«Le amicizie soffrono il Covid,
poche e selezionate tra i giovani
Resistono quelle di lungo corso»

INTERVISTA alla psicologa Valentina Donati su come il lockdown e le restrizioni hanno trasformato i rapporti, soprattutto tra i giovani: «Il virtuale può funzionare come tampone ma le relazioni hanno bisogno di condivisione dal vivo, per sviluppare competenze e abilità quali l'empatia e l'ascolto dell'altro»

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Valentina Donati

 

di Elisabetta Brasca

«A causa del covid l’amicizia è cambiata, ora si punta alla qualità e non alla quantità di rapporti». Sono queste le parole di Valentina Donati, 38 anni, di Loreto, psicologa a Civitanova Marche e Loreto che ha individuato dei cambiamenti nella gestione dei rapporti.

Ha avuto pazienti giovani che hanno trovato difficoltà nel gestire un rapporto a distanza?

«Sì, capita molto spesso. Più che altro è cambiato il discorso delle amicizie, ho infatti notato due tendenze: da una parte le persone che potevano contare sui rapporti instaurati prima della pandemia li hanno preservati e mantenuti, chi invece si trovava in difficoltà sulla stabilità di alcuni rapporti ha sentito maggiormente il peso delle restrizioni e quindi è venuta a mancare la base per coltivare nuove amicizie».

Cosa ha notato nei giovani con l’uso di internet che è cresciuto esponenzialmente in questo periodo di pandemia?

«Sicuramente con la pandemia è stata esasperata una tendenza già in voga da prima cioè usare continuamente i social soprattutto tra i giovani. Se però prima c’era una quotidiana interazione relazionale faccia a faccia magari per la scuola o per le uscite nei weekend, ora sentirsi per telefono è l’unica modalità a disposizione per interagire. Quindi il virtuale può funzionare per portare avanti le relazioni ma un’amicizia ha bisogno di condivisione dal vivo, cioè è condizione necessaria la presenza fisica che permette di sviluppare competenze e abilità quali l’empatia e l’ascolto dell’altro. Il rischio è quindi che nelle fasce di età giovanili ci sia una carenza nello sviluppare queste competenze».

Secondo lei, molte persone vivono come trauma psicologico non potersi abbracciare? 

«Sì, questo si riscontra in ragazzi ed adulti, c’è un forte bisogno di contatto. A seconda poi dei vissuti personali l’impatto è più forte rispetto ad altri. Se si ha una convivenza familiare o con un partner, si manifesta meno questo trauma ma per chi non ha supporti sociali è più evidente».

In questo periodo è stata fatta una selezione delle amicizie?

«Sì, la parola selettività l’hanno usata molti pazienti: si sono concentrati infatti su meno rapporti ma più selezionati. Ad esempio per chi frequenta il primo anno di università o di superiori,  c’è una fase in cui si entra in una nuova realtà e si sono dimostrati molto fragili i rapporti, legati essenzialmente al mero scambio di informazioni sullo studio e di condivisione dei materiali didattici. Ho notato anche una particolare insofferenza legata a quei rapporti che presentano delle criticità, alcuni sono stati chiusi altri semplicemente si è smesso di coltivarli. Come se tutto fosse già abbastanza faticoso e si cerchi di avere meno problemi possibili».

Quali sensazioni ha riscontrato nei suoi pazienti?

«La solitudine. Le videochiamate sono state funzionali all’interazione però si tratta di una compensazione, è un tamponare più che sostituire. La fascia d’età più provata è quella degli studenti e delle studentesse delle superiori che vivono una fase di crescita in cui è fondamentale fare esperienze e sono private di queste».



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