Dagli Appennini alle Ande…
e ritorno
IL VIAGGIO - L’esperienza di due giovani ingegneri, Mattia Patrassi di Macerata ed Eleonora Miccini di Recanati, appena rientrati da uno stage di sei mesi in Argentina

Eleonora Miccini e Mattia Patrassi (secondo da destra) con i colleghi dello Studio d’ingegneria di Santa Fè, Rodrigo Bordiga, Javier Mendiondo, Juan Juarez, Alejandro Trucco
di Alessandro Feliziani
A volte ritornano, ma è sempre più raro. La cosiddetta “fuga di cervelli” sta diventando un problema molto serio per l’Italia e proprio ieri una studentessa italiana se n’è fatta interprete rivolgendo una precisa domanda su questo tema al premier Renzi durante l’incontro alla Georgetown University. Sta di fatto che i giovani laureati italiani sono sempre più affascinati dall’estero. Questa loro attrazione deriva dalla constatazione che proprio all’estero trovano maggiori opportunità per affermarsi professionalmente. Spesso sono gli stessi programmi di scambi formativi tra Atenei a creare le occasioni e un soggiorno all’estero per studio o per lavoro, anche se breve, arricchisce la formazione e apre nuove prospettive per il futuro dei giovani. Su questo Cronache Maceratesi ha voluto raccogliere la testimonianza di due giovani laureati, Mattia Patrassi di Macerata ed Elonora Miccini di Recanati, rientrati da pochi giorni da uno stage post laurea della durata di sei mesi a Santa Fè, in Argentina.
Il vostro è stato un viaggio “dagli Appennini alle Ande e ritorno”. Per fortuna non un viaggio triste come quello di deamicisiana memoria, ma immagino carico di speranze all’andata e ricco di esperienze al ritorno. È così?
ELEONORA. È proprio così. Prima della partenza oltre alle speranze e ai progetti c’erano anche molte paure e perplessità. Mi chiedevo: “Come mi troverò in un paese così diverso e distante dal mio?” Appena arrivata però tutti i dubbi sono spariti, la grande distanza che mi separava da casa è stata fin da subito colmata dalla disponibilità e dall’immensa gentilezza della gente incontrata. Una cultura così lontana eppure così vicina alla nostra. Lavorare e, contemporaneamente, visitare e conoscere l’immensità di un paese come l’Argentina è stata un’esperienza indimenticabile che ha riempito positivamente il mio bagaglio culturale.
MATTIA. Devo ammettere che non sarei voluto partire perché da poco ero tornato da un’altra esperienza lavorativa in Danimarca con il progetto Leonardo, ma la totale assenza di prospettive lavorative in Italia, il continuo perpetrarsi del modello “neolaureato uguale schiavo” mi ha convinto ad intraprendere questa avventura dato che, se si deve lavorare gratis, tanto vale farlo all’estero, arricchendo almeno il proprio bagaglio culturale e professionale. Quindi, desideroso di mettermi in gioco un’altra volta, sono partito alla scoperta dell’Argentina, curioso di confrontarmi con una realtà che pensavo completamente diversa ed infine tornare sentendomi io stesso un poco argentino.
Voi siete entrambi laureati all’università Politecnica delle Marche e insieme siete partiti per uno stage di sei mesi a Sante Fè, in Argentina. Com’è nata questa opportunità?
ELEONORA. L’università Politecnica delle Marche, in collaborazione con la Camera di Commercio di Ancona, promuove un progetto chiamato Campus World nato per sostenere e diffondere l’innovazione tecnologica e formativa. Questo progetto è destinato a studenti, laureandi e neolaureati dell’Università Politecnica delle Marche che intendano svolgere un tirocinio formativo e di orientamento, in tutto il mondo, presso i partner del progetto. Ho partecipato al bando di selezione scegliendo come meta proprio Santa Fè. Sono risultata idonea e quindi sono partita.
MATTIA. La Politecnica delle Marche, sebbene non abbia una stretta corrispondenza università-lavoro (almeno per la mia facoltà), negli ultimi anni ha aperto le sue porte a numerosi progetti internazionali tra cui il Campus World, la borsa di studio-lavoro che ha permesso a me ed Eleonora di vivere questa irripetibile esperienza. Il nostro relatore di tesi di laurea, il prof. Gianluigi Mondaini, aveva da pochi anni aperto una relazione professionale e di amicizia con il titolare dello studio di Santa Fè il prof. Javier Mendiondo. Ho deciso di fare domanda per il Campus World, risultando alla fine tra i candidati ammessi. Devo ringraziare il prof. Mondaini per avermi consigliato ed aiutato in questa scelta radicale, perché sei mesi all’estero in questa fase della vita sono un investimento importante per il proprio futuro.
La laurea che avete conseguito è “ingegneria edile ed architettura”. Si può dire che sia una via di mezzo tra ingegneria ed architettura?
ELEONORA. È esattamente così. Il ruolo assunto da questa figura professionale è sia quello del progettista di opere di architettura ed ingegneria, sia quello tecnico-manageriale con capacità di coordinamento di strutture professionali ed imprenditoriali. Infatti può progettare edifici ed insediamenti complessi, gestendone la realizzazione in tutte le fasi operative, tecniche e procedurali.
Può rilevare, analizzare e valutare il patrimonio edilizio esistente e ne può progettare il recupero in tutti i suoi aspetti, compreso il restauro di edifici ed opere monumentali. Inoltre riconosce gli elementi storico-ambientali strutturanti il territorio ed elabora progetti e piani di valorizzazione e tutela. In più può dirigere cantieri per la realizzazione di costruzioni edili e di infrastrutture, e redigere ed applicare i piani relativi alla sicurezza. È a tutti gli effetti un corso di Ingegneria edile impreziosito dal lato artistico e progettuale della professione dell’Architetto.
MATTIA. L’innovazione della mia Facoltà è proprio quello di cercare il giusto mix tra ingegneria ed architettura, due discipline tanto simili e complementari che a volte vogliono essere presentate dagli stessi professionisti come due opposti incompatibili. Secondo la mia esperienza da studente devo dire che c’è molta ingegneria e poca architettura nel senso lato del termine: di certo non mancano laboratori di progettazione e corsi di storia, però non si parla in maniera approfondita della filosofia che è dietro l’architettura stessa, delle correnti di pensiero che determinano scelte progettuali al posto di altre e molto spesso la creatività dello studente viene vincolata alle tempistiche universitarie.
Voi vi sentite più ingegneri o architetti?
MATTIA. Dopo anni di esperienza come studente e un breve periodo da “libero professionista” ho capito quanto l’ingegneria abbia bisogno dell’architettura e viceversa. Per raggiungere gli obiettivi dell’una sono fondamentali gli strumenti dell’altra. Dal mio punto di vista mi sento molto più architetto in quanto la scelta di iniziare questo percorso è nata quando frequentavo il liceo il giorno di ritorno dalla gita scolastica a Barcellona, dove incantato dalle opere del Maestro Gaudì e dalla numerose architetture moderne, ho deciso che questo sarebbe stato il mio futuro. Del resto i grandi architetti della storia come Brunelleschi, Le Corbusier e Mies van der Rohe sono stati anche grandi ingegneri, dal momento che è insito nella natura dell’architetto l’ingenium, il lampo di genio che ti permette di decifrare i problemi e porvi una soluzione.
ELEONORA. Io personalmente sono molto affascinata dal mondo dell’Architettura, del design e dalla creatività che questo mestiere permette di esprimere.
Cosa potete raccontare dello stage, dello studio che vi ha ospitati, del rapporto con i titolari e con i colleghi.
ELEONORA. Sono stata piacevolmente colpita dall’ospitalità con la quale mi hanno accolta. Appena arrivata allo Studio mi hanno fatto sentire a casa e mi hanno messa subito a mio agio. L’Architetto Mendiondo, ma anche tutti i suoi collaboratori, si sono impegnati a farmi entrare nella loro ottica lavorativa e mi hanno insegnato i loro metodi mostrandomi il punto di vista di professionisti formatisi in maniera differente dalla nostra. Da subito è nato un rapporto di stima ed amicizia che hanno reso l’ambiente di lavoro piacevole e stimolante. In questi sei mesi di lavoro ho seguito la progettazione di abitazioni e opere pubbliche, ho avuto la possibilità di seguire cantieri e ho partecipato, con un team di professionisti, ad un concorso pubblico per la progettazione di un centro fiere e centro sportivo per la città di Buenos Aires.
MATTIA. Come lo definisce lo stesso titolare, l’architetto Javier Mendiondo, si tratta di uno studio “artigianale”, di medie dimensioni, dove come collaboratore fisso c’è Rodrigo Bordiga (Rodri) che prima di essere un collega, è stato un amico. A rotazione nello studio partecipano altri professionisti e numerosi studenti che entusiasti di confrontarsi a livello professionale partecipano assiduamente ai progetti proposti. Siamo stati accolti in questa famiglia di professionisti senza nessun problema. Ci hanno reso parte di un gruppo invitandoci a cene ed eventi, facendoci conoscere quello che poteva offrire Santa Fè e, ovviamente, abbiamo preso parte al rito argentino dell’Asado (la nostra grigliata) che è una vera e propria arte che si tramandano di generazione in generazione.
Le vostre conoscenze accademiche hanno trovato corrispondenza nel lavoro a Santa Fè?
MATTIA. La formazione che abbiamo ricevuto all’Università ci ha sicuramente agevolato nell’affrontare le problematiche lavorative reali, però sono convinto che i nostri professori ci abbiano fornito non tanto conoscenze, quanto gli strumenti e le chiavi di lettura per comprendere e risolvere situazioni tangibili, molto diverse dai semplici fogli di carta a cui eravamo abituati.
ELEONORA. La facoltà che ho frequentato mi ha dato le basi per poter affrontare al meglio un’esperienza lavorativa. È ovvio che, non avendo avuto la possibilità di maturare l’esperienza adeguata sul campo, mi sono ritrovata ad affrontare diversi temi per la prima volta, però devo ammettere che il corso di studi affrontato mi ha preparata ad affrontare nuovi lavori in maniera propositiva, cercando soluzioni in maniera individuale.
Dallo stage avete ricevuto beneficio a livello di conoscenze tecniche e professionali?
ELEONORA. Sicuramente sì. Da qualsiasi esperienza si può apprendere molto. In questo caso, oltre alle conoscenze tecniche e professionali, ho migliorato le mie capacità relazionali, nello specifico con persone aventi background differenti dal mio ed inserite in contesti inizialmente a me sconosciuti. Inoltre, grazie a questa esperienza ho avuto la possibilità di imparare un’altra lingua, che mi sarà sicuramente d’aiuto, sia dal punto di vista lavorativo che personale.
MATTIA. Lo stage all’estero è per prima cosa un’esperienza di vita perché ti confronti con una lingua nuova, con un ambiente completamente diverso, con una normativa sconosciuta e soprattutto con persone che sono cresciute e vivono in una differente realtà sociale. In questa specifica occasione ho potuto migliorare le mie conoscenze tecniche per quanto riguarda la partecipazione a concorsi di ingegneria e architettura e la presentazione grafica dei progetti. Inoltre ho coordinato un cantiere per la prima volta in vita mia, ho imparato a lavorare in gruppo, a fare parte di un team, ma soprattutto, a intrattenere relazioni professionali e sociali con diversi addetti ai lavori.
Come vi siete trovati in Argentina e in particolare a Santa Fè, dove se non erro c’è una nutrita comunità di argentini d’origine marchigiana? Il periodo di ambientamento è stato difficile?
MATTIA. Difficilmente un italiano si sente solo in Argentina. È come una seconda patria. Ogni volta che conoscevo qualcuno e gli dicevo di essere italiano, mi raccontava che o un nonno, uno zio o un cugino, se non gli stessi genitori, erano di origine italiana. Di origine maceratese ho conosciuto Fernando Pallotti che un caldo pomeriggio di novembre mi ha fatto da cicerone davanti ad un’ottima coppa di gelato e ha dato sempre la sua disponibilità per qualsiasi cosa avessi bisogno.
ELEONORA. Tutti mi hanno accolta con grande entusiasmo. Santa Fè non è una città molto grande quindi da subito ho capito come muovermi. In questa città ha sede l’Associazione dei Marchigiani residenti in tutta quella la vasta regione. Inizialmente ho chiesto aiuto proprio a loro per trovare un alloggio. L’unico lato negativo di questa città, come di quasi tutte le città dell’Argentina, è la criminalità. Mi sono ritrovata a non poter uscire da sola, soprattutto durante le ore della tanto amata “siesta” e di sera, ma con un po’ di attenzione e prese le giuste precauzioni alla fine non è stato un problema.
Come avete trascorso il tempo libero?
ELONORA. Da subito ho trovato molti amici. Il tempo libero lo passavo per lo più con loro. Ho trascorso a Santa Fè la stagione estiva (da dicembre a marzo), quindi durante il giorno molto spesso andavamo in spiaggia cercando di trovare sollievo al caldo a volte insopportabile. Essendo una città molto legata al rapporto con l’acqua, la maggior parte dei ragazzi pratica sport acquatici (soprattutto kitesurf), va a pesca o esce in barca, e anch’io molto spesso mi ritrovavo a fare una di queste attività. In più quasi tutte le sere era consuetudine ritrovarsi nel patio di casa di qualche amico e mangiare il famoso asado argentino. Ritrovarsi, infatti, con gli amici davanti una griglia con la carne che cuoce è considerato un vero e proprio rituale.
MATTIA. A Santa Fè grazie al club di A2 “Gymnasia y Esgrima” ho potuto praticare il mio sport preferito, la pallavolo. Ho incontrato un gruppo fantastico di ragazzi e giocatori che mi hanno accolto come un fratello tra le loro fila. Spesso con la mia collega Eleonora andavamo a passeggiare e correre al Parco del Sud, il polmone verde di Santa Fè o alla Costanera, il lungo fiume dove i santafesini la domenica pomeriggio si incontrano e sorseggiano mate (bevanda simile al the), godendosi la vista ed il sole estivo. Una grande scoperta è stato il gelato argentino, buonissimo e sempre di dimensioni fuorimisura, che molto spesso andavo a gustare o con il mio coinquilino e i miei colleghi.
Avete qualche aneddoto da raccontare?
ELEONORA. Gli argentini sono innamorati della cultura italiana, della storia, dell’arte ma soprattutto amano la cucina italiana. In una delle tante serate in cui mi sono incontrata con tutti gli amici per mangiarci un buon asado ho pensato di portare un tocco di tradizione italiana in tavola facendo il tiramisù. È piaciuto così tanto che mi hanno “costretta” a farlo ogni settimana sempre per più persone. Non avendo con me la frusta elettrica ora mi ritrovo con un braccio più muscoloso dell’altro.
MATTIA. In Argentina c’è un’occasione in particolare dove è quasi d’obbligo l’Asado, sto parlando della peña! A conferma della grande voglia di socialità e condivisione di questo popolo “incredibile”, in Argentina ciascun gruppo di amici definisce un giorno alla settimana fisso dove si incontrano a casa di uno di loro e cucinano insieme, bevono, ridono e scherzano, parlano di lavoro o di boludeces (sciocchezze) e conservano quei rapporti che rischierebbero di perdersi. Ovviamente ciascuno la organizza secondo i bisogni propri e degli amici, però mi sono innamorato dell’idea che c’è dietro: c’è sempre tempo per tutto, soprattutto per gli amici che in una società frenetica come quella attuale rischiamo di smarrire o di mettere in secondo piano per cose futili. Mi ricordo il mio vicino di casa, marito e padre di due bambine, che vedendomi in ascensore un giovedì con il borsone della palestra mi chiese “dove vai?”. Io risposi “ho gli allenamenti” e lui “io invece vado di peña!!!”. Il mio obiettivo adesso sarà di importare questa usanza a Macerata!
Ora che siete appena rientrati in Italia vi manca Santa Fè?
MATTIA. Santa Fè non è Firenze ma è unica, ha quella particolare ora della sera, verso le 19 dove tutto, persone, architetture e parchi, viene avvolto da una cortina di luce che sembra quasi fermare il tempo e dilazionare lo spazio. Ho lasciato molti amici a Santa Fè, ma soprattutto un senso di tranquillità molto sudamericano che spero di non perdere qui in Italia. Dopotutto mi sento ora più cittadino del mondo che maceratese. In Argentina ho riscoperto il valore del tempo e del dedicarsi alla propria persona e di questo gliene sarò sempre grato.
ELEONORA. Nei primissimi giorni dopo il rientro, con il riabbracciare tutte le persone care, la mancanza non l’ho avvertita, ma adesso che piano piano sto tornando alla vita di tutti i giorni, la nostalgia della routine argentina si fa sentire. Oltre alla città mi mancheranno sicuramente tutte le persone cui mi sono affezionata durante questi mesi, ma la tecnologia sicuramente riuscirà a rendere meno insormontabile la grande distanza che ci separa.
Come vedete il vostro immediato futuro a Recanati e Macerata? Avete già progetti cui dedicarvi? Quali sono i vostri interessi? Cosa vi piacerebbe poter fare?
MATTIA. Quando vivi per così tanto all’estero – per me è stata la terza esperienza – non puoi non capire quante opportunità avrebbe da offrire l’Italia con le sue bellezze e tipicità. Al momento sono in cerca di un impiego dove poter metter alla prova le mie abilità e le mie esperienze nazionali ed internazionali. Sono convinto che non ci si debba mai fermare. Bisogna sempre guardare in avanti, alla prossima opportunità. Lavorare nello studio di Javi a Santa Fè ha riacceso il mio interesse per i Concorsi nazionali ed internazionali e penso di proseguire per questa strada poiché ho voglia di fare, creare, progettare e continuare a crescere professionalmente ed umanamente.
ELEONORA. Il mio futuro professionale non è ancora ben definito. Mi piacerebbe lavorare in uno studio di Architettura e dedicarmi a progetti stimolanti. Mi piacerebbe lavorare a contatto con realtà professionali in grado di fornirmi la possibilità di applicare le mie esperienze, di confrontarmi con altri professionisti e di aumentare le mie conoscenze. Per il momento vorrei provare a definirmi meglio come Ingegnere/Architetto qui in Italia, ma sicuramente non escludo una possibile offerta che mi porti a viaggiare ancora.




