Le parole del “Paternostro”
ci aiutano ad amare la vita
RUBRICHE - Una preghiera che insegna a non cadere e a rialzarsi. E c’è qualcos’altro di nuovo rispetto al catechismo tradizionale: le tentazioni del male non vengono da Dio per metterci alla prova ma è Satana che ce le manda

di Giancarlo Liuti
Quando, da ragazzino, mia madre mi spediva dal confessore, quasi sempre il sacerdote iniziava con una domanda: «Ti sei toccato?». Era infatti soprattutto quello, la “sessualità solitaria”, il peccato di cui, se c’ero cascato, mi sarei dovuto pentire. In che modo? Anche con la penitenza di qualche “Ave Maria” e qualche “Paternostro”. E fu per tale ragione che in questo mio percorso di redenzione imparai a memoria le parole del “Paternostro”, la preghiera che talvolta, benché io, in fatto di fede, sia un “agnostico”, cioè uno che si tiene da parte, continuo anche adesso a mormorare fra me e me nei momenti difficili, forse nell’estrema illusione di ricevere un misterioso soccorso dall’alto dei cieli. “Non c’indurre in tentazione – così termina tale orazione – ma liberaci dal male”. E i mali – piccoli o grandi, nella vita mia come in quella di tutti – non mancano mai. Ma attenzione. In questi giorni s’è parlato spesso, in tv e nella stampa quotidiana, del “Paternostro”, con Papa Francesco che dicendo “Dio non è un tentatore” si è dissociato proprio dalla frase “Non c’indurre in tentazione”. Di fare il “tentatore”, afferma il Pontefice, non può essere il compito di Dio ma semmai è il mestiere di Satana, dal quale, per l’appunto, giungono le suggestioni del male. Un passo quasi “rivoluzionario”, questo, ben diverso da una plurisecolare consuetudine liturgica e adesso in sintonia con la modernità spirituale di Papa Francesco. Una modernità, la sua, preceduta da analoghe riflessioni di alcuni centri di pensiero religioso, fra i quali spicca – da maceratese mi piace metterlo in evidenza – il Centro Studi Biblici “Vannucci” di Montefano, dove operano frati dell’ordine dei “Servi di Maria” come padre Alberto e padre Riccardo, entrambi dotati di cultura ampia, profonda e coraggiosa (sì, coraggiosa: ricorderete l’aspro confronto che alcuni anni fa padre Alberto ebbe con l’allora vescovo di Macerata, un “passatista” che giunse a minacciare – addirittura per eresia ! – la chiusura del centro di Montefano, che invece – per grazia o, meglio, per “fortuna” di Dio – continua ad essere un salutare approdo per tante coscienze). Nel “Paternostro” c’è insomma una frase – “non ci indurre in tentazione” – che a giudizio degli esegeti moderni la liturgia tradizionale non ha tradotto correttamente dal greco e dal latino alterandone così il vero significato. «E’ solo per colpa nostra se cadiamo – dice l’attuale Pontefice – non è il Padreterno a tentare di farci cadere. Lui, al contrario, aiuta a rialzarci». E qui mi fermo, nella speranza che tale questione susciti un po’ d’interesse fra i credenti e anche fra i non credenti, tutti oggigiorno assillati da altri e pressanti problemi dovuti al vacillamento di molti valori dello spirito ma ben saldi per quanto riguarda il valore del denaro. Dedicare tuttavia un po’ di spazio, ogni tanto, ad argomenti che inducano meditare sulla sempre meno facile “professione di vivere” può essere uno sprone a partecipare alla comune “fatica” di andare avanti senza smarrire la strada.
Confessione. Bene, allora non si sapeva, ma ora si sa che qualche sacerdote è pedofilo.
veramente, se vogliamo essere pignoli, anche la richiesta del pane quotidiano è sbagliata. Il pane è un alimento molto incompleto. Sarebbe più corretto chiedere riso integrale, legumi, frutta e verdura… si allungherebbe un po’ ma neanche tanto… un padre che desse da mangiare ai figli solo pane sarebbe uno sciagurato… quando verrà un papa che dirà alla gente: pregate con parole vostre? al posto di questo gesuita della pampa che non sa un accidente di greco e si mette pure a criticare la traduzione…
Già adesso molti sacerdoti suggeriscono di modificare la frase “Non ci indurre in tentazione” con la frase “Non ci abbandonare nelle tentazioni”.
è veramente grottesco… nelle preghiere il significato delle parole è irrilevante, tutto sta nel moto del cuore: che cosa si può dire a Dio che non sappia già?… quanto poi al fatto che un padre non mette alla prova i propri figli, bè questa è un’enormità incredibile: l’ardua, assurda vita mortale per il cristiano è tutta una prova, un esame d’ammissione alla vera vita eterna… va bene l’età, ma da un papa si pretenderebbe almeno che ricordasse qualcosa del sacrificio d’Isacco.
«Una religione è viva solo prima dell’elaborazione delle sue preghiere.»
(Emil Cioran)
Comunque qualsiasi grecista che abbia terminato la quinta ginnasio sa che quella frase nel testo italiano del Padre Nostro che tutti conoscono e’ tradotta in modo assolutamente letterale e puntuale, perche’ eisferein significa esattamente “portare dentro” e peirasmòn e’ appunto la prova, la tentazione. Cio’ che si chiede a D.io e’ di non mettere alla prova l’uomo, di non voler sperimentare se, messo appunto alla prova, esso cedera’ al male. Detto questo e’ evidente che se il Bergoglio non puo’ avere da ridire sulla resa del testo, e’ in effetti sul contenuto che ha da ridire.
Ma allora la sua critica non si rivolge all’inappuntabile lavoro del traduttore, bensi’ alle parole di G.esu’, che secondo la fede di Bergoglio ha dettato personalmente quella preghiera e che, sempre secondo tale fede, altri non e’ che la seconda persona della Trinita’ cioe’ D.io stesso. A mio avviso uno scontro teologico con D.io in persona sarebbe duro da sostenere anche per il suo ben piu’ ferrato predecessore… fossi in Bergoglio mi dedicherei ad altre attivita’ piu’ alla mia portata…
Il padreterno si rassegnerà, Pavoni, non appena i suoi avvocati gli avranno spiegato che, in questi tempi di politically correct, quell’eisferein e quel peirasmòn tradotti alla lettera potrebbero anche costargli la potestà genitoriale.