«Con quel respiratore sul viso
mi sentivo torturato e senza speranze
Adesso inizia la mia seconda vita»

VIDEO - Filippo Leoni, professore di Fisica in pensione, residente a Osimo e originario di Apiro, ha sconfitto il Covid-19 a 71 anni ed è stato dimesso dall'Inrca di Ancona dopo 27 giorni di ricovero tra gli applausi e sulle note dell'Inno d'Italia. «Mi sono commosso. Tornato a casa in campagna, i miei familiari avevano organizzato una bella cena. Se esiste un paradiso, mi sono detto, è questo»
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E’ stato dimesso dal reparto dell’Inrca di Ancona dove era ricoverato da 27 giorni tra gli applausi degli infermieri e sulle note dell’Inno di Italia.

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Filippo Leoni si commuove davanti al gesto affettuoso degli infermieri dell’Inrca di Ancona

«Mi sono commosso: è stata come una liberazione» racconta  Filippo Leoni, 71 anni, ingegnere e professore di Fisica in pensione, residente a Osimo e originario di Apiro. «Mi piace misurarmi con le sfide più dure, faccio trekking in montagna, ma mai avrei immaginato di finire in ospedale, contagiato dal Covid 19» racconta a Cronache Ancona. «Abito in campagna, mi passano a salutare tanti amici ma ancora oggi non so da dove è partito il contagio – prosegue – Sono rimasto a casa con la febbre per 10 giorni, mi sentivo stanco e avevo il gusto alterato. Poi mi sono deciso a telefonare al 118. Il 16 marzo sono passato prima per il pronto soccorso dell’ospedale di Osimo e poi sono stato ricoverato all’Inrca dove si è manifestato un peggioramento. Non sono stato intubato ma sono stato collegato ad un macchinario per la ventilazione forzata con una maschera compressa in faccia, difficile da sincronizzare con il respiro. All’inizio è stata una tortura poi è diventato un po’ più tollerabile. Attorno a me vedevo tutto il personale coperto con tute mascherine e guanti. Sembravano tutti uguali come gli astronauti. Medici e infermieri eccellenti che non finirò mai di ringraziare abbastanza perché mi hanno curato fino in fondo». Nei momenti più difficile Leoni ha pensato al peggio, di non rivedere più i suoi affetti, i suoi figli e nipoti. «Sentivo quasi di non far parte più di quegli umani che vivono la vita con un filtro positivo. Se tutti vedessero nel mondo come spesso vanno le cose, quelle drammatiche intendo, forse perderemmo il piacere di vivere – ricorda – Mentre stavo lì sul quel letto di ospedale con quel respiratore opprimente pensavo al milione di prigionieri politici sotto tortura che sapevano già che non ne sarebbe usciti vivi. Pensavo alla tragedia di  Giulio Regeni, morto sotto tortura. Mi sentivo come loro e ci stavo male ma nello stesso tempo volevo farcela».

filippo-leoni-osimo-dimessioni-inrca-ancona-codi-19-325x217In quei lunghi interminabili giorni di degenza Leoni è riuscito a parlare con la famiglia solo per telefono «poi ascoltavo la radio con il telefonino, leggevo l’Orlando Furioso e ho esaurito tutti i giochi della ‘Settimana Enigmistica’. Nella mia stanza ero il più giovane – ride al telefono – accanto a me ho visto morire diversi anziani ultra 80enni ma con grande ammirazione  ho visto anche qualcun altro che invece ce l’aveva fatta grazie ai medici e agli infermieri dell’Inrca, che rischiano ogni giorno di loro e che cercavano di sdrammatizzare con noi pazienti per tirarci su di morale. Quei 90enni erano contenti di essere riusciti a guarire. Sono un evoluzionista, un darwiniano convinto, e credo che tutto dipenda dal caso. La prima cosa che ho fatto, appena sono tornato a casa è stata una bella cena sul prato su un tavolo lungo lungo con i miei familiari.  Era la vigilia di Pasqua e davanti a me c’era la primavera. Se esiste un paradiso, mi sono detto, è questo». Oggi, in quella che definisce la sua «seconda vita» c’è spazio per i ringraziamenti ma anche per qualche consiglio al prossimo. A chi si lamenta di dover restare a casa ancora per qualche settimana, il prof. Leoni ricorda che è un piccolo sacrificio, fattibile. «Sono convinto come alcuni scienziati– dice –  che questa malattie da contagio sono più insidiose in inverno perché si vive di più in ambienti al chiuso. Anche quando insegnavo invitato sempre i miei alunni ad aprire le finestre al cambio di ora. In estate un fattore positivo sarà proprio quello che apriremo di più le finestre e poi magari il virus perderà di virulenza». A chi è invece resta ancora in trincea e lotta contro la malattia in un reparto ospedaliero ripetere di credere in se stessi. «Sono ormai immune al Covid 19, non sono più contagioso,  ne temo di contagiare altre persone ma per rispetto di tutti continuerò a indossare la mascherina e i guanti quando uscirò di casa – promette – Se non avessi l’età che ho, sarei andato a fare il volontario all’ospedale proprio per aiutare chi ha bisogno».

(m. p. c.)

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