Jethro Tull all’arena Gigli:
il “flauto magico” è di Anderson

PORTO RECANATI - Il mitico flautista della band progressive ha portato nella città del litorale lo show per i 50 anni di carriera. Quasi due ore non stop in cui ha eseguito tutti i pezzi più famosi del gruppo con finale dedicato ad Aqualung

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Il concerto per i 50 anni di carriera dei Jethro Tull

 

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Ian Anderson con il suo mitico flauto

 

di Marco Ribechi

Un flauto risuona tra le mura dell’arena Gigli di Porto Recanati, e poi applausi. E’ l’inconfondibile melodia di Ian Anderson, leader dei Jethro Tull, la band che a partire dal 1968 contribuì a scrivere una delle più belle pagine della storia del rock e della musica moderna. Dopo lo scioglimento del gruppo e l’esperienza da solista nel 2017 Anderson annuncia di voler riportare il gruppo sulle scene, per celebrare i 50 anni di carriera con un tour mondiale che grazie alla Diade Produzioni fa tappa anche nella città del litorale maceratese, per regalare anche al pubblico locale l’appuntamento imperdibile con il mito. Quasi esaurito il cortile dell’arena con una platea composta da giovani e meno giovani a dimostrazione che la musica di Anderson e compagni ha saputo resistere al tempo e continua ad entusiasmare chiunque abbia la sensibilità di ascoltarla. Tutti i componenti della band originale, a causa dell’inesorabile scorrere del tempo, sono stati sostituiti da eccellenti musicisti capaci di lasciare inalterato il sound epocale e inconfondibile delle ballate rock folk tipiche dei Jethro Tull.

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Un momento del concerto

Al centro però resta lui, Ian Anderson, l’elfo cantastorie che nonostante i suoi 71 anni conserva ancora la carica e l’energia che lo ha portato a suonare migliaia di concerti in tutto il mondo. Sessanta milioni di dischi venduti, tanti i capolavori che il pubblico si aspetta di ascoltare nella magica notte. Puntuale come una locomotiva svizzera Anderson come da cartellone inizia il concerto alle 21 con il botteghino ancora affollato da chi ha deciso di comprare il biglietto all’ultimo momento. I segni del tempo sono visibili sul frontman che non ha più la folta capigliatura di una volta, anche il look non è più lo stesso, mancano i lunghi mantelli e gli scarponi con i lacci intrecciati che contraddistinguevano il suo stile eccentrico. Il modo di suonare il flauto però resta lo stesso: come un uccello trampoliere in piedi su una gamba sola e con l’altra a oscillare battendo il tempo sul ginocchio. Altre volte curvo con le gambe larghe oppure con un braccio disteso e l’indice a puntare verso il cielo. Anderson è sempre lui, istrionico, animato dall’incredibile voglia di suonare e trasmettere emozioni. Tra i primissimi brani arriva Song for Jeffrey, uno dei pezzi contenuti nell’album della ribalta This Was.

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Anderson e il bassista David Goodier

Poi il ricordo del primo batterista, Clive Bunker: «Amava suonare lunghissimi assoli per lasciare il pubblico a bocca aperta – spiega Anderson – oggi i batteristi non sanno più suonare». E via con Dharma for one seguita da A new day yesterday. Per ogni pezzo il musicista rivela qualche aneddoto, qualche curiosità della sua lunga carriera. Arriva Bourée, tipico adattamento progressive di un brano classico, in questo caso di Bach, e King Henry’s madrigal altra esecuzione strumentale di una composizione del re Enrico VIII. Con My god si sente che la voce tagliente e evocativa di Anderson è stata consumata dal tempo ma poco importa, onore a chi decide di non risparmiarsi e di continuare a portare in giro la propria musica con la forza di un adolescente. Dopo vari pezzi presi da altri album, una sintesi della composizione filosofica Thick as a Brick (disco di un’unica canzone in seguito divisa in due parti a causa dell’incisione su LP), che esalta i presenti, e Heavy Horses il concerto si avvia alla fine non prima però di eseguire i brani dell’album storico Aqualung, senza dubbio l’opera più conosciuta della band la cui copertina è stampata nella mente di qualsiasi appassionato. Proprio Aqualung e Locomotive breath chiudono lo show: un’ora e 40 minuti senza pause e senza bis. Anderson e compagni salutano il pubblico e se ne vanno tra gli applausi dei presenti tutti in piedi a salutare la figura quasi mitica dell’aedo flautista.

 

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Jethro Tull all’arena Gigli: il “flauto magico” è di Anderson

 


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