L’Enrico IV egocentrico e delirante
chiude il festival Macerata teatro
RECENSIONE - La 49esima edizione della rassegna, dopo la cerimonia della consegna dei premi, si è conclusa con l’esibizione della compagnia C.T.R. che ha messo in scena, con la regia curata da Paolo Nanni, una particolare versione del capolavoro di Luigi Pirandello

Il cast di Enrico IV

di Walter Cortella
(Foto di scena di Ettore Lambertucci)
Nel solco della tradizione, la 49ª edizione del festival Macerata Teatro si è conclusa, dopo la cerimonia della consegna dei premi, con l’esibizione della compagnia C.T.R. che ha messo in scena, con la regia curata da Paolo Nanni, l’Enrico IV di Luigi Pirandello, un fosco dramma scritto nel 1921 e considerato da sempre il capolavoro del drammaturgo siciliano. Il giovane regista maceratese ha rivisitato l’opera e ne ha fornito una lettura particolare. «Ho voluto presentare un Enrico egocentrico – ha spiegato -, molto vicino all’uomo contemporaneo, cercando di raccontarne l’ossessivo delirio mentre insegue i suoi sogni, fino a giungere al punto di sostituire la realtà quotidiana con una rassicurante finzione. Ho apportato alcune sostanziali modifiche che sono funzionali al mio personale punto di osservazione della vicenda, lasciando immutato il testo originale. Mi rendo conto che questa chiave di lettura può essere accolta con qualche riserva da parte dei puristi, ma in questi anni ho maturato l’idea che il teatro non debba limitarsi a riproporre un’opera così come l’ha concepita il suo autore. Il regista può e deve cercare in essa contenuti «altri» che si celano nella sua trama. Questa operazione consente di approfondire la conoscenza dell’autore, del suo pensiero e di mantenere sempre attuale la sua opera».
Nanni, in questo allestimento, ha introdotto un prologo ed ha ribaltato il finale. Non solo, ma ha dato anche maggiore spessore al ruolo dei quattro falsi armigeri che custodiscono e assecondano Enrico nel suo volontario isolamento. Ma vediamo più da vicino chi è questo Enrico IV. È un personaggio esistito nella realtà, fu re dei Franchi e imperatore del Sacro Romano Impero nell’XI secolo, ma che rivive sulla scena grazie ad un nobile italiano del ’900, interpretato da Piergiorgio Pietroni, che ne indossa i panni durante una parata storica per il carnevale. Alla rievocazione partecipano, tra gli altri, anche la sua amata, la marchesa Matilde di Spina (Antonella Gentili) e il barone Tito Belcredi (Nando Bianchini). Per cause fortuite, il nobile cade da cavallo e, battendo la nuca, perde il lume della ragione, rimanendo per lunghi anni in un profondo stato confusionale. Vive rinchiuso in un falso castello medievale, persuaso di essere davvero l’imperatore Enrico IV di Franconia, assecondato nella finzione dal giovane nipote, il marchesino Carlo di Nolli (Daniele Coacci), che ha assoldato armigeri e falsi consiglieri per alleviarne le sofferenze. Ma una volta guarito, Enrico si convince che la sua caduta è stata provocata dal barone, suo rivale in amore, che di fatto è riuscito in seguito a conquistare il cuore della marchesa. Sconvolto da questa scoperta, si rifiuta di accettare la dolorosa realtà e decide di continuare a fingersi pazzo e di vivere nascosto dietro la maschera. Questo è l’antefatto e qui inizia lo spettacolo con il prologo introdotto da Nanni.
La scena iniziale del ballo di Carlo e Frida (Maria V. Dominioni), figlia di Matilde, nella sala del trono, richiama alla mente l’infelice legame amoroso di un tempo tra la stessa Matilde e lo sfortunato nobiluomo protagonista della vicenda. La svolta avviene dopo altri anni di solitudine, quando al castello giungono in visita il barone Tito e la marchesa Matilde, con la loro la bella figlia Frida, accompagnati dal marchesino, suo innamorato, e da un medico (Fulvia Zampa). Scopo della visita è quello di provocare, con un forte trauma emotivo, il ritorno dell’uomo alla normalità, strappandolo alla sua follia, vera o presunta. Enrico, turbato nel vedere la sua ex donna con lo stesso costume di allora, ma ancor più dalla visione della giovane Frida, quasi copia perfetta della madre, svela il suo segreto: una volta rinsavito, perché tornare nel mondo reale e godere i miseri avanzi del banchetto della vita? Lo spettro della nuova realtà sgomenta l’infelice Enrico che uccide Matilde, e non il barone Tito, come nel finale pirandelliano, spinto più dall’ossessione che da gelosia o da spirito di vendetta. Ora, davvero, non c’è altro rimedio che rientrare definitivamente nel mondo della follia. La finzione lascia il posto ad una nuova realtà.
La tragedia si trasforma in dramma della storia, cioè del tempo in cui l’individuo vive completamente isolato, incapace di stare nel presente, di ricostruire il suo passato e di proiettarsi nel futuro. La finzione genera una nuova realtà che si concretizza nel suo amore per Frida, nella quale egli rivede la «sua» Matilde di un tempo. Come già detto, si può disquisire sulla liceità delle innovazioni introdotte da Paolo Nanni, possono essere accolte come possono essere rigettate. «Finora ho avuto molte attestazioni di apprezzamento per questo mio allestimento – ha commentato il regista – con un paio di critiche che non mi distolgono più di tanto dall’idea che ho del teatro. Può accadere che qualcuno possa rimanere perplesso dallo spettacolo nel suo insieme, ma ritengo che ciò sia dovuto alla delicata alchimia che pregna tutta la messa in scena. Ho puntato molto sulla sinergia tra il testo, la cupa scenografia di Laura Perini, i costumi di Tiziana Patrizi, gli effetti luce di Giulia Ausili, il trucco di Vanina Pizii e, non ultima, l’interpretazione individuale e corale. L’allestimento è risultato, così, un meccanismo sofisticato, di alta precisione. Se per una ragione qualunque una rotella non gira a dovere, esso si inceppa e allora può accadere che lo spettatore non riesca a cogliere le volute suggestioni». Debbo ammettere che qualche mese fa rimasi poco soddisfatto dalla esibizione al «Don Bosco». Probabilmente i meccanismi di cui sopra non erano ancora a punto. La performance del Lauro Rossi invece, che arriva dopo un proficuo rodaggio, mi ha convinto appieno e ritengo che sia stata apprezzata anche dal pubblico del Festival. Così la riuscita kermesse maceratese può andare in archivio con soddisfazione di tutti e il C.T.R. può affrontare con serenità la corrente stagione teatrale.