Due medici a giudizio
per la morte di una paziente

MACERATA - Si tratta di due dottoresse che lavoravano nell'ospedale del capoluogo. Vengono loro contestate presunte omissioni e ritardi nel fare una diagnosi. A morire una donna di 87 anni che era stata ricoverata dopo una caduta in casa
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di Gianluca Ginella

Due dottoresse sotto accusa per la morte di una paziente. Per la procura ci sarebbero stati dei presunti ritardi nel fare la diagnosi e la donna era morta a causa di una emorragia. Oggi il gup Claudio Bonifazi del tribunale di Macerata ha rinviato a giudizio le due dottoresse che devono rispondere di omicidio colposo della paziente, una donna di 87 anni, Angela Sperante, di Macerata. Imputate sono Angela Di Fabio, di 43 anni, di Penne, e Sara Bianchini, 40, residente a Porto Sant’Elpidio.

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L’avvocato Anna Quercetti

La prima, all’epoca dei fatti, medico del pronto soccorso di Macerata, la seconda era radiologo del reparto di Radiologia dell’ospedale di Macerata (entrambe ora lavorano in altri ospedali). I fatti risalgono al 25 gennaio del 2016 quando l’anziana, in seguito ad una caduta inciampando in uno scatolone, era stata portata in ospedale a Macerata. Secondo l’accusa Bianchini avrebbe effettuato la refertazione della tac sulla paziente, arrivata in ambulanza alle 17,15 e sottoposta alla tac dopo che alle 19,37 era insorto uno stato di choc, alle 21,51, pur a fronte di una richiesta di esame formulata alle 20,25 «in tal modo ritardava la diagnosi delle fratture del bacino e dell’importante sanguinamento in atto che deponevano inequivocabilmente per la natura emorragica dello choc ipovolemico in corso» dice la procura. La difesa sostiene che il problema del ritardo era legato al fatto che la tac si era rotta.

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Francesco De Minicis

La dottoressa è assistita dall’avvocato Francesco De Minicis. A Di Fabio, tutelata dal legale Mirko Ricci, che anche lei respinge le accuse, viene contestato che nel periodo in cui aveva avuto in cura la paziente, dalle 20 in poi, avrebbe omesso, in attesa dell’esito della tac, di attivarsi per raggiungere la diagnosi su ciò che aveva la paziente «non provvedendo al necessario esame obiettivo-fisico, in attesa di una più precisa indicazione strumentale e conseguentemente ometteva di adottare terapie di contrasto dello choc, praticando unicamente ossigenoterapia» dice l’accusa. Che contesta inoltre che «ricevuto il referto non avrebbe instaurato alcuna terapia di sostegno della volemia attendendo altri 30 minuti prima di formulare la richiesta di consulenza chirurgica e limitandosi a somministrare alla paziente 500 cc di soluzione fisiologica e di avanzare richiesta di sangue al centro trasfusionale». Una serie di presunte omissioni e di ritardi che, continua l’accusa, avrebbero portato alla morte della paziente, Angela Sperante. Uno dei figli si è costituito parte civile, assistito dagli avvocati Anna Quercetti e Daniele Stacchietti. La richiesta di risarcimento è di circa 300mila euro. Il processo, dopo il rinvio a giudizio, si aprirà l’8 luglio del prossimo anno.



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