Nei suoi ultimi giorni, Enrico Mattei
aveva pensato ad un progetto in Mali

Giuseppe Accorinti, già Ad di Agip, racconta la sua missione a Bamako, inviato dal Principale. Un disegno preveggente che nasceva nel quadro post coloniale. “Il Principale faceva politica estera e noi, dell’Eni contavamo più della nostra diplomazia”. “Seppi della tragedia di Bascapè a casa del delegato dell’Onu”

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Il dottor Giuseppe Accorinti, 86 anni, già amministratore delegato di Agip, è uno degli ultimi ‘Ragazzi di Mattei’. Parteciperà venerdì prossimo a Terni,(in piazza della Repubblica, 1, alle 18,30, nella sala video conferenze della Bct nel contesto della rassegna UmbriaLibri), con Maurizio Verdenelli (autore), Lucio Biagioni e Vincenzo Taffo (patron Nsc, è stato il più giovane capocantiere Eni nel mondo), alla presentazione di ‘Enrico Mattei, il futuro tradito’ (Ilari editore).  Al libro Accorinti ha autorevolmente collaborato con la sua preziosa testimonianza. Una grande esperienza nell’Eni che lo ha visto anche in Mali, il paese africano toccato ora dalla strategia del terrore dopo Parigi. Volentieri ha acconsentito alla richiesta di parlarne proprio in relazione ad Enrico Mattei.

 

 

 

di Giuseppe Accorinti

L’ultima volta che incontrai il Principale  al 20. piano del Palazzo Eni a Roma era la fine del settembre 1962: eravamo soli. Lui aveva voluto vedermi avendo saputo che ero appena tornato dal Mali e che avevo detto ai miei capi (Melodia, Dg Estero e Milardi, Africa) che il paese era molto povero e realizzare una rete di stazioni di servizio, anche poche, sembrava a me assolutamente non conveniente. Entrando nella sua stanza, Mattei fece una ‘cosa’ che non gli avevo mai visto fare, eppure l’avevo incontrato tante volte: ricordo che in una settimana dell’aprile di quell’anno mi aveva fatto chiamare cinque volte! Ebbene lasciò la sua scrivania per sedersi in poltrona invitandomi ad accomodarmi su un divano davanti a Lui.
E cominciò: “Sei stato in Mali dunque: quand’eri un ragazzo avresti mai pensato che un giorno saresti andato a  vedere paesi così lontani? Raccontami, allora”.
Ed io raccontai quanto avevo visto. Veramente avevo girato nelle zone più trafficate del Paese (Timbuctu, Gao). La colonizzazione francese aveva fatto strade larghe 15 metri ma di questi solo 5 erano asfaltati: per preservare le strade durante le piogge ogni 20 Km. c’erano i barrage de pluie che fermavano la circolazione fino a 6 ore dopo la fine della pioggia (un barrage toccò a me, ma sarebbe troppo lungo parlarne).

Giuseppe Accorinti

Giuseppe Accorinti

Man mano che descrivevo a Mattei quel mio viaggio, mi rendevo conto che Lui era effettivamente molto interessato al Mali. Allora io, che non ero certo un autolesionista, di pari passo rettificavo gradualmente il giudizio negativo che mi ero fatto di quella nazione africana. Alla fine il principale mi disse: “Hai trovato il terreno per un deposito?”. A quel punto non potei fare a meno di dirgli che non pensavo proprio di localizzare un deposito a Bamako perché c’era già un deposito Mobil che serviva tutte le società presenti (Mobil, Shell, Total). Avrei dunque chiesto benzina e gasolio in Mali e avrei fatto la restituzione in Italia o in Tunisia.
Restai dunque senza fiato quando Mattei mi rispose usando un aggettivo diminutivo (per Lui tutto era sempre troppo piccolo: in Italia, ad esempio, dovevamo fare le stazioni di servizio Agip su grandi terreni perché non dovevamo pensare alle vendite di lì a  5/10 anni ma a 15/20 anni!): “No,no: fai un depositino, così non ci manda più via più nessuno…”.
E naturalmente concluse: “Ritorna subito in Mali e fammi sapere”.
Ed allora capii perché aveva voluto gratificarmi facendomi sedere su un divano annullando per un momento la distanza siderale tra Lui e me: quella ‘manovra’ davvero di gentilezza autentica era servita anche a caricarmi per quella nuova missione in Africa che naturalmente aveva ben chiara sin dall’inizio. Magari avrebbe potuto dire, lui il presidente dell’Eni, al giovanissimo dirigente che ero: “Non mi fare perdere tempo: torna in Malì e fai il progetto!”.
Sapeva come ottenere il massimo dai suoi collaboratori, con umanità soprattutto. Così mi congedò con un “BUONAFORTUNA”. Nel mio cuore e nella mia mente, stavo già volando in Africa…
Qualche settimana a fine ottobre ripartii per il Mali. Arrivai a Bamako il giorno 26 . Presi alloggio in un c.d. grande Albergo –non quello che ho visto in Tv preso d’assalto dai terroristi – dove c’era anche il crew dell’Air Mali che mi aveva portato da Abidjan a Bamako: un ‘Iluiscin 14’, l’imitazione russa del DC3 americano. Anche i piloti erano sovietici da quando il Presidente Modibo Keita -uomo di sinistra- aveva preso le distanze dalla Francia (per sottolineare la frattura aveva fatto saltare il tratto ferroviario da Bamako a Dakar; un collegamento vitale al mare) aveva chiesto assistenza ai Russi che arrivarono in forze. E come moneta, anziché il franco CFA come in tutti i Paesi del West Africa ex Francese, scelse un franco Maliano che poteva circolare solo all’interno del Paese.
Taglio corto: il mattino del 28 ottobre trovai un messaggio in portineria da parte del delegato dell’Onu in Mali, un funzionario polacco, che m’invitava a prendere un caffè. Non sospettavo che neppure esistesse un rappresentante delle Nazioni Unite in Mali, lui invece sapeva tutto di noi dell’Eni (eravamo seguiti, no?!). Entrato in casa mi chiese subito se io fossi a conoscenza delle ultime novità dall’Italia. ‘No’, la risposta. Allora mi fece entrare in casa e fattomi sedere, mi diede la notizia della morte dell’ingegner Mattei, la sera prima. Fu per me un autentico choc. A mia immediata richiesta, il delegato Onu si collegò con Radio Bari, l’unica che poteva essere sentita in Africa. Era tuttavia domenica e quindi dovetti aspettare il ‘91 del campionato di calcio prima che fosse mandato in onda il giornale radio. Sconvolto, tornai dall’albergo a Roma per sapere se dovessi continuare la missione ed incontrare il ministro. Milardi mi rispose di sì e quindi non potei essere a Roma al funerale del nostro presidente e fondatore.
Provo a sintetizzare in conclusione. Perché Enrico Mattei era interessato al Mali? Lui non me lo aveva detto ma lo compresi dopo. Perché era il primo paese dell’Africa Francese che aveva “osato” ribellarsi alla soggezione, essenzialmente finanziaria, della Francia colonizzatrice. In quel quadrante Africano tanti erano i piccoli Paesi ex francesi per cui il Mali come esperimento di sinistra avrebbe potuto anche costituire un precedente da seguire: perciò Mattei voleva già esserci. Non c’è dubbio che Lui facesse (anche) politica estera e che avesse pure una visione diversa e più ampia da quella del ministro degli Esteri italiano. Non a caso mi aveva detto due volte, significativamente, quella volta nel suo ufficio: “Non ci andare dal nostro ambasciatore perché tanto non ti aiuta”. Ed era proprio così perché il nostro diplomatico rappresentava una nazione che aveva perso la guerra. Invece noi dell’Agip inviati dal grande Mattei non avevamo alcun problema:. Per anni in quell’area africana appartenuta alla Francia, ci hanno chiamati “les garcons de Matte”: I ragazzi di Mattei.


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