Duplice omicidio di Cingoli,
Lombardi disse alla ex:
“Se recupero la pistola sto a cavallo”
E' emerso dalla testimonianza di uno degli investigatori che si sono occupati del caso e che è stato sentito oggi al processo in cui la ragazza, nel 2011 fidanzata col bodyguard, è accusata di favoreggiamento. Secondo l'investigatore la giovane sapeva quale fosse l'importanza di riprendere l'arma. In un altro procedimento, sempre legato a presunte dichiarazioni per coprire l'autore dei delitti, è stato assolto un marocchino
di Gianluca Ginella
Favoreggiamento nel duplice omicidio di Cingoli, secondo un testimone la ex fidanzata del bodyguard Alex Lombardi (accusato insieme al filottranese Marco Pesaresi dei delitti), sapeva l’importanza di recuperare la pistola che l’uomo aveva venduto in una armeria. La ragazza nega invece di sapere qualcosa di quei delitti. Sempre per il favoreggiamento nel duplice omicidio oggi si sono svolti altri due processi: in uno era imputato lo stesso Lombardi (l’udienza è stata rinviata), nel secondo due marocchini (uno di loro è stato assolto, per l’altro la posizione è stata stralciata). Nel processo della ex fidanzata di Lombardi, Melania Bolognini, originaria di Jesi, è stato sentito uno degli investigatori del Nucleo operativo dei carabinieri di Macerata, che si sono occupati delle indagini sui delitti. Il militare ha spiegato in aula, davanti al giudice Daniela Bellesi, che in una intercettazione ambientale si sentiva Lombardi parlare della pistola che tempo prima aveva venduto all’armeria, e poi risultata essere quella usata per compiere i delitti dei marocchini Hassan Abbouli e Youness Inani (i fatti risalgono al 25 maggio del 2011). Lombardi aveva detto a Bolognini: «Se riesco a ritrovare l’arma sto a cavallo». Secondo quanto ha riferito oggi l’investigatore, Bolognini sembrava, nell’intercettazione, consapevole dell’importanza di recuperare la pistola. Ma sentita dai carabinieri la giovane aveva detto di non sapere perché Lombardi volesse recuperare l’arma. Al processo la ragazza è difesa dall’avvocato Giancarlo Moscoloni.
Per favoreggiamento, in un procedimento distinto, erano sotto accusa anche i marocchini Khalid Farhat, 34 anni, e Ahmed Farhat, 39. Per il primo il processo si è svolto con rito abbreviato, mentre per il secondo proseguirà con il rito ordinario. Entrambi erano sotto accusa perché, interrogati dai carabinieri, dissero di non avere incontrato i marocchini uccisi il giorno del delitto. Ma le indagini dimostrarono che c’era stato un incontro un’ora e mezza prima che venissero uccisi (i 4 erano amici). Il difensore di Khalid Farhat, l’avvocato Domenico Biasco, ha dimostrato che non poteva sussistere l’accusa di favoreggiamento perché con le sue dichiarazioni il marocchino non aveva aiutato chi uccise i due magrebini, ma si limitò a negare di averli incontrati. Si trattava, ha detto il legale, solo di dichiarazioni false. Tra l’altro, ha sostenuto il legale, rese non ad un pm (fatto che costituisce un reato) ma alla polizia giudiziaria (secondo il codice viene punito solo chi dichiara il falso ad un pm ma non alla pg, a meno che non voglia favorire qualcuno che ha commesso qualche reato). Una tesi che è stata accolta dal giudice Daniela Bellesi che per Khalid Farhat, ha disposto di non doversi procedere perché il fatto non è punibile.

