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Petrini: corsa alla leadership del Pd
«Il partito va scongelato,
basta con la politica del Gattopardo»

INTERVISTA - L'ex parlamentare si propone come segretario regionale, sostenuto da diversi sindaci tra cui Romano Carancini e Valeria Mancinelli: «Non sono espressione degli apparati, ma di amministratori che hanno visto uno stato delle cose da cambiare». Sulle primarie per la presidenza della Regione: «Sono un valore del partito, se faccio un'arrampicata devo essere sicuro che il capocordata sia in forma»
venerdì 2 Novembre 2018 - Ore 14:20 - caricamento letture
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di Pierpaolo Pierleoni

Due giorni fa, dalla convention dem al Conero Break di Ancona, Paolo Petrini ha ufficializzato la sua candidatura come segretario del Pd regionale. Una presa di posizione sostenuta da diversi sindaci, su tutti quelli di Ancona e Macerata, Valeria Mancinelli e Romano Carancini (leggi l’articolo). Dalla sua parte anche il primo cittadino di Recanati, Francesco Fiordomo, quello della sua città, Porto Sant’Elpidio, Nazareno Franchellucci, ed altri amministratori. L’ex vicepresidente regionale e parlamentare lancia la sua sfida per «scongelare» il Pd marchigiano, non risparmia critiche agli apparati e non ha dubbi sulla Primarie per il candidato presidente alle Regionali 2020.

Partiamo dall’inizio: come è maturata la sua candidatura alla guida del Pd regionale?
«E’ nata perché alcuni esponenti, in particolare sindaci, proponendomi una visione del partito e del futuro del nostro territorio, volta a stimolare politiche migliori, mi hanno chiesto la disponibilità a guidare il Pd regionale. Nel giro di qualche settimana, dopo una riflessione, ho deciso di accettare».

La sua è la candidatura dei sindaci contro quella delle segreterie?

«E’ lo stato dei fatti, non sono stato espressione di segreterie ed apparati, di una continuità nella gestione, ma appunto di amministratori che hanno visto uno stato delle cose da cambiare e hanno pensato di chiedere a me di guidare una nuova fase».

Come sono state le prime reazioni alla sua candidatura?

«Direi positive. Ho la fortuna di aver fatto l’amministratore regionale per 8 anni, conosco il territorio, il riscontro che ho ricevuto sin dalle prime ore deriva anche da questo».

Parla di una visione diversa contro la continuità degli ultimi anni, cosa non ha funzionato nel Pd marchigiano?

«Prima di tutto il partito è stato congelato, con un presidente della Regione che, oltre ad occuparsi quotidianamente di problemi anche eccezionali come terremoto e crisi economica, ha dovuto supplire anche a questo ruolo. Ceriscioli è diventato il riferimento anche a livello politico, ma lui deve fare già il presidente della giunta regionale. Questo congelamento ha portato il Pd all’inattività. Non ho visto alcuna elaborazione politica significativa, né una relazione con i circoli».

Molti le riconoscono capacità e concretezza, ma ha anche la fama di decisionista. Questo può essere un limite per un ruolo che richiede una notevole capacità di mediazione?

«Credo che la parola decisionista abbia assunto un’accezione sbagliata. Qui si tratta di assumersi rischi e responsabilità, di non limitare il confronto ed io, come ho sempre fatto, sono pronto. In questo congresso, persone che la pensano anche molto più severamente di me sulla gestione del partito negli ultimi anni, non riescono ad accettare un confronto in campo aperto, si ritirano in qualche ridotta pensando di proteggersi dalle divisioni. Penso che la politica sia un’altra cosa. Chi voleva disinnescare il congresso affermando un principio rivoluzionario, secondo il quale discussioni e confronti ci fanno male, perché rischiamo di dividerci, forse non desidera altro che lasciare le cose come stanno».

Spingerà sulle primarie per la presidenza della Regione nel 2020?

“Credo che dovremmo smetterla di darci delle regole per poi non rispettarle. Le primarie ci sono già nello statuto del Pd, sono un’opportunità e non un rischio, servono a rafforzare le proposte, vale per la Regione, vale per i sindaci. Serve ad arricchire la linea, ad aprirsi al contributo di esterni, a non restare confinati tra 4 mura come avveniva prima e come alcuni vorrebbero fare ancora. L’altro giorno nel mio intervento al Conero Break ho fatto la similitudine con le arrampicate alpine. Se partecipo ad un’arrampicata, esigo un capocordata in condizioni perfette, ne va anche della mia sicurezza. Le primarie sono il miglior check up per valutare lo stato di forma del capocordata».

L’ex parlamentare Emanuele Lodolini ha detto di appoggiarla perché vuole un Pd che smetta di galleggiare e che abbia una visione. Qual è la visione di Petrini?

«La visione è un partito che torni a discutere, perché è l’elemento fondante di un partito. Una discussione da fare lentamente, in modo riflessivo e partecipato. Dopo esserci confrontati in modo largo, dobbiamo anche saper comunicare, che non significa agire d’impulso e solleticare gli istinti peggiori, ma saper esprimere le idee, e intorno a queste aggregare consenso. Sul fatto che il partito abbia galleggiato negli ultimi tempi, mi sembra un’evidenza».

Il Pd va verso una nuova leadership anche a livello nazionale. Ha maturato una scelta?

«Per ora di ufficiale c’è solo la candidatura di Nicola Zingaretti, aspettiamo se arriverà quella di Marco Minniti, poi potrebbero esserci altre candidature minori. Non ho ancora deciso. Credo ci sia bisogno di rafforzare il profilo riformista e di dare al partito un’identità che negli ultimi anni è stata diluita. L’elettore oggi fatica a distinguere la direzione principale del Pd. E’ un’identità di cui ci dobbiamo riappropriare».

Parlando di temi nazionali, una sua valutazione sul primo semestre del governo Lega-5 stelle?

«Da appassionato di scrittori sudamericani, mi pare si stia vivendo una fase di realismo magico. Il giudizio, se non si vivesse in quest’atmosfera abbastanza surreale, sarebbe evidente. Senza che si siano ancora assunti provvedimenti significativi, si sono già prodotti danni drammatici sotto il profilo culturale, prima ancora che economico».

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