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La pacifica occupazione dei Baustelle:
«Non riusciamo più a parlarci,
ci vorrebbe la rivoluzione»

UNICAM - Il gruppo Indie ha fatto tappa a Camerino. Animato dibattito con gli studenti su social e nuovi media in occasione del cinquantesimo dal '68
giovedì 6 Dicembre 2018 - Ore 11:15 - caricamento letture
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I Baustelle a Unicam

 

di Monia Orazi

«La differenza tra il 68 ed oggi è che abbiamo perso il potere di indignarci, troviamo sui social il capro espiatorio su cui puntare il dito senza metterci la faccia, è vero che hanno dato diritto di parola anche agli imbecilli». Parola di una studentessa dell’università di Camerino, che ieri pomeriggio ha messo volto e voce, nell’intenso dibattito con il gruppo rock indie dei Baustelle, che hanno dato vita ad un evento al contrario, in cui protagonista è stato il pensiero dei ventenni di oggi. Il dibattito sul 68, in una “pacifica occupazione” dell’università di Camerino, è stato moderato da Luca Valtorta giornalista di Robinson, inserto culturale di Repubblica. Rachele Bastreghi, Luca Brasini ed il frontman Francesco Bianconi, accompagnati dal chitarrista Andrea Faccioli in due ore e mezza di confronto intenso e diretto con gli studenti. «E’ un piacere essere qui a Camerino – ha esordito Bianconi – è un modo per partecipare alla ripartenza della città e dell’università. Tutto questo nasce dall’occasione del cinquantennale del 68, noi non vogliamo fare la solita celebrazione, siamo troppo giovani per aver vissuto il 68, ma anagraficamente vicini a quell’epoca, a quella rivoluzione al quale avremmo voluto partecipare. Voi invece siete abbastanza lontani per essere imparziali ed obiettivi. Prendete coraggiosamente la parola e raccontateci la vostra testimonianza del presente o del futuro». Il succo dei tre incontri diventerà un racconto che lo scrittore Paolo Di Paolo inserirà su Robinson. Dal maggio francese, alla protesta universitaria di Torino che ha dato inizio al Sessantotto in Italia, per scoperchiare le gerarchie e la comunicazione a senso unico imposta dall’alto, di cui all’epoca erano permeate il mondo universitario e la società, Valtorta ha citato Pier Paolo Pasolini, Herbert Marcuse, Joan Baez raccontando la portata rinnovatrice di quell’epoca, a partire dalla scolarizzazione di massa, che ha innescato l’ascensore sociale oggi quasi fermo, con il figlio dell’operaio libero di diventare dottore.

L’intervento del rettore Pettinari

«Oggi quello che dovrebbe far nascere una rivoluzione è il non riuscire a parlarsi più – ha detto il frontman dei Baustelle – ci sono giovani che sentono che il linguaggio dei padri non è più comprensibile e allora si fa metaforicamente quella cosa che è uccidere il padre. Sono interessato a conoscere i pro dei giovani, se i mezzi che si hanno oggi, i social network sono funzionali alla protesta ed alla contestazione». Dopo queste sollecitazioni, gli universitari sono stati un fiume in piena, sia tramite messaggi su un numero di cellulare, sia di persona. «Oggi abbiamo un accesso veloce ad una grande quantità di informazioni, abbiamo perso il senso di fermarci a riflettere », uno dei messaggi. Un altro ha riferito che la principale forma di comunicazione sono le chat per gruppi di corso di laurea: «Abbiamo bisogno di consapevolezza di ciò che stiamo utilizzando e di questo nuovo modo di comunicare, sui social circola anche disinformazione, ci affidiamo all’opinione di qualcuno, i social esaltano l’individualismo, ma nel gruppo si ritrova la potenza del collettivo». Ha aggiunto dal microfono una giovane studentessa: «Oggi sono tempi stanchi, manca l’azione, i social dovrebbero creare una situazione reale, dietro lo schermo manca l’azione, che non deve essere necessariamente violenta». La mancata libertà di lamentarsi per cose che non toccano da vicino senza essere definiti radical chic «sembra che per protestare occorre avere qualche mancanza prima», il «buonismo cugino del pietismo usato dai fascisti», «la mancata capacità di sognare», «lo sviluppo della tecnica che non è accompagnato dal progresso della civiltà », sono stati altri temi dei messaggi degli studenti, tutti articolati nel contesto contemporaneo, in cui secondo alcuni il diffuso benessere contribuisce all’apparente menefreghismo nei confronti della politica e di ciò che accade, in parte dei giovani.
Ad un certo punto, uno studente del primo anno fa spuntare i fatti di Macerata: «Ero al liceo quando Traini sparava, ci hanno detto di rimanere in classe, abbiamo continuato a giocare come sempre, se ne fregavano tutti. Nessuno ha voluto parlare di quello che è successo, tra i miei coetanei ne ho visti pochissimi di Macerata, alla manifestazione in cui è venuta gente da tutta Italia ed alla quale ho partecipato». A quel punto, unico momento sbavato in un pomeriggio tranquillo, una donna più che trentenne ha contestato il ragazzo, dicendo che c’erano anche molti giovani di Macerata alla manifestazione. Una delle possibili soluzioni alla deriva di senso causata dai social network, l’ha indicata un altro intervento di uno studente: «Ci sono realtà associative importanti, belle esperienze dei centri sociali, che fanno il bene della collettività, ma queste notizie non sono favorite dall’organizzazione del sistema dei media. Usando i social media ci siamo dimenticati che abbiamo il diritto all’opinione, che comporta delle responsabilità». Altri temi hanno riguardato l’importanza della formazione per acquisire un pensiero critico e la facile notorietà legata al mondo televisivo e dei social, contrapposta alla passione che spinge ad approfondire e studiare quello che si ama, il bisogno di tornare ad un contatto genuino e trasparente. A questo punto Valtorta ha suggerito l’esigenza di una contro-narrazione a quella dominante, fatta direttamente dai protagonisti, mettendo in guardia su come nel Sessantotto la riflessione fosse articolata e complessa. «Ci sentiamo tutti legittimati a dire la nostra – ha detto Bianconi – a rendere aforismatico uno status da 140 caratteri, i nuovi media sono fascisti in sé, si parla per imposizione di verità, i contenuti sono presi come status di verità e alternativi all’informazione tradizionale». Il pomeriggio si è aperto con i saluti del rettore Unicam Claudio Pettinari, di Daniele Massimi presidente di Musicamdo che ha curato l’organizzazione dell’evento. Cinque le canzoni suonate dal gruppo e cantate insieme dagli studenti: Il liberismo ha i giorni contati, Betty, Gomma, La moda del lento, Il futuro.



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