Gender, la parola all’esperto
“Necessario confronto scuola genitori”

IL DIBATTITO - L'approccio pedagogico è da alcuni mesi al centro di discussioni anche in virtù della campagna elettorale. CM per fare chiarezza sul significato di un'educazione di "Genere" ha chiesto il parere della professoressa Nicolini, docente dell'università di Macerata, autrice di numerose pubblicazioni di livello internazionale sul tema
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La professoressa Paola Nicolini

di Marco Ribechi

Non si arrestano le discussioni relative alla questione “gender”, al centro di una fitta rete di dibattiti anche in prospettiva delle future elezioni comunali e regionali. Già alcune forze politiche e candidati hanno utilizzato la visione pedagogica in questione per difendere il ruolo dellla famiglia “naturale” accusando gli oppositori di voler crescere individui dalla sessualità confusa e poco definita. Molto si è detto sul gender ma appaiono ancora poco chiare le sue finalità ed il pensiero pedagogico situato alla base di questo approccio didattico. Le disquisizioni erano iniziate soprattutto in seguito all’incontro promosso alcuni mesi fa dalla diocesi e dall’avvocato Amato del movimento “Giuristi per la vita” (leggi l’articolo). Cronache Maceratesi ha chiesto il parere di un esperto del settore: la professoressa Paola Nicolini, docente di psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione all’università di Macerata, autrice di diversi libri e articoli su riviste, sia a livello nazionale che internazionale.

Professoressa Nicolini, qual è il punto di partenza per affrontare in maniera corretta la questione del gender?

Credo che prima di parlare di gender sia necessario spiegare il processo di costruzione dell’identità che avviene in ogni individuo. Questo processo, studiato accuratamente da diversi psicologi, accompagna l’essere umano durante tutto il ciclo della vita, necessitando di un continuo lavoro di ritocco della propria identità e talvolta di radicali modificazioni, come nel caso di una importante transizione professionale, di una separazione o di una vedovanza, nel momento in cui si diviene genitori o si subisce per qualche motivo una invalidità permanente. Molteplici sono i fattori che intervengono in questo processo, da quelli biologici a quelli sociali e culturali. Questi ultimi forniscono l’orizzonte di significati entro il quale si può proiettare sè stessi e rappresentarsi identità possibili: se si nasce in una zona del mondo in cui è permesso alle donne guidare e lavorare, già fin da bambine queste potranno immaginare la propria futura identità magari fuori di casa, conquistando l’autonomia che serve a divenire secondo quel progetto di sé. Al contrario, se si nasce all’interno di una cultura in cui le donne sono prevalentemente dedite alle cure familiari e domestiche, esse avranno come riferimento per il proprio divenire quel tipo di ruolo e si indirizzeranno via via a compierlo. I significati ovviamente mutano, spostandosi lungo lo spazio e il tempo, dando luogo a differenti modi di pensare se stessi e, di conseguenza, di costruire la propria identità.

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Una scuola a Dar Es Salaam (foto d’archivio)

Che cosa significa questo per la formazione di un individuo?

Significa che, a parità di dotazione biologica, quel che possiamo divenire è dato dall’interazione con condizioni ambientali esterne con una cultura entro la quale veniamo formati e che fornisce continuamente i riferimenti a cui ancorarci per poterci adattare. Nessun essere umano è, in questo senso, universale e, man mano che cresce, le sue connotazioni risentono sempre più dei luoghi fisici in cui vive e dei relativi significati. Questo è anche il motivo per cui, se si deve migrare presso culture molto diverse da quelle di appartenenza, si fa fatica nell’adattamento, perché la nostra mente ha abitudini e immagini legate a specifici contesti e riformularle richiede impegno e consapevolezza.

Ha senso paragonare questo processo di formazione dell’identità di una persona comportamento degli animali in virtù di ciò che sarebbe naturale?

E’ proprio questo lo snodo centrale del discorso, che risiede nella differenza tra l’animale e l’essere umano, in quanto negli animali prevale certamente il dato biologico ed essi non hanno alcun compito di costruire la propria identità: una rondine può nascere in Africa o in Italia, è sempre una rondine e non deve “diventare se stessa”, differenziandosi da tutte le altre rondini; inoltre migra per istinto, non può decidere se farlo o no, ad esempio in presenza di epidemie come l’aviaria o, supponiamo, in caso di una glaciazione. L’essere umano, invece, non solo ha come compito di sviluppo specifico il “divenire se stesso”, differenziandosi da tutti gli altri esseri umani, ma può decidere, può scegliere perché non è condizionato pesantemente solo dalla biologia, ma dotato della possibilità di costruire sistemi di significati che nel loro insieme formano le differenti culture. L’essere umano ha l’opportunità della libertà, che lo affranca dal solo dato biologico e lo rende, per l’appunto, umano.

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Lezione di educazione motoria in una scuola (foto d’archivio)

Eppure ci sono dei punti di contatto tra esseri umani e animali.

Un autore del secolo scorso, Lev Vygotskij, ha ben spiegato questa differenza, quando si è per un certo tempo preteso di poter dire qualcosa sulla mente umana studiando il comportamento di cavie o di cani in laboratorio. Vygotskij ha cioè sostenuto che l’essere umano è, sì, parte della natura e in questo senso condivide con gli animali i cosiddetti “processi psichici inferiori”. Tuttavia la mente umana ha, a differenza degli animali, la possibilità di produrre significati, che si interpongono tra la percezione di uno stimolo e l’organizzazione di una risposta. Gli esseri umani possono appellarsi a valori, a buone maniere, a questioni di interesse o di convenienza, a opportunità future che prevalgono su quelle presenti, per rispondere a una situazione. Valori, abitudini, pianificazione delle opportunità nell’asse temporale allontanano l’essere umano dal mero dato biologico, che è una dotazione presente dalla nascita, ma che subito si modifica in base al luogo, al tempo e alla particolare modalità di interazione con altri esseri umani, con tutte le loro particolarità e differenze.

Da queste premesse può spiegare cosa si intende con la parola gender?

La teoria dello sviluppo di genere si situa nella cornice appena illustrata. Lo sviluppo sessuale è legato al dato biologico, la costruzione dell’identità di genere è legata al dato socio-culturale. In epoche storiche durante le quali l’omosessualità era non solo permessa, ma valorizzata, ad esempio nella Grecia classica o nell’antica Roma, l’orizzonte di significati entro il quale un bambino poteva proiettare la propria identità futura attingeva anche a quella possibilità e dava luogo a percorsi del tutto accettati, senza che questo creasse timori o difficoltà e men che meno scherni o rifiuti. E’ perciò il caso di specificare che quella di genere non è affatto una ideologia, ma una teoria che cerca di comprendere e di spiegare come individui diversi, a parità di corredo biologico assumano identità diverse, tra le cui dimensioni emerge anche un orientamento di genere. Se pensiamo che l’essere umano sia caratterizzato dalla libertà di scelta, allora non possiamo appellarci alla sola biologia per dire qualcosa sul genere.


famigliaMa non c’è il pericolo che i bambini restino scossi da questo tipo di educazione?

Di norma la prima identificazione sessuale si compie nell’infanzia, per assimilazione alle caratteristiche corporee del genitore. Tuttavia il momento più delicato nella costruzione dell’identità di genere è durante l’adolescenza, quando il corpo va incontro alla maturazione degli organi sessuali e parallelamente il/la giovane si sente spinto/a verso i propri coetanei, sganciandosi dalla famiglia per andare incontro alla sua auonomia, anche di genere. In questa fase, sapere che non si è determinati dal solo patrimonio biologico aiuta quei giovani che avvertano spinte differenti da quelle eterosessuali a non sentirsi colpevoli, diversi, emarginati. Aver avuto una corretta informazione, anche sul piano scientifico, sostiene un passaggio che può rivelarsi tragico per alcuni, come spesso purtroppo si sente dire quando ormai è troppo tardi e il peso della propria differenza diventa insopportabile per fragili spalle. Giovani che sono colpevoli di nulla, se non del fatto di vivere in una cultura che non si aggiorna, che valuta la differenza di genere come una patologia o una malattia, che lega l’omosessualità e il lesbismo a immagini di perversioni, alla masturbazione o alle fecondazioni artificiali, che nulla hanno a che fare con la costruzione dell’identità e che, semmai, riguardano una parte di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro appartenenza di genere.

Per concludere cosa si può dire a chi vuole affrontare il dibattito?

La questione di genere ha bisogno di delicatezza, di conoscenza, di pensiero critico, di capacità di ragionare e, almeno, di sospendere i pregiudizi per dedicarsi a un ascolto attento e aperto. E’ necessario il dialogo e la collaborazione tra istituzioni formative e famiglie. Scuole e genitori devono potersi confrontare sempre più spesso e con crescente collaborazione, per assicurare una educazione di qualità. Questo è vero sempre e non solo per le questioni di genere.



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