Chocolat, lo spettacolo è goloso:
attori distribuiscono cioccolatini in platea
RECENSIONE - Lo spettacolo, messo in scena dalla Compagnia Costellazione di Formia al teatro Lauro Rossi di Macerata per la quarta manche della 51° Rassegna Angelo Perugini
di Fabrizio Cortella (foto di Claudio Sagretti)
Se non strano, è certamente inusuale essere omaggiati dagli attori con ottimi cioccolatini appena prima dell’inizio della loro performance. E così è successo al pubblico che domenica ha assistito a “Chocolat”, per la quarta manche della 51° Rassegna Angelo Perugini. In platea, l’intero cast della Compagnia Costellazione di Formia, indosso candide vesti, ha regalato un goloso prologo agli astanti.
Nel solco delle commedie antiche, è stata l’occasione divertente, sebbene un poco prolissa, per caldeggiare la benevolenza dei presenti. Preoccupazione, o scaramanzia se vogliamo, del tutto inutile, poiché lo spettacolo vanta già sette anni di repliche in quasi cinquanta città, in Italia e all’estero, ed un palmarès di tutto rispetto: oltre quaranta premi nazionali e il riconoscimento di “Migliore spettacolo italiano UILT” per il 2018. Per non parlare, poi, dei numerosi successi mietuti con le altre opere del loro repertorio.
Nonostante il curriculum eccellente, mentre mi accomodavo in “barcaccia”, ero un po’ titubante, lo confesso: ridurre per il teatro un libro relativamente noto (autrice l’anglo-francese Joanne Harris) da cui è stato tratto un celebre film, dal cast stellare e molto fortunato al botteghino, è sempre un’avventura ardua e dagli esiti imprevedibili. Ci attendeva una copia forzata e sbiadita degli originali? Il confronto impietoso con il linguaggio e i mezzi del cinema? Ebbene no: Roberta Costantini, che ne firma la drammaturgia e la regia, degnamente coadiuvata da Marco Marino, ci ha regalato uno spettacolo del tutto originale.

La regista Roberta Costantini
Del romanzo della Harris, ha mantenuto lo spunto iniziale: Vianne, la straniera/strega, giunge in un sonnolento paesino della provincia francese sulle ali del capriccioso vento marzolino del Nord, proprio nel giorno di mardì gras. Ne ha conservato la direzione di marcia: ancora Vianne (Lorena Mordà, physique du role azzeccato, ma un po’ mancante nella voce), decisa ad inaugurare una cioccolateria durante la Quaresima, finisce inevitabilmente con lo scontrarsi con il conte Reynaud (Francesco de Marco, assai convincente in un ruolo molto complesso), sindaco “feudale” del villaggio, fermamente intenzionato a mantenere i suoi paesani nel torpore e nell’immobilismo, in nome di una fede cristiana meschinamente interpretata. Ma, infine, ne ha trasformato radicalmente l’atmosfera e lo spirito.
Dimenticate il fantasy infarcito di rimandi simbolici e di citazioni letterarie della Harris. E dimenticate, soprattutto, la zuccherosa favola hollywoodiana del film. La storia, già letta e già vista, è in realtà mero contenitore narrativo di cui focalizzare soprattutto gli aspetti della contemporaneità, quelli che parlano dell’odio, della paura del diverso, della sopraffazione del più debole. I toni della commedia, se mai ci sono stati, lasciano il posto a quelli della tragedia, chiave interpretativa più adatta alla realtà attuale. Piuttosto che sviluppare la messinscena partendo dal testo scritto, la Costantini ha operato con il procedimento inverso: attraverso un lungo e meticoloso lavoro di gruppo, come ci tiene a puntualizzare la regista, l’opera si è costruita “dal basso”, quasi da sé: sperimentando i movimenti individuali e quelli corali degli attori; esplorando le naturali sonorità dei corpi recitanti al pari delle musiche (mirabilmente selezionate da Marco Marino), che non si limitano ad accompagnare l’azione scenica, ma contribuiscono a definirne plasticamente la struttura; tentando fonti di luci per dare concretezza e attribuire “senso” alla scena, altrimenti, desolatamente vuota; reiterando ossessivamente l’interazione con gli oggetti di scena (solamente cinque sedie di legno e un lunghissimo drappo rosso vermiglio), trasfigurati in veri e propri interpreti aggiuntivi. Ne scaturisce un linguaggio assolutamente originale, in cui ogni singolo “fonema”, ogni singolo elemento, diviene “portatore di un’emozione, di uno stato d’animo, di una fantasia”. E’ questa la vera forza dello spettacolo: il superamento della narrazione tradizionale, didascalica fino a risultare superficiale, per raggiungere la comunicazione empatica, basata sulla gestualità corporea, sulle sonorità, sui colori, la sola capace di toccare direttamente le corde del cuore. Il tutto reso possibile da una regia accurata fino al maniacale: i (numerosi) cambi di scena senza cali di ritmo; le entrate e le uscite impeccabili; i movimenti collettivi, talora cantati e coreografati (come non pensare alle tragedie antiche?!), sempre armoniosi; le trovate scenografiche semplici e geniali (le sedie, variamente incastrate, evocano: la chiesa, la bottega del cioccolato, la piazza del paese, l’enorme crocifisso della processione pasquale; il drappo rosso è casa, confine, adorato cane, voluttuoso cioccolato).
A ciò si accompagna l’egregia prova attoriale dell’intero cast, giovane d’età, ma già ben rodato, assolutamente a proprio agio in tutte le situazioni. Interpreti capaci di disimpegnarsi altrettanto bene, nei monologhi come nelle scene d’insieme, con parecchie individualità interessanti: Barbara Pagliari (una Josephine sofferta e sinuosa), Claudia Casale (Narcisse/zingara, vitale ed esuberante), Fabrizio Pace (un Muscat controverso e disperato). E il pubblico ha apprezzato, applaudendo calorosamente la performance e salutando degnamente l’ennesima ottima compagnia presentata dalla Rassegna, valida pretendente alla vittoria finale.

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