Il “nero” degli imprenditori
e le “spese pazze” dei politici

Il 98 per cento delle aziende private è fuori norma e su molti consiglieri regionali grava l’accusa di non aver correttamente utilizzato certi fondi pubblici. Un amaro giudizio sulla illegalità della nostra società

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di Giancarlo Liuti

Non è la prima volta che m’azzardo a parlare dei rapporti fra la politica e la società civile facendo presente che, per quanto siano riprovevoli le malefatte dei politici, le colpe della società civile, ossia le nostre, non sono certamente meno gravi e anzi lo sono di più, se non altro per il fatto che siamo noi, società civile, a creare la classe politica facendoci rappresentare e governare da essa secondo le nostre aspettative individuali, non ultima l’intenzione di ottenerne favori o, nei casi peggiori, vantaggi di natura corruttiva.

Per quanto concerne la società civile si è ultimamente saputo – dati ufficiali – che nella nostra provincia e nei primi tre mesi di quest’anno la Direzione territoriale del lavoro di Macerata guidata da Pierluigi Rausei ha scoperto che oltre il 98 per cento delle 306 attività imprenditoriali ispezionate è “fuori legge” a causa di varie irregolarità nei confronti dei loro dipendenti, irregolarità fra le quali spicca il cosiddetto “lavoro nero”. E impressionanti sono le cifre dell’intero 2015, con 1.342 aziende ispezionate e ben 1.161 (l’83,7 per cento!) irregolari, soprattutto nel campo dell’edilizia e del commercio. C’entrerà pure la crisi economica, intendiamoci, con la difficoltà degli imprenditori di far quadrare i conti e la disponibilità dei tanti che cercano lavoro di accettare qualsiasi condizione. Ma la legalità va a farsi friggere e una società civile che della legalità se ne frega è ben lontana dal potersi definire “civile”. Tuttavia, ripeto, il prezzo da pagare alla crisi continua ad essere altissimo e può darsi che se fossimo tutti “legalitari” e non approfittassimo di qualche scappatoia le cose andrebbero pure peggio. Chissà. Sarei curioso però di sapere quale fosse la situazione quando la crisi non era ancora arrivata, cioè otto anni fa. Era certamente migliore di quella di oggi, ma ho il vago sospetto che migliore non lo fosse tantissimo perché, diciamocelo, la legalità, noi italiani, non l’abbiamo mai intesa come suprema virtù del vivere insieme ma come ostacolo alla nostra plurisecolare natura individualistica e priva di una vera “mentalità sociale”. Un severo giudizio, questo, che agli inizi dell’Ottocento fu espresso pure da Giacomo Leopardi nel suo celebre trattato sui costumi degli italiani. Neanch’io sono innocente allorquando mi capita di aver bisogno di qualche lavoretto in casa e al momento di saldare il conto mi si dice: “Niente fattura, sono trenta euro, me li dia in contante”. Che faccio? Sto al gioco. Così siamo entrambi “contra legem”, io e lui, idraulico, elettricista, piastrellista o imbianchino che sia. Moltissimi italiani, insomma, non vedono di buon occhio gli emigranti di pelle “nera”, ma quando si tratta di soldi il colore che piace di più è proprio il “nero”.

Torniamo ai politici, dei quali non c’è giorno che su scala nazionale non si abbia notizia di loro “marachelle” (eufemismo) con tanto di indagini, avvisi di garanzia, intercettazioni, rinvii a giudizio e talvolta arresti. La qual cosa dimostra che l’illegalità alligna pure nella classe politica e ad ogni livello, dalle pubbliche amministrazioni regionali, provinciali e comunali fino al governo e al parlamento. Limitandomi ora alle Marche si fa un gran parlare, da tempo, delle vicende penali a carico di molti consiglieri regionali, alcuni dei quali hanno optato per il rito abbreviato mentre per gli altri si profila un processo normale. In che cosa sarebbe consistita la loro colpa? Presto detto. Ogni consigliere riceve dalla Regione una specie di “stipendio” in denaro pubblico che poi, giunto a destinazione, diventa privato e il destinatario è libero di farci quel che gli pare. Oltre a questo, però, i consiglieri ricevono un contributo da utilizzare esclusivamente per fini pubblici, ossia per eventuali e ulteriori attività collegate alla Regione. Denaro pubblico, ripeto, che resta tale e non può essere usato per scopi privati. La loro colpa, quindi, è di averlo utilizzato – in buona fede? – per manifestazioni di partito, ricerca di consenso elettorale e, parecchi di loro, per scopi assolutamente personali quali viaggi con famiglia, serate in discoteca, spettacoli teatrali, cene al ristorante, abiti, ritiri spirituali e perfino l’acquisto di mimose per la festa dell’8 marzo. “Spese pazze”, le hanno chiamate i giornali, forse con un pizzico di esagerazione considerando la relativa modestia degli importi. Codice alla mano, comunque, potremmo essere al cospetto di quel pesante reato che porta il nome di “peculato”. Ed è appunto questa, per ora, l’imputazione, anche se dagli ambienti della magistratura inquirente sembra trapelare l’idea che non si tratti di un vero “ladrocinio” ma invece di un semplice “sviamento” di fondi. Staremo a vedere. Ognuno di noi, a questo punto, può farsi un’ opinione. E tenendo presenti gli umori dell’opinione pubblica nazionale nei confronti della classe politica in generale immagino che anche in questo specifico caso le opinioni non siano affatto di “amorosi sensi”. Così stanno le cose e i nostri rappresentanti non dovrebbero lamentarsi di non essere abbastanza stimati dalla gente comune perché, come dice un vecchio adagio, chi è causa del suo mal pianga se stesso. Tuttavia la gente comune, alla quale appartengo anch’io, farebbe bene a riflettere sulla maggior gravità dei dati che ho sopra riferito e che non riguardano gli amministratori pubblici ma la grossa maggioranza degli imprenditori privati. Da qualunque parte la si guardi, insomma, la nostra povera Italia è, in fatto di legalità, assai sgangherata.


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