L’Appennino ha già tutte le carte,
può rilanciare il suo futuro

IL COMMENTO di Ugo Bellesi - Non servono progetti troppo ambiziosi se poi non si possono portare avanti. Innanzitutto evitiamo che sia “depredato” un patrimonio ricchissimo di eccellenze immateriali, sulle quali invece bisogna puntare. E poi bisogna potenziare il modello di “impresa diffusa” creato dal ceto medio e basato sulla “socialità”

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Il Fai nella zona rossa di Camerino nel 2019

 

di Ugo Bellesi

Si torna a parlare sempre più spesso di rilancio dell’Appennino e si fanno progetti sempre più ambiziosi anche se la ricostruzione vera e propria non è ancora ripartita se il commissario Legnini continua a sollecitare i privati a presentare in tempi brevi i progetti per i danni leggeri alle loro abitazioni. Fra l’altro non è stato un bel segnale l’aver prospettato, da parte della Protezione civile, la possibilità che fossero proprio i privati a pagare i lavori di manutenzione delle strutture impiegate per la messa in sicurezza dei loro edifici. Sventato questo pericolo è stato lanciato il dictat che tutti i terremotati alloggiati negli alberghi se ne debbono andare. E anche questo non è un bel segnale perché per qualche famiglia si tratta purtroppo dell’ottava “deportazione”. Vedremo come andrà a finire.

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L’arcivescovo Francesco Massara

Per quanto riguarda la ripresa dell’economia o quanto meno del commercio nell’area terremotata ci sono, come accennato, varie proposte ma tutte hanno bisogno di un energico sostegno economico. Il che non è all’orizzonte perché il nostro Appennino non ha alle spalle il sostegno di una regione in grande spolvero. Infatti, come scrive Stefano Di Francesco, vice presidente di Moneta Positiva, esperto di modelli economici e finanza: «C’è una desertificazione sociale crescente. La popolazione nelle Marche ogni anno si riduce di circa seimila unità (è come se ogni cinque anni sparisse una cittadina come Falconara). Non solo: le imprese marchigiane che cessano l’attività sono più di quelle che nascono. Le famiglie marchigiane che vivono sotto la soglia di povertà sono il 10,8% del totale e le persone sotto tale livello sono il 13,5%». Di conseguenza va tenuto presente che mentre una decina di anni fa le Marche ambivano ad “agganciare” le regioni più progredite come la Toscana oggi dagli economisti sono considerate assai più “vicine” alle regioni del sud.

Se invece ci riferiamo soltanto alla diocesi di Camerino-San Severino ci rendiamo conto che, dalla data del terremoto ad oggi, ci sono stati 23 suicidi mentre è aumentato del 73% il consumo di psicofarmaci. La classe media è diventata la classe povera. «Attualmente – come ha spiegato l’arcivescovo Francesco Massara – le famiglie assistite dalla Caritas sono 972, senza contare gli studenti universitari in difficoltà. Si possono ricostruire muri delle case e delle chiese, ma se non si ricostruisce anche l’economia avremo un museo a cielo aperto… D’altra parte in tutta l’area terremotata il lavoro scarseggia, le attività produttive sono in crisi, la natalità diminuisce con l’aumento dello scetticismo».

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Il torrone di Camerino

Si è sentito spesso dire “Non lasceremo indietro nessuno!”. Purtroppo noi siamo stati lasciati indietro rispetto al nord dove ci sono i migliori ospedali d’Italia e la migliore sanità. Il che significa che i settentrionali ricchi hanno in media tre anni di vita più di noi. Ma c’è un divario anche sull’offerta di asili nido pubblici. Infatti da noi sono sottodimensionati rispetto alle reali esigenze delle famiglie. La digitalizzazione delle amministrazioni centrali dello Stato ha “livelli di eccellenza” mentre nella media dei nostri Comuni è “medio basso”.

Se vogliamo guardare al futuro di questo nostro Appennino con fiducia bisogna soprattutto preoccuparsi che non sia lasciato indietro nessuno. Fino ad oggi le risorse maggiori dello Stato sono state sempre riservate alle regioni già ricche del nord, e per quanto riguarda le Marche alle città più grandi e prosperose della regione, dove sono stati concentrati tutti i servizi lasciando sguarnite vastissime aree e, guarda caso, proprio quelle a ridosso dei Sibillini. Il che ha creato un lento ma inesorabile declino della popolazione.

Questo lento “abbandono” mette a rischio la sopravvivenza di un modello economico che è andato avanti per secoli senza bisogno neppure di grandi interventi statali. E’ per questo che, nel fare progetti per il futuro, bisogna tener presente che questo è un territorio in cui si deve intervenire con cautela proprio perché si mette in crisi un modello di impresa diffusa e trasversale che caratterizza il ceto medio, quello che è abituato a rischiare sempre in proprio, facendo affidamento sul contributo della famiglia prima e dei dipendenti poi, che sono soprattutto collaboratori. «E’ un modello – ha scritto Renato Mattioni – basato sulla ‘socialità’, sulla relazione personale, sul patrimonio infungibile del made in Italy strettamente connesso ai brand aziendali (come il torrone di Camerino, le lenticchie di Castelluccio, la pasta di Camerino, la distilleria Varnelli, le trote di Sefro, il Verdicchio di Matelica, il ciauscolo di Visso, le acque minerali e via elencando). Se non rinascono Camerino, Visso e Castelluccio, anche questi marchi si indeboliscono, si dimenticano i luoghi, si dimenticano le persone…si cancella tutto».

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Sauro Longhi

Lo sviluppo delle aree interne deve partire da una ricostruzione di qualità con edifici antisismici, aule scolastiche razionali e tutti i servizi fino ad ora riservati alle aree della costa, compresa quindi la banda larga. «Ai più giovani dobbiamo offrire – ha scritto Sauro Longhi – prospettive adeguate per i loro sogni e le loro aspirazioni, altrimenti le cercheranno altrove impoverendo i nostri territori, la nostra società. Essi sono gli unici che possono portare nelle nostre aziende innovazione dirompente e abilità nell’usare le nuove tecnologie e migliorare qualità e produttività. Abbiamo la necessità di sostenere politiche attive per lo sviluppo delle aree interne, soprattutto di quelle colpite dal sisma, con azioni più incisive di ricostruzione e rilancio economico, con l’obiettivo di attirare giovani fornendo servizi di qualità e politiche attive per incentivare attività economiche di rispetto e valorizzazione di questi territori….Si deve investire in infrastrutture digitali sostenibili con l’ambiente con una rete fissa a banda larga in fibra ottica in grado di raggiungere ogni famiglia e ogni impresa».

cammino-terre-mutateTante delle proposte emerse negli ultimi tempi riguardano il turismo. Ovviamente va benissimo pensare al turismo come una risorsa fondamentale, ma non “modello Rimini”, bensì un turismo culturale e soprattutto un “turismo lento” sfruttando i sentieri, riaprendo, dove ci sono, i rifugi, le chiese, i musei. Ma bisogna puntare anche al turismo residenziale e perché non pensare di attrarre i pensionati dei paesi europei che potrebbero preferire l’Italia rispetto al Portogallo o ad altre nazioni? Proprio per favorire questo turismo in alcune regioni italiane, nelle città con meno di 20.000 abitanti, lo Stato offre agevolazioni fiscali a chi ha redditi o pensioni prodotti all’estero con un’aliquota di appena il 7% per i primi cinque anni. Proprio recentemente il Portogallo ha deciso di portare (dallo zero che era) al 10% la tassazione sui redditi di stranieri che si trasferiscono in quel paese. Quindi in molti potrebbero scegliere di venire in Italia anziché in Portogallo.

In una recente ricerca si è “scoperto” (ma in molti se ne erano da tempo resi conto) che l’Appennino può vantare quanto meno 25 eccellenze, come ad esempio la longevità della gente, la dieta mediterranea, la salubrità dell’aria, la qualità della vita, la biodiversità, il patrimonio artistico, il patrimonio ambientale, il patrimonio archeologico, la ricchezza di acque minerali ecc. ecc. Per molto meno qualche città è diventata “capitale della cultura” mentre qualche località ha ottenuto il riconoscimento di “patrimonio universale dell’umanità”. Le nostre eccellenze invece sono quasi sconosciute. Esse non solo vanno tutelate ma soprattutto promosse. E ci si meraviglia che non lo sia stato fatto già da tempo. E’ importante infatti promuovere sia il territorio che le sue eccellenze. Infatti questi due fattori creano una sinergia che favorisce le potenzialità che si creano tra qualità di prodotto e qualità di territorio. Tre sono gli elementi fondamentali come “informazione, comunicazione e promozione” che possono far conoscere i giacimenti di qualità di cui è ricco l’Appennino. Un ruolo importante potranno avere i consorzi di tutela delle singole specialità perché favoriscono lo sviluppo di tutte le imprese locali. Fondamentale perciò è organizzare razionalmente la promozione.

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Macereto di Visso

In attesa che tutto questo avvenga come possiamo aiutare l’entroterra? Innanzitutto bisogna acquistare i prodotti dell’Appennino che sono tanti. Ne citiamo solo alcuni: ciauscolo, coppa, lonza, pecorino, ricotta, lenticchie e altri legumi, prosciutto, salame e lonzino di pecora, trote, zafferano, latte, acqua minerale, pasta, liquori, tartufi e funghi, zafferano, castagne, noci, mirtilli, lamponi, ribes, more, fragole. Prodotti ai quali bisogna assegnare un marchio indicando il luogo di provenienza: i Sibillini o l’Appennino o altro. Queste eccellenze però bisogna anche farle conoscere insieme alle bellezze artistiche, architettoniche, museali, archeologiche ecc. ecc. di cui il nostro territorio è ricco. E va ricordato sempre – come ci dice spesso un amico – che Carlo d’Inghilterra, quando a suo tempo è arrivato in provincia di Macerata, non è venuto a comperare le scarpe, ma è salito a Monte San Martino per ammirare le opere dei Crivelli. E sono anche altre migliaia le opere e i monumenti da ammirare nel nostro entroterra come Macereto o la chiesa di San Giusto a San Maroto. Ma bisogna farle conoscere e valorizzarle come meritano.


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