Elogio della depressione

L'ANALISI - Le reazioni emotive forti come quelle successive ai fatti di Parigi spingono l’individuo a intensificare le relazioni affettive

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Adelio Bravi

 

di Adelio Bravi*

Le corrispondenze da Parigi, le più accorte, all’indomani degli attentati, riferiscono un aspetto che forse merita di essere sottolineato. Le reazioni emotive dei parigini che vengono soprattutto descritte riguardano la paura, l’ansia, lo stress e la rabbia, ma nel quadro complessivo, emerge anche in maniera molto evidente la presenza di un’altra emozione importante: la depressione. Purtroppo nel nostro linguaggio, usiamo la stessa parola per definire due condizioni molto diverse. Un conto sono le emozioni, un altro i disturbi emotivi. L’ansia non è la stessa cosa di un disturbo d’ansia, lo stress non è sempre un disturbo ma può semplicemente essere uno stato d’animo e così via. Lo stesso discorso vale per la depressione. Le emozioni, diversamente dai disturbi emotivi, non solo non sono patologiche ma sono anzi complesse reazioni fisiologiche adattive, che, cioè, inducono processi biochimici, ormonali e comportamentali finalizzati a mettere il nostro organismo nelle migliori condizioni per risolvere i problemi che, in quel momento, deve affrontare. Mentre per alcune emozioni questa funzione è facilmente riconoscibile, per la depressione sembra più oscura. Possiamo, infatti, facilmente intuire che la paura è la condizione ideale per essere più cauti, attenti, prudenti o che l’ansia ci consente di attivare più agevolmente reazioni di attacco o fuga, ma la depressione a che serve? Quale può essere la sua funzione adattiva?

Tornando alle descrizioni del clima parigino, molti riferiscono che le persone sono molto più disponibili ai contatti umani; la gente si saluta, si abbraccia, si tocca e scambia sguardi e gentilezze molto più volentieri e frequentemente del consueto. Tutto questo è, appunto, l’effetto della depressione, la cui funzione è quella di spingere l’individuo a intensificare le relazioni affettive. Solidarietà ed empatia sono figlie di questa tristezza, di questa malinconia e, in questo modo, ci si spiega anche come mai, spesso, la depressione, come ci hanno raccontato gli scrittori soprattutto romantici e decadenti, sia accompagnata da una sottile sensazione di piacevolezza.

Il disegno della Tour Eiffel nel simbolo della pace, realizzato da Carlos Latuff, sta facendo il giro del mondo

Il disegno della Tour Eiffel nel simbolo della pace, realizzato da Carlos Latuff, sta facendo il giro del mondo

Un altro aspetta che merita di essere sottolineato è il fatto che, paradossalmente, più ci allontaniamo dai luoghi nei quali sono accaduti questi eventi, più rischiamo che le emozioni possano trasformarsi in disturbi disfunzionali e patologici. Il motivo è che il nostro organismo reagisce in maniera più adeguata in presenza degli stimoli che determinano la reazione emozionale. Se noi la immaginiamo o la evochiamo attraverso stimoli indiretti (tv, filmati, ecc.) più difficilmente siamo in grado di attivare le funzioni adattive delle emozioni e più facilmente ne diveniamo vittime impotenti. Difficilmente gli autori di questi crimini sono in grado di mettere in conto questi esiti delle loro azioni. Ho la sensazione che queste persone abbiano strutturato un sistema di inibizione delle emozioni che li rende incapaci di percepirle. Lo stesso odio, che sembra l’unico sentimento che sono in grado di provare, più che una valenza emotiva, sembra avere una connotazione esclusivamente razionale, corticale: un convincimento frutto di una visione della realtà estremamente semplificata, nella quale non c’è alcun posto per altro.
Cose come l’amore o la tenerezza sembrano essere estranee dalle loro esperienze, basti pensare, ad esempio, alla loro concezione del rapporto tra un uomo e una donna. Mi viene in mente la banalità del male della Arendt, la semplificazione, in definitiva, la stupidità del male.

* Adelio Bravi, psicologo psicoterapeuta


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