La sete di sangue umano
della feroce Zanzara Tigre

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Lei succhia e noi ci ammaliamo. Ma oggi, anche grazie alle ricerche dell’università di Camerino, siamo in grado di vincere contro simili rischi, compreso il peggiore, cioè la “Chikungunya”

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di Giancarlo Liuti

Dopo decenni d’ignoranza circa l’infernale potere della “zanzara tigre”, ora, purtroppo anche a mie spese, ne so finalmente qualcosa. Preceduto da un ronzio che non fa presagire nulla di buono, quest’insetto originario del Sudest Asiatico e proveniente dall’Albania comparve da noi una trentina d’anni fa e subito si mise al lavoro infilando il suo aculeo nella nostra pelle per succhiarne il sangue, una bevanda fortificante, questa,che gli è indispensabile per fare le uova e moltiplicare in tal modo le proprie milizie destinate all’occupazione – diurna, nel primo mattino o nel tardo pomeriggio – delle nostre case, non esclusa, ovviamente, la mia. E la circostanza che questa zanzara si chiami “tigre” la dice lunga sulla sua ferocia, nella quale eccellono quelle di genere femminile, che, come le nostre madri, sorelle e mogli, possiedono, per natura, uno spiccato spirito d’iniziativa.
In quale maniera la “zanzara tigre” è arrivata in Italia? Sembra nascosta nelle fibre dei pneumatici usati che importavamo dagli Usa, un fatto, questo, che se non avesse gravi conseguenze sulla nostra salute non dovrebbe preoccuparci più di tanto. Ma le gravi conseguenze ci sono, purtroppo. E riguardano non solo il virus “Zika”, che può infliggerci una specie di forte influenza, ma, in casi estremi, una brutta malattia, il cui nome, anch’esso brutto, è “Chikungunya”, un’affezione piuttosto rara, per fortuna, da noi, come del resto risulta dalla sua stessa “carta d’identità”, che ha molto di asiatico e ben poco di europeo.
La “Chikungunya”, comunque, ha fatto un salto pure in Italia e addirittura in forma di epidemia, come capitato nell’estate del 2007 in provincia di Ravenna, quando ne furono infettate più di duecento persone, ogni volta con febbre alta e insopportabili dolori alle articolazioni della durata di tre o quattro giorni. Anche Roma ne ha avuta esperienza, sempre anni fa, con una ventina di casi. Ma, se Dio vuole, le notizie riguardanti la nostra salute non hanno mai avuto niente da spartire con la “Chikungunya” e se qualcuno di noi ne ha sentito parlare è perché gliel’ha detto qualcuno di Roma per fargli capire che dalle nostre parti – ma questo me l’immaginavo – si campa meglio.
Veniamo ad oggi. Quest’anno, per fortuna, non si hanno ancora notizie della presenza di “Chikungunya” in Italia, ma intanto piace dire che le più avanzate ricerche in proposito vengono proprio dalle Marche, cioè dalla facoltà di veterinaria dell’Università di Camerino, dove, guidati dal professor Guido Favia, gli appena trentenni Aurelio Serrao, Claudia Damiani e Matteo Valsano hanno scoperto “Atlas”, un antizanzara biologico e non tossico che potrebbe avere effetti “taumaturgici” perfino sulla“Chikungunya” e che per questa ragione sta facendo il giro del mondo e suscita interesse anche presso la “Intellectual Venture” di Seattle. Noi saremmo la cosiddetta “provincia”, quella che fino a non molti anni fa era considerata di trascurabili risorse scientifiche rispetto alle grandi città come Roma e Milano? Ebbene, oggi non più. Siamone contenti e diamoci da fare.


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