Villamagna, lo splendore dei secoli
emerge dalle rovine di Urbisaglia
ARCHEOLOGIA - Incontro a palazzo De Vico: il professore Roberto Perna ha presentato i risultati più recenti degli scavi intorno all’insediamento rurale di età romana
di Maurizio Verdenelli
All’inizio era Pollentia (no Pollenza). Poi Villamagna, infine Urbisaglia. Gli anni dal primo secolo avanti Cristo fino al sesto secolo dopo. Quella grossa fazenda di oltre 2100 anni fa avrebbe resistito all’imperiale Urbs Salviae, capoluogo della Quinta Regio romana (le Marche) per quasi un secolo: l’agricoltura non mente, o meglio non mentiva. Ed avevano fatto bene gli Erreni, imprenditori agricoli dell’epoca, a scegliere quell’ameno poggio da dove si arrivava con lo sguardo sino ai Monti Azzurri. Famiglia agiata che teneva pure ad un certo stile. La grande ‘villa’ divisa in due –nella pars rustica si lavorava soprattutto alla produzione dell’olio- dove i proprietari si godevano l’agio che proveniva dalla terra. Togliendosi qualche sfizio architettonico-stilistico. Ecco dunque l’ingresso monumentalizzato, ecco le ampie recinzioni in laterizio, ecco i fondaci intonacati, ecco il meraviglioso ed ampio pavimento in mosaico fatto con ‘tesserine’ di color rosso e bianco ad imitare le ‘case nobili’ di qualche tempo prima. Insomma quando le antiche genti imitavano il tempo passato, l’antichità appunto. «Di mosaici abbiamo rinvenuto altre cospicue tracce», ha detto ieri sera il professor Roberto Perna che ha presentato ad una platea rigurgitante i risultati più recenti degli scavi intorno all’insediamento rurale di età romana a Villamagna. Facendo virtualmente “l’occhietto” alla sponsor Rosaria Del Balzo, presidente della Fondazione Carima. La quale ha fatto un balzo in avanti: «Non chiedetemi altri soldi subito (finanziamenti ci sono stati per ripulire gli affreschi nel parco archeologico urbisalviense, il più grande delle Marche): fatemi prima acclimatare». E Perna, serafico: «Significa che li chiederemo un po’ più avanti». Ma non tanto perché ad una stagione fa seguito subito un’altra, ad una campagna, un’altra considerata la iperquantità (è stato detto) di reperti scoperti che preludono ad altre importanti scoperte che rende un tutto unico Urbisaglia con Villamagna.
La consigliera comunale delegata alla Cultura, Cristina Arrà, che ha preso parte attiva agli scavi, ha chiesto da parte sua l’allargamento del parco dove operano tre guide turistiche anche se ha riconosciuto che a seguito del terremoto, il flusso dei visitatori si è notevolmente ridotto. In effetti lasciare ora sarebbe un peccato dopo vent’anni di lavoro e gli ultimi dieci, ancora più intensi, mentre nel biennio finale ha dato il massimo risultato l’equipe degli studenti di Unimc (autodefinitosi con ironia ‘ditta Sforzini’ visto il lavoro operaistico portato avanti con abnegazione) coordinata da Giorgio Postrioti della Soprintendenza archeologica delle Marche. E’ stato un lavoro pieno di successo ma sul quale grava un futuro incerto considerata la scarsità di fondi pubblici che in una situazione come questa da post sisma rende ancora più dura. Eppure le scoperte indurrebbero ad andare avanti: nella tenuta degli Erreni, i coloni più ricchi tra i tanti squattrinati che la riforma agraria greccana in quel secolo avanti Cristo aveva ‘liberato’ sulle campagne marchigiane: niente a che vedere con i ‘ricconi’ reduci delle guerre imperiali che poi verranno. Un gran bel viaggio quello dei giovani archeologici di Unimc a scoprire un picco lo grande tesoro di Dolia, i contenitori di olio presenti poi all’Abbadia) e tombe.
All’incontro ieri sera a Palazzo de Vico nell’istoriatissima, ma ahimè angusta data l’affluenza, biblioteca di Archeologia e Storia antica, nella sala Pernier, erano in tanti con il rettore Francesco Adornato, il soprintendente Carlo Birrozzi, il direttore del dipartimento di studi umanistici Carlo Pongetti, il presidente della Fondazione Giustiniani Bandini, proprietari delle aree, Giuseppe Sposetti. Che ha chiesto se fossero emerse tracce a Villamagna delle residenze dei monaci uccisi da Andrea Fortebraccio, noto come Braccio da Montone nel 1422 durante la sua avanzata (intralciata dall’abate Varano) verso L’Aquila dove poi troverà la morte all’assedio della città. Perna ha detto che fra i tanti reperti di ogni epoca, sul poggio, sicuramente molti appartenevano alle case dei religiosi messe a fuoco dal capitano umbro. All’incontro ha preso parte, silente però come un sottosegretario di governo ad un incontro tra banchieri, Pietro Marcolini, presidente dell’Istao cui l’archeologia chiede un’opera di mecenatismo. Per «far riemergere –ha detto Perna- lo splendore di secoli intorno ad Urbisaglia prima che nello splendido criptoportico, nel periodo del declino, le stalle occupassero gli spazi augusti dei protagonisti dell’Impero». Un po’ come capre e pastori, all’epoca dei papi, al foro romano.
