L’addio a “Don Terremoto”
“Una vita spesa per la comunità”
SERRAVALLE DI CHIENTI - Centinaia di persone ai funerali di don Cesare Grasselli nella chiesa di Madonna del Piano che lui aveva salvato dopo il sisma di 18 anni fa. L'arcivescovo Francesco Brugnaro: "Nell’esperienza del terremoto, lui si calò perfettamente dando tutto se stesso, stando tra la gente ogni momento"

L’arcivescovo di Camerino Francesco Giovanni Brugnaro durante il rito funebre per Don Cesare Grasselli
di Maurizio Verdenelli
“Grazie don Cesare, arrivederci in paradiso”. Applausi, commozione, circa cinquecento persone dentro e fuori la ‘sua’ chiesa per dire addio a colui che fu “il sacerdote più famoso d’Italia” ai tempi del terremoto del ’97. A chi, da solo, salvò i tesori d’arte che i secoli avevano lasciato su questa ‘terra di mezzo’ sull’altopiano antico come il mondo.
A salutare don Cesare Grasselli, 87 anni compiuti il 28 gennaio, a Madonna del Piano sotto il dipinto del ‘500 salvato miracolosamente dalle macerie del sisma umbro-marchigiano, non c’erano soltanto i parrocchiani (“siamo rimasti solo in 40 e restiamo qui a Cesi che è un posto bellissimo” dice con fierezza Vincenzo Loreti) ma pure gli ex scolari e studenti di Colfiorito ai quali aveva fatto scuola; gli ex chierichetti ora adulti e tutti i confratelli dell’arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche guidati dall’arcivescovo monsignor Francesco Giovanni Brugnaro.
Ventidue i concelebranti tra i quali monsignor Decio Cipolloni, cinque giovani sacerdoti neri, monsignor Sandro Corradini da Roma, tutti gli altri, in clergyman tra i banchi perché sull’altare non c’era più posto. Delle Istituzioni presenti l’assessore regionale Angelo Sciapichetti e il vice sindaco di Serravalle di Chienti, Massimo Corsi, in rappresentanza del primo cittadino, Gabriele Santamarianova. Nessuno dalla Provincia. «Eppure – dice Sciapichetti – si deve anche e soprattutto a uomini come don Cesare se la ricostruzione è risultata esemplare». E caso unico in Italia – dantescamente ‘sanza alcun sospetto’ – considerato che l’onnipresente indagine giudiziaria sia qui mancata. Nonostante che 18 anni fa, ci fosse una capacità di spesa per emergenza e ricostruzione post sisma di 1,5 milioni di euro al giorno. Una cifra impensabile negli attuali tempi di crisi. «Quella cui ha contribuito grandemente don Cesare – aggiunge l’assessore regionale- è stata soprattutto la ricostruzione d’ordine morale».
Don Terremoto, cinque fa aveva lasciato volontariamente la sua gente, le sue 14 chiese (solo tre salvatesi dalle scosse, le altre distrutte e ricostruite con caparbietà e fede) per ritirarsi a Camerino, alla Casa del Clero. «Fino a qualche tempo fa, tornava spesso a dir messa, io stesso che ero venuto ad aiutare mi trovai aiutato», ha ricordato don Carlo, parroco di Colfiorito. «Don Cesare, come amava ripetere lui stesso, è tornato a casa – aveva detto poco prima monsignor Brugnaro – negli occhi è rimasta sino alla fine la sua proverbiale arguzia. Qualche giorno fa a tavola, ad esempio, ha ricordato come nel monumento celebrativo della visita di san Paolo Giovanni II a Cesi, il 3 gennaio 1998, per cui tanto lui si era speso, sia assente la data dello storico evento. Per il quale, alla vigilia, erano in effetti previste tre date e dunque non fu possibile indicarne una certa all’artista. “Ma ora… non bisogna perderne la memoria” mi ha raccomandato don Cesare». Una volontà che andrebbe rispettata.
«Avrebbe voluto scrivere un libro su quell’esperienza totalizzante ed unica del terremoto» rivela il pronipote Massimo Leoni, tolentinate. Presente in chiesa con tutti i familiari di don Grasselli. Cesarina e Maria, figli di Gino, Bice e Terzilia, figlie di Ezio, entrambi fratelli di Don Cesare (scomparsa la sorella Letizia). Don Terremoto sarà seppellito, nella terra, nel cimitero di Camerino. Da tempo aveva scelto la croce, quella dell’adorata madre che in vita tanto si era prodigata per le persone sofferenti che ricorrevano a lei sicure di un rimedio immediato, di un conforto spirituale.
«Una vita spesa completamente per la propria comunità – ha ripetuto il vescovo che ha scelto, significativamente per il rito funebre, la Lettera di san Paolo ai romani circa la libertà dei figli di Dio – Don Cesare era interessato fortemente, oltre che alla cura dei fedeli, ai beni naturali ed architettonici del suo territorio. Era un sacerdote alla continua ricerca di se stesso, sapendo andare oltre l’esperienza formativa di uomo, rinnovandosi. E nell’esperienza del terremoto, lui si calò perfettamente dando tutto se stesso stando tra la gente ogni momento. Come insegnante fu, poi, esemplare, aprendo orizzonti, collaborando intensamente con tutti gli altri docenti, riscuotendo affetto e stima. Di questo ho tratto testimonianza diretta da parte di una sua ex collega».
Molte le memorie e gli occhi rossi per la commozione. L’amico don Giuseppe Branchesi ha sollecitato a conclusione di un intervento appassionato l’applauso per ‘don Terremoto’, giunto immediato come un urugano nella chiesa dominata dall’immagine della Madonna e tutt’intorno dagli affreschi trecenteschi.
Tra i quali, uno racconta la storia di un bambino appena nato salvato ‘dall’infernale caprone’ dall’intervento della Madre di Dio armata di nodoso bastone. Un ex voto, quasi, in pictura a significare l’eterna lotta tra il Bene e il Male sull’altopiano pieno di verde e di miti, dove ‘don Terremoto’ (prima di lui don Mario Sensi, di recente scomparso) ha rappresentato molto più di un parrocchia in via d’estinzione. “Per fortuna i romeni” mi confidò….in controtendenza, una volta un po’ malinconicamente. Ha dichiarato, dall’altare, laicamente il vicesindaco Corsi, con la fascia tricolore: «Una grave perdita, la certezza della sua presenza, di quel dinamismo insospettabile in quel piccolo corpo, è stato per noi un punto di riferimento. Dal quale il popolo del terremoto ha tratto la forza per tornare a vivere».
E il successore, don Mario Menicucci, trattenendo le lacrime: «Lo ricordo sempre dentro a tutti gli avvenimenti, con i ragazzi in calzoncini al mare, tra le rovine a salvare ciò che senza di lui non si sarebbe salvato. E’ stato, a ben ragione, il parroco più famoso d’Italia». «Non voleva morire in ospedale, ma tra i confratelli, tra la sua gente – ha detto ancora monsignor Brugnaro – così domenica mattina è voluto tornare alla Casa del Clero, dove si è spento nella commozione di tutti». E tutti, senza eccezione, hanno voluto testimoniare l’affetto per lui, questo pomeriggio sull’altopiano intorno alla bara deposta sotto la Madonna del Piano.
La lunghissima fila di auto, i parcheggi improvvisati ai margini della strada a fianco dei prati erbosi, il, sole sfolgorante nel declino estivo delle 18 hanno riaccompagnato ‘a casa’ don Cesare. Una tale folla attorno alla splendida chiesetta montana che non poteva non sorprendere gli occupanti di una vettura giunta lì quasi per caso. “Chi è morto?” è stata la domanda della signora al volante, vivamente sorpresa. «Don Terremoto». E lei, subito: «Ah, il grande don Cesare». Un sorriso, un altro ‘grazie’ per il piccolo prete dagli occhi arguti che rimise in marcia il suo popolo pur nella tristezza del presagio dell’abbandono di una terra squassata dal terremoto una notte di settembre quando tutti si svegliarono in preda al terrore, diciotto anni fa. Una terra che sembrò per lunghi mesi non avere più futuro. Una terra il cui destino continua a restare incerto nonostante la ricostruzione ‘perfetta’, ma questo don Cesare già lo sapeva. Era il suo cruccio. Ha ricordato l’arcivescovo: «Finché ha potuto, accompagnato dalla nipote, ha continuato a salire lungo queste valli. Poi lentamente si è arreso ed ha atteso…».
(foto di Luciano Carletti)

L’assessore regionale Angelo Sciapichetti con il vicesindaco di Serravalle Massimo Corsi e l’ex sindaco del terremoto Venanzo Ronchetti









