Un libro “scherzevole, leggiero, vagabondo”
su Leopardi e Casanova

In libreria Caradà fino di lusso di Lucio Biagioni. Nostra intervista con l’autore

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Giacomo Leopardi e Giacomo Casanova

Giacomo Leopardi e Giacomo Casanova

Cronache Maceratesi lo aveva già letto in anteprima, fornendone un assaggio in estate (“Giacomo e Giacomo a confronto” del 6 luglio scorso), quando il libro era ancora dattiloscritto. Oggi Caradà fino di lusso/ o sia Comparazione di Leopardi e Casanova (Ilari Editore, 2015) di Lucio Biagioni è finalmente disponibile nelle migliori librerie delle Marche e on line. Il plot. Durante un week-end estivo a Recanati, una coppia (lei professoressa di Storia Moderna all’università di Urbino, lui filosofo nullafacente) visita la biblioteca del poeta a Palazzo Leopardi. L’immagine “standard” del poeta trasmessa dalla visita fa nascere una vivace discussione tra la guida di Casa Leopardi e il filosofo-visitor, che sottolinea come Giacomo sia diventato una specie di “santino” inoffensivo, tutto poesia e famiglia, così imprigionato negli stereotipi di una infelicità individuale e biografica divenuta infelicità cosmica, che se ne smarrisce il potenziale rivoluzionario e anticipatore del suo pensiero, oggi di incredibile attualità.

L’azione si sposta sulla spiaggia di Porto Recanati, dove il filosofo-visitor compulsa l’edizione inglese de Lo Zibaldone, suscitando la curiosità di due ragazzi americani, Laura Virginia Forte, studentessa di letteratura italiana, e Mark Walker, fisico del Mit. In quella piombano casualmente altri due personaggi, il giornalista marchigiano Maurizio, amico di vecchia data, e la sua amica Pepita Manolita (che potrebbe forse ricordare… Melita Toniolo). Si ragiona su Leopardi, su Lo Zibaldone che costituisce “la vita virtuale di Giacomo Leopardi nel mondo e nella società, le avventure, le collisioni e l’esperienza del mondo che gli furono negate nella realtà, a seguito dell’abortita fuga da Recanati” (p. 74). Quel Leopardi, che, recluso e impedito nel viaggiare, analizza col suo “metodo generalizzante” ne Lo Zibaldone tipi, caratteri e costumi umani come se fossero veri e reali, anzi, più veri del vero, tanto da rendere inutile l’esperienza concreta: e tanto da fargli dire, alla fine della sua parabola esistenziale, che “la cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita sociale, e spessissimo a chi v’è invecchiato, è di trovare il mondo quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce e lo crede in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso proprio la regola generale”.

caradàÈ in questa sua opera di continua identificazione teorica di “tipi umani” che Leopardi deriva da una stessa facoltà (la “forza dell’immaginazione”) due diversi caratteri umani e poetici: l’uno “grave, spassionato, malinconico, proprio a soffrir grandemente la vita”; l’altro “scherzevole, leggiero, vagabondo, incostante nell’amore, bello spirito, incapace di forti e durevoli passioni e dolori d’animo, facile a consolarsi anche nelle più grandi sventure”.

La Comparazione. Non pare, quest’ultimo, il ritratto di Giacomo Casanova? Tanto più che, se al primo carattere appartengono Omero, Dante e Tasso, ricadono nel secondo Ariosto, Orazio e Ovidio: guarda un po’, proprio i tre maestri e numi tutelari, soprattutto l’Ariosto, di Giacomo Casanova. Dove si colloca Leopardi, in questa partizione? Nel primo tipo, sicuramente, ma anche nel secondo, come mostra la sua teoria del piacere e della natura, il suo lato ariostesco e lucianeo delle Operette e dei Paralipomeni. Le fondamenta sono gettate, e il giornalista marchigiano Maurizio propone a tutti i presenti di svolgere una giocosa Comparazione, al modo antico e in omaggio a Baldassar Castiglione Urbinate, fra Leopardi e Casanova. Che si terrà nel ristorante sul mare del cuoco Graziano, come in un simposio filosofico che si rispetti, fra vini e piatti succulenti della grande tradizione marchigiana, tratti da ricette del grande cuoco settecentesco Antonio Nebbia.
Qui, si può dire, il romanzo ha termine, e comincia, in forma dialogica, il saggio critico e filosofico a sei voci, mescolando, com’è nella natura delle conversazioni, alto e basso, ermeneutica e attualità.

Lucio Biagioni

Lucio Biagioni

All’autore abbiamo posto qualche domanda.
– D.: Come Le è venuta l’idea di mettere a confronto due personaggi che sembrano agli antipodi, come Leopardi e Casanova?
– R.: L’origine di tutto è stata la paziente lettura delle migliaia di pagine delle memorie di Casanova, nel ricordo di quanto aveva detto un giorno lontano del 1970 il professor Eugenio Garin, un grandissimo nella Storia della Filosofia, quando a margine di una delle sue celebri lezioni fiorentine disse che l’Histoire de ma vie del Veneziano era tutt’altro che quel diario di un seduttore che forse presumevamo “noi giovani amici” (come chiamava noi studenti), e non solo noi.
– D.: E cos’era invece?
– R.: Un grande affresco filosofico-letterario del suo tempo, una vera “miniera”, diceva, per lo studio del Settecento. Detto in tempi in cui le edizioni e gli studi casanoviani non erano così fiorenti (l’edizione di Piero Chiara è del 1984), era un giudizio straordinario, che metteva nella giusta luce un autore arcinoto sì per il suo stereotipo di seduttore, ma tutto sommato sconosciuto nella sostanza e marginale come autore. Mi resi conto, leggendo l’Histoire, che Casanova era una figura assai complessa.
– D.: In che senso?
– R.: Dalle sue avventure si ricava una filosofia definita. Aldilà delle osservazioni e riflessioni sui tipi umani, sulle passioni, sul piacere, sull’amore, sul cibo e così via, Casanova delinea una filosofia generale del Caso, dell’Hasard, dell’Ordine che si genera dal Disordine in un processo continuo, che è quello che fa emergere la novità e la vita. Questi sono concetti moderni, della scienza di oggi, non più basata sul determinismo, ma sul caso e l’auto-organizzazione.
– D.: E Leopardi?
– R.: Ne Lo Zibaldone, Leopardi elabora una teoria della natura e della scienza, che esce ugualmente dall’orizzonte meccanicistico del suo tempo. C’è una vitalità, una indeterminatezza, un ruolo del Caso nella sua concezione della Natura, del fuoco poetico che deve ispirare, contro la Ragione Calcolante, anche lo scienziato, che fuoriesce dall’orizzonte meccanicistico ottocentesco. Questo crea una larga base comune fra Leopardi e Casanova. Che ha anche conseguenze pratiche.
– D.: Del tipo?
– R.: Che ne discendono concordanze singolari in una gran quantità di temi, legati soprattutto al vigore del corpo e al piacere di vivere, dall’amore al cibo, dal viaggio all’avventura, dall’amore alle donne.
– D.: Alla fine del libro, Lei fa incontrare in sogno, à la Borges, Leopardi e Casanova, cosa che non poté succedere in vita.
– R.: In vita, Leopardi “incontrò” Casanova nella forma della Vita scritta da esso dell’Alfieri, che ha la stessa struttura dell’Histoire de ma vie di Casanova, e soprattutto nel suo sodale Ranieri, un personaggio complesso che va rivisto e reinterpretato. Sono Alfieri e Ranieri che, a vario titolo, giocano nella vita di Leopardi un ruolo “casanoviano”.
– D.: Ha visto “Il giovane favoloso”?
– R.: È un film che ha il grandissimo merito di aver fatto da catalizzatore all’enorme interesse che c’è intorno alla figura del Leopardi.
– D.: Perché ha scritto è ricorso ad una cornice di “fiction” invece che scrivere un saggio?
– R.: Come dice Umberto Eco parafrasando Wittgenstein, ciò di cui non si può teorizzare, bisogna narrare.


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