Il mesto destino di via Cioci
fra errori pubblici e droghe

Fratelli che non erano fratelli, Macerata che non sa ricordare, la crescente diffusione di nuove sostanze stupefacenti
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di Giancarlo Liuti

A Macerata c’è una lunga e panoramica strada pianeggiante che dal monumento della Resistenza si ricongiunge con via Roma pressappoco all’altezza della rotatoria per via Mattei. Fino agli anni settanta del secolo scorso questa strada non era asfaltata e la si poteva considerare quasi un viottolo di campagna, ma poi col passare del tempo acquisì una sua particolare importanza soprattutto come sede, oggi, lungo di essa o nelle sue immediate adiacenze, di ben quattro scuole superiori: il Liceo artistico, l’Istituto tecnico commerciale, l’Istituto tecnico per geometri e l’Istituto tecnico per attività sociali. Come si chiama questa strada? In tutte le mappe della città, in tutti gli elenchi telefonici e in tutti gli indirizzi postali si chiama “via Fratelli Cioci”, che secondo una recente indicazione ufficiale dovrebbero essere Piero e Lorenzo Cioci. Errore: non erano fratelli, Piero era il padre di Lorenzo. E per quale ragione il Comune decise di dedicargli una via? Mistero. Qualcuno immagina che fossero partigiani uccisi dai tedeschi (falso), altri che fossero combattenti della prima guerra mondiale (falso anche questo). Se si chiedono notizie in Comune, le risposte sono evasive. Possibile che la civica amministrazione abbia dedicato una via a due suoi cittadini senza saper quasi nulla di loro? Possibile, almeno a Macerata.
In questi giorni a Mirandola, presso Modena, è in corso un convegno storico e culturale nel nome, appunto, di Pico della Mirandola, l’umanista e filosofo quattrocentesco che divenne celebre soprattutto per la straordinaria memoria, l’eccezionale capacità di ricordare. L’etimologia della parola “ricordo” sta nel latino “cor-cordis”: cuore. Chi ha memoria, quindi, custodisce qualcosa o qualcuno nel cuore. Per cui mi si lasci dire che una città con poca memoria di se stessa è una città con poco cuore. E questo è il caso, purtroppo, di Macerata. Non soltanto per i fratelli Cioci che fratelli non erano, ma per altri personaggi della sua storia anche piuttosto recente. Si pensi all’oblio ultradecennale calato sulla figura del notaio e benefattore Augusto Marchesini e su quella dell’archivista e paleografo di valore nazionale Amedeo Ricci cui in notevole parte si deve il prestigio della biblioteca Mozzi-Borgetti.

Via Cioci

Via Cioci

E chi furono, allora, questi supposti fratelli Cioci che fratelli non erano? Mistero. E se io non fossi stato premurosamente assistito da una “giornalista” più brava di me che si chiama Giovanna ed è mia moglie, il mistero non sarebbe stato svelato. Cominciamo col dire che essi appartenevano alla famiglia nella quale figurava anche l’imprenditore che al culmine di via Garibaldi e alla base del palazzo di sua proprietà produceva tra l’altro ottima birra e, siccome negli anni cinquanta le case non erano ancora dotate di frigorifero, grosse stecche di ghiaccio (d’estate mio padre mi spediva ogni giorno a comprarne un paio). E più tardi, in via Carradori, divenni amico di Leonardo Cioci, che chiamavamo “Cioció” per via della sua imponente struttura fisica (faceva atletica, era un campione nel getto del peso).
Dove si trovavano, durante la guerra mondiale, Piero e il figlio Lorenzo? Entrambi al fronte. Lorenzo, appena laureato ingegnere e arruolatosi negli alpini grazie al suo grande amore per la montagna, era in Russia, dove, nel gennaio del ’42, trovò la morte nella rovinosa ritirata dal Don delle nostre truppe male equipaggiate. Il tenente Piero, invece, stava in Grecia, da dove, nel ’43, a causa del cattivo andamento, per noi, della guerra, partì coi suoi commilitoni a bordo di una nave per tornare in Italia, ma la nave fu colpita dai siluri di un sommergibile inglese, affondò nell’Egeo e fra gli altri vi perse la vita anche lui. Questa, molto in sintesi e con qualche vaghezza, la tragica storia che li accomunò agli oltre duecentomila soldati italiani caduti nel secondo conflitto mondiale. S’è detto della passione di Lorenzo per la montagna. Ed ecco perché sua madre fece poi costruire a sue spese le “Baite Cioci” a Ragnolo, sui Sibillini.
Stabilito che via Cioci non deve chiamarsi “Fratelli Cioci” ma “Piero e Lorenzo Cioci”, io sono felice di abitarci se non altro per lo splendido panorama che si gode dalla vallata del Chienti verso Corridonia fino al Vettore e alla Maiella. Ma ultimamente c’è stata una brutta notizia. Il Sert – Servizio per le Tossicodipendenze – diretto da Giovanni Giuli ha infatti lanciato un allarme sul crescente consumo fra i ragazzi dai tredici anni in su dei cosiddetti cannabinoidi sintetici, sostanze che moltiplicano gli effetti della marijuana e dell’hashish provocando psicosi. E in quali luoghi di Macerata il commercio e il consumo di tali sostanze sono più prosperi? In particolare da piazza Garibaldi e lungo tutta via Cioci, a partire dagli anfratti verdi attigui al monumento della Resistenza (proprio lì la polizia ha scoperto cinque minorenni che fumavano canne e li ha denunciati). Da via Cioci, dunque, la mia cara strada rischia di tramutarsi in via “ciociaina”? E non sarà per la presenza in questa zona dei già detti istituti d’istruzione superiore frequentati nell’anno scolastico da almeno un centinaio di ragazzi, non pochi dei quali si danno convegno prima o dopo la scuola con spacciatori? E non sarà che alcuni di loro vi si rechino, in preda a deliri chimici, anche di notte, abbandonandosi, come accade dopo le “movide”, a vandalismi d’ogni genere, panchine divelte e corrimano scaraventati sulla sottostante Fontescodella? Inutile scandalizzarsene. Così, purtroppo, va il mondo.



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