Dialetto al Don Bosco 
con La Fabbrica dei sogni

MACERATA - In scena la compagnia di Tolentino in una divertente commedia di Gianni Clementi

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L’intero cast

 

di Walter Cortella

Per il secondo appuntamento della Rassegna Gran Galà del dialetto, il teatro Don Bosco di Macerata ha ospitato la compagnia Fabbrica dei sogni di Tolentino che ha messo in scena la divertente commedia di Gianni Clementi “Grisù, Giuseppe e Maria”, nella versione in vernacolo maceratese di Quinto Romagnoli che ne ha curato anche la regia. La vicenda, ambientata nei primi anni ’50 nella frazione di Sforzacosta, ruota intorno alla figura del parroco don Nazzareno, interpretato dallo stesso Romagnoli, sempre occupato a risolvere i mille piccoli problemi che assillano i suoi parrocchiani. Ma questa volta il povero sacerdote è alle prese con un evento che rischia di mettere a soqquadro la pacifica esistenza del piccolo borgo. Filomena (Antonella Ruffini), donna nubile ormai matura e da tutti considerata grande esempio di virtù, scopre di essere incinta. La sua confidenza è una vera e propria bomba capace di destabilizzare la vita dell’intera collettività. Il responsabile di questa inaspettata gravidanza sarebbe il farmacista sor Edoardo (Claudio Sagretti), felicemente sposato e padre di quattro figli. Ancora una volta il parroco si fa carico di trovare una soluzione al delicato problema per salvare l’onore della sciagurata Filomena e l’immagine del farmacista. Per giorni si arrovella e finalmente riesce a concepire uno stratagemma risolutore che, se però dovesse fallire, lo esporrebbe alla severa censura del vescovo. Complice la concomitante gravidanza di Rosa (Gabriela Giammarini), sorella di Filomena, spera di far apparire il parto di quest’ultima come gemellare, ma affinché l’ardito piano riesca è necessario che le due donne portino a termine la gestazione più o meno negli stessi giorni. Tutto sembra quadrare, in fondo Rosa ha già cinque figli e nessuno può nutrire alcun sospetto, sebbene la poverina sia rimasta da poco vedova per la morte del marito nella miniera belga di Marcinelle. Purtroppo, questo storia ha un sottile legame con un fatto realmente accaduto: in quella tragica esplosione, avvenuta l’8 agosto 1956, tra le 136 vittime italiane ci furono anche due minatori marchigiani. Don Nazzareno è comunque fiducioso: il suo piano ha buone possibilità di successo. A conti fatti, tra i due lieti eventi ci potrebbe essere uno scarto di una o due settimane, ma in questo lasso di tempo è di vitale importanza che il primo nascituro rimanga nascosto in attesa del….fratellino.

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Don Nazzareno e Vincè

Quando la vicenda sembra potersi risolvere con buona pace di tutti, accade l’imprevedibile: il bambino di Filomena ha la pelle nera! La serenità domestica del farmacista è salva, nessuno potrà sospettare che il bambino sia suo ma la povera Rosa come potrà spiegare un parto…bicolore? A questo punto bisogna scoprire le carte: Filomena è costretta a confessare in camera caritatis che il piccolo è il frutto di un effimero rapporto con un marinaio di colore, incontrato nel porto di Ancona. Il complesso e delicato castello costruito da don Nazzareno sembra sul punto di crollare, ma con un po’ di fatalismo e di benevolenza popolare alla fine tutto si sistema. Come? Beh!, ritengo che sia meglio non svelare il piccolo segreto. Testo divertente, ben congegnato e ricco frizzanti gags e sagaci battute, patrimonio precipuo della cultura dialettale. I continui colpi di scena danno brio alla incredibile vicenda. Una bella interpretazione corale, con una segnalazione particolare per il protagonista principale (Quinto Romagnoli), a suo agio nel ruolo del prete, cui possiamo affiancare senz’altro Graziano Poggi, preziosissima spalla, nei panni dell’aspirante sagrestano, un po’ pasticcione ma assai volenteroso che alla fine realizza il sogno segreto di entrare in seminario, nonostante l’età avanzata e una grave menomazione fisica. Forte della lunga militanza teatrale e della notevole vis comica, è riuscito a dare credibilità, ad un personaggio di secondo piano, simpatico e molto ben caratterizzato.

DSC_8303-325x221Efficace e convincente l’interpretazione degli altri protagonisti. Due parole sulla scenografia, volutamente povera ma sicuramente in sintonia con lo stile degli arredi sacri dell’epoca. Tradizionali i costumi. Prima dello spettacolo, Quinto Romagnoli ha voluto ricordare pubblicamente la meritoria opera svolta dall’Anmil, attraverso i suoi instancabili volontari, a tutela dei numerosi mutilati e invalidi del lavoro.

(Foto di repertorio)


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