato era sempre stato molto schivo nel parlare della sua vita privata. Aveva persino affermato che non avrebbe mai fatto coming out. Tornando a parlare di musica Diodato ha dalla sua, oltre che tanta grinta e una voce di altissimo livello, anche una band di musicisti di prim’ordine. A guidare il concerto sono infatti due strumenti di accompagnamento che si spandono nell’aria dell’arena come un soffio vitale: il violino di Rodrigo D’Erasmo, compositore di origine brasiliana in forza anche con gli Afterhours, e il sassofono di Beppe Scardino, accompagnatore tra gli altri di Bobo Rondelli. Se alla forza di questi due strumenti si aggiungono le tastiere di Lorenzo di Blasi e gli ottoni di Stefano Piri Colosimo, oltre agli elementi classici di ogni gruppo ovvero chitarra (Andrea Bianchi), basso (Gabriele Lazzarotti) e batteria (Alessandro Comisso), si ottiene un sound pieno, avvolgente, totale, su cui una voce dotata come quella di Diodato può spaziare con agilità.

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Diodato allo Sferisterio

La struttura delle canzoni di Diodato infatti è spesso simile ma efficace e coinvolgente. Un crescendo continuo, costante, dove, nella parte centrale e finale delle canzoni, il cantante libera la sua voce per donare al pubblico un sound che si potrebbe definire rock, senza però scomodare l’essenza originaria, sia musicale che culturale, del genere. Come già detto sax e violino ne costituiscono la locomotiva, il cuore pulsante, con i vocalizzi di Diodato che ricordano non troppo alla lontana, come da lui stesso dichiarato in altre sedi, quelli di Thom Yorke dei Radiohead, ovviamente con pretese di tutt’altro genere. Ovvero assolutamente pop e lontanissime dalla sperimentazione. Il registro comunque c’è ed è innegabile. Verso le 21.30 la band fa il suo ingresso su un palco semplice, decorato solamente dagli effetti luminosi. Ad una prima impressione Diodato sembra quasi non voler interagire con il pubblico lanciandosi immediatamente in una serie di sei brani aperta da “Di questa felicità” e seguita, tra le altre, da “Ubriaco” e “Mi fai morire”. E’ però solo il modo per rompere il ghiaccio con il suo pubblico e infatti da lì per tutto il resto del concerto il cantante si aprirà a confidenze e confessioni, soprattutto riguardo il difficile periodo di pandemia.

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Il pubblico in arena

Tra i brani successivi da segnalare la cover quasi in stile Ennio Morricone dell’intramontabile “Amore che vieni amore che vai” del compianto Fabrizio De André. Cover con cui nel 2014 vinse il premio De André per la miglior reinterpretazione dell’opera del cantautore genovese. Ottimo anche il pezzo “Ma che vuoi” forse il più rock di tutta la serata, seguito da Babilonia presentato nella prima apparizione sanremese. Tra gli altri brani anche “L’uomo dietro il campione”, dedicata al divin codino Roberto Baggio e Gli Alberi che viene anticipato da una confessione tutta maceratese, forse ancora con l’amaro in bocca. «Con questo brano oltre 10 anni fa partecipammo a Musicultura – spiega Diodato – la giuria scelse il brano che avrei portato in una versione rock, cosa singolare perché io immaginavo brani più cantautorali. Quando ci esibimmo eravamo fiduciosi ma fummo subito scartati. Oggi però finalmente sono arrivato lo stesso a suonare allo Sferisterio, dove ieri ho visto una bellissima Aida». Dopo un intervallo più intimo, con Diodato solo sul palco solo con il pianoforte, a voler ricreare l’atmosfera della quarantena quando componeva nel suo appartamento di Milano, si va verso il finale con la chiusura lasciata ai suoi due pezzi più famosi: “Fai rumore” e “Che vita meravigliosa”. Un pubblico non occasionale ma fatto di fan lo applaude abbondantemente salutandolo con reale affetto.

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