Stava male da tre giorni
la suora che ha partorito in ospedale
In convento nessuno sapeva

SAN SEVERINO - Il vescovo Francesco Giovanni Brugnaro non si è ancora pronunciato personalmente sulla vicenda. Dopo il parto una consorella è tornata in ospedale a distanza di giorni per avviare le registrazioni della nascita del bambino, un maschietto. Le religiose dell'ordine missionario: "Siamo molto dispiaciute, è stato fatto già troppo male"
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Il convento delle Sorelle Missionarie di Cristo a San Severino

Il convento delle Sorelle Missionarie di Cristo a San Severino

di Marina Verdenelli e Monia Orazi

Stava male da tre giorni e lamentava un rigonfiamento dello stomaco. In ospedale si è presentata come una suora, vestita anche da religiosa. Con lei c’era una consorella, ignara della gravidanza. E’ quanto trapela sulla vicenda della suora africana che ha dato alla luce un bambino all’ospedale di San Severino domenica scorsa (leggi l’articolo). Nessuno, sembrerebbe, dalla struttura religiosa delle Sorelle Missionarie dell’Amore di Cristo, aveva intuito che la 35enne africana fosse incinta perché confuse dalle caratteristiche fisiche della sua popolazione d’origine. Sul caso è piombato il silenzio totale. Il vescovo della diocesi di Camerino e San Severino, Francesco Giovanni Brugnaro, non si è ancora pronunciato personalmente, senza confermare né smentire la notizia. Dopo il parto una consorella è tornata in ospedale a distanza di giorni per avviare le registrazioni della nascita del bambino, un maschietto. Pratica che verrà poi completata all’anagrafe del Comune di San Severino. Nell’ambiente religioso, non da fonti ufficiali, risulterebbe che la 35enne, originaria del Burundi, da maggio residente con la congregazione delle Sorelle Missionarie dell’Amore di Cristo a San Severino, non avrebbe ancora preso i voti per diventare suora ma sarebbe una postulante in attesa di prenderli. Comunque una religiosa a tutti gli effetti che, stando al diritto canonico, aspira a entrare in un ordine religioso. Il postulato è proprio riconosciuto come il periodo in cui l’aspirante  è considerato tale a tutti gli effetti giuridici il periodo di prova di chi aspira ad entrare nella vita religiosa fino alla sua ammissione al noviziato. Dalla congregazione delle suore settempedane non arriva una risposta ufficiale e le consorelle non confermano e non smentiscono che la neomamma sia una suora o una religiosa in attesa dei voti. «Siamo molto dispiaciute – rispondono dalla struttura adiacente all’ex seminario di San Paolo – è stato fatto già troppo male».

Il reparto di pediatria dell'ospedale di Macerata

Il reparto di pediatria dell’ospedale di Macerata

Il bambino è ricoverato in Pediatria all’ospedale di Macerata dove la neo mamma è stata già più volte a trovarlo dopo che è stata dimessa dall’ospedale di San Severino. La città è rimasta incredula sulla vicenda. Le suore missionarie sono molto conosciute e apprezzate. Sorridenti, vestite di bianco e blu, sempre presenti tra i giovani ed i ragazzi e pronte ad aiutare poveri ed anziani. Sono queste le suore Smac, “Sorelle Missionarie dell’Amore di Cristo”. L’ordine è nato il 16 luglio 1994 nella diocesi di Camerino-San Severino, per volontà della madre fondatrice suor Nanda Giambernardini, riconosciuto per la prima volta con un decreto dall’allora arcivescovo di Camerino Piergiorgio Silvano Nesti. Sul territorio ci sono circa una ventina di sorelle, consacrate e non, che operano nella comunità locale. Le si può vedere nella casa di riposo di San Severino, nel collegio universitario Bongiovanni a Camerino, ad insegnare religione alle scuole superiori. Alcune vivono in appartamenti, altre in un’ala laterale del grande edificio che ha ospitato per molti anni il seminario “San Paolo” di San Severino, altre in una piccola comunità a Gagliole. E’ un ordine che ha come missione quello di essere tra la gente, di vivere la quotidianità, di portare aiuto alle comunità povere, con diverse missioni all’estero, tra cui una a Davos nelle Filippine, apprezzate da tutti proprio per la loro vicinanza alla gente e la loro semplicità. «Siamo chiamate a non chiuderci nella bellezza e nella gioia del vivere insieme in comunità; ma attraverso e in forza di tale esperienza di vera comunione e fratellanza, siamo chiamate ad aprirci al mondo intero, a diventare missionarie, ad andare verso gli altri in un totale servizio”, si legge nel sito dell’ordine monastico. Sarà l’ordine monastico ed il padre abate loro superiore, a definire cosa accadrà dal punto di vista strettamente canonico alla consorella neomamma. La religiosa ha il diritto di riconoscere il figlio e di tenerlo, eventuali provvedimenti disciplinari, relativi all’aspetto della consacrazione religiosa ed all’obbligo di vivere secondo le regole proprie della comunità religiosa di appartenenza (la castità), spettano all’ordine Smac ed ai superiori nella gerarchia cattolica.

IL PRECEDENTE – La vicenda della suora che nei giorni scorsi ha dato alla luce un bimbo riporta la memoria al caso della mamma suora che, tornata allo stato laicale, aveva chiesto di poter riavere la figlia appellandosi al diritto al ripensamento.

La suora congolese, all’epoca aveva 41 anni, diede alla luce nel 2011 una bambina nell’ospedale di Pesaro. La donna era stata stuprata all’estero da un sacerdote straniero, ed era poi stata accolta in un convento marchigiano. Dopo il parto non aveva riconosciuto la figlia nei tempi stabiliti dalla legge e la neonata era stata data in affido ad una coppia del Tolentinate. Poi però l’ex suora, non riammessa alla vita consacrata dal suo ordine religioso, cambiò idea e fece ricorso per riavere la figlia. Nel febbraio 2014 la Cassazione le diede ragione, opponendosi al via libera alle procedure per l’adozione attivate dalla Corte di Appello di Ancona, che aveva ritenuto fuori tempo massimo (tre mesi e mezzo dal parto), il ripensamento della madre naturale. La bimba venne riconsegnata alla madre, ed entrambe sono andate a vivere in una casa famiglia. I genitori adottivi hanno continuato a protestare per riavere la piccola, sostenuti dal un Comitato di Tolentino, ‘Nati dal Cuore’, che ha dato vita a manifestazioni e fiaccolate sostenendo che la bambina aveva diritto di crescere ”nella famiglia che l’aveva voluta e amata”.



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