La “dittatura” dell’economia
sta rendendo più triste la vita

L’errore di dare importanza solo ai valori materiali trascurando quelli immateriali. Una vecchia ma ancora attuale poesia in dialetto maceratese di Giordano De Angelis
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di Giancarlo Liuti

Oltre la metà della ricchezza nazionale appartiene al dieci per cento delle famiglie italiane mentre il novanta per cento si rassegna a dividersi ciò che resta. E non solo. Secondo l’Istat, la “povertà assoluta” colpisce il sei per cento delle famiglie, una cifra, questa, che due anni fa era inferiore. E per quanto riguarda  l’eccessiva diseguaglianza sociale, sempre l’Istat segnala che un “top manager” incassa 4 milioni e 326 mila euro lordi l’anno, mentre un suo dipendente deve accontentarsi, sempre lordi, di 26 mila euro.

Lungi da me, ovviamente, l’idea che tutto questo sia giusto e non offenda quel fondamentale concetto di equità che entro certi limiti dovrebbe caratterizzare la comunità nazionale. Esso, comunque, riguarda solo i beni materiali – l’economia, appunto – e dimentica che nella vita di ciascuno di noi contano, molto di più, i beni immateriali, l’amicizia sincera, l’amore ricambiato, la solidarietà disinteressata, la fede nell’ultraterreno, il fascino di ciò che s’immagina bello, il forte legame di cuore fra genitori e figli.

Giordano De Angelis

Giordano De Angelis

Valori, questi, che ci sono anche fra i poveri e possono non esserci, o esserci poco, anche fra i ricchi. Valori che quando ci sono suscitano in chi li ha sentimenti non dico di felicità – parola troppo grossa – ma certamente di relativa serenità nella vita a prescindere dagli agi materiali. Con ciò non intendo dire che l’economia non abbia il suo peso, ma mi ribello alla sua “dittatura”. La vita, insomma, non è un conto in banca.

A queste riflessioni sono stato indotto da una poesia in dialetto maceratese che Giordano De Angelis ha scritto trent’anni fa ma è ancora attuale e, anzi, più attuale di ieri. Essa s’intitola “Vardasci”, cioè bambini o ragazzini (oggi, in ossequio al mito dell’eterna giovinezza, si chiamano ragazzi pure i quarantenni) e i suoi  due protagonisti, uno ricco e uno povero, si son conosciuti per caso, il ricco vedendo passare il povero  davanti alla sua villa e il povero fermandosi ad ammirare quel lusso.

 

– Comme te chiami? – Gigio. E tu? – Joà.

– Perché no’ bbocchi? Daje. Vé’ a ghjocà.

– Che bella villa! Un pratu scunvinatu.

Ce statìa più jocattuli che fiuri.

Gìgio era rmastu, per u’ mbò ‘ngantatu.

“Se che vurdì ésse fiji de signori …

Cià pròbbio tutto. Non gné manga niente.

Jochi. Magnà. Tutto lo vè’ de Dio.

‘Nvece li fiji de la pòra jènde …

A pòstu sua? Certo che ce starìo!”

Un ghjornu, Gìgio java co’ la matre:

ngondra, pe’ strada, sci, pròbbio Joà.

Senza rajò, li vracci je se apre.

Jé còre ingondro. Lu vòle bbraccià.

– O ma’, quistu adè riccu più d’u’ Re.

Joà se chiama. Adè un combagnu mia.

Cià ‘na villa! …Adè tutta da vedé …

Adè lu più condéndu che ce sia.

E’ tandu vònu. Fa jocà anghe a me.

Se so’ purìttu, gnènde je ne ‘mborta.

Questa adè mamma. Quessa llì chj adè?  –

La governande … mamma mia adè morta. –

Fin qui il testo dell’amico Giordano ed è superfluo sottolineare che il messaggio umano e sociale sta per intero nei due ultimi versi, quando Gigio e sua madre incontrano Joà, anche lui accompagnato da una donna. Gli chiede allora Gigio: “Questa adè mamma. Quessa lì chi adè?”. E Joà: “La governante … mamma  mia adè morta”. Joà vive nel lusso, Gigio in povertà. Ma la vita sorride di più a Gigio, che continua a godere dell’affetto – immateriale, nient’affatto “economico” – della mamma.



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