Le sorgenti fantasma
dell’inappagamento

La nuova "incursione" di Giandomenico Cicchetti tra arte e letteratura
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Giandomenico Cicchetti

di Giandomenico Cicchetti

Tra tutti gli incipit delle prose che amiamo, pochi hanno l’ardire, la temerarietà, di porre il lettore davanti al tema che percorrerà tutta l’opera che ha di fronte: in modo fermo e deciso, con la chiarezza e la laconicità di poche righe, affilate come lame e pronte a lasciare il loro segno immediato e indelebile sulla pelle di chi le legge, viene riassunta l’essenza di pagine e pagine; al contempo, si gettano le basi dell’opera stessa, si pongono i picchetti che la delimitano, si tracciano i confini dei campi semantici e narrativi nei quali le vicende dello scritto avranno luogo: si svolgeranno, sotto i nostri occhi curiosi di spettatori, accadimenti che toccheranno i protagonisti nei punti più dolenti; assieme a loro viaggeremo avanti e indietro nel tempo, per conoscere ciò che s’è impresso così a fondo nelle loro anime fino a plasmarne la forma, a tornirle, a compenetrarle tanto da divenirne parte … e, alla fine della lettura … dell’ultima pagina, dell’ultima riga, dell’ultima parola, trangugiata con un po’ di rimpianto come avviene per l’ultimo boccone di una pietanza prelibata, con nostro grande stupore, ci renderemo conto di non esserci mossi affatto: l’autore, con sapienza e controllo, per tutto il tempo non ha fatto altro che condurci per mano sul filo tagliente di quelle poche righe contenute nelle pagine iniziali del romanzo: <<Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove sono nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”.>>.

La luna e i falò di Cesare Pavese è una mappa che ci guida attraverso le tortuosità di un tema che nel secolo scorso e in quello già iniziato percorre la letteratura italiana con frequenza talmente ricorrente da rasentare l’ossessività: la ricerca di sé attraverso la riscoperta del legame con la propria terra; la riscoperta – o forse la poetica invezione? – di quel grembo,

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Cesare Pavese

mutevole nei tratti somatici ma immortale nell’immagine nostalgica che ognuno ne serba, in cui ci è dato scorgere la recondita genetica delle nostre passioni e delle nostre superstizioni riconoscendoci nella morfologia dei nostri luoghi: nello spirito che la rende cosa animata, non morta carcassa etno-geografica; al pari di ogni grande romanzo, La luna e i falò riesce a carpire e ad incastonare tra le sue righe, come diamanti preziosi, i tratti occulti e duraturi del sentire: Pavese ha lo sguardo impudico di quei grandi scrittori che, rappresentando una realtà ben delimitata nello spazio e nel tempo, ben caratterizzata nella sua componente transitoria e soggetta a continue variazioni, coi loro occhi la traversano come un velo diafano, il quale abbia il compito di preservare i meccanismi segreti della natura umana da sguardi indiscreti.        

Provando a tastare, ancorché superficialmente, l’approccio di alcune letterature straniere a tale tema, ci renderemo conto che la nostra presenta delle peculiarità. Nella letteratura russa, o in quella americana, sia l’identificazione col territorio, coi suoi valori, sia l’atto mediante il quale li si rinnega, sottende sempre una consapevole idea della propria patria: che si tratti della Russia mistica e religiosa dei grandi romanzieri e poeti russi, madre infinita ed incomprensibile, a volte inclemente, ingiusta, ingrata, come con Gogol, con Turgenev, con Pasternak, con Bulgakov: madre controversa: eppure mai madre detestata: madre sempre magnanima ed enigmatica: madre per cui immolarsi!; o dell’osannato e benevolo paradiso terrestre che Withman canta lanciandosi in roboanti imitazioni del verso dell’oceano; o dell’America di Ginsberg che, mutatasi in un gigantesco Moloch che flagella con la follia le sue migliori menti ed esilia all’estero i suoi scrittori, non riceve di certo un tenero trattamento dal poeta beat, il quale inizialmente la apostrofa con durezza: <<Va’ a farti fottere dalla tua bomba atomica./Non sto bene non mi seccare./Non scriverò la poesia finché non avrò la mente a posto./America quando sarai angelica?>>, per poi confessare a sé stesso e alla sua interlocutrice: <<Mi viene in mente che io sono l’America./Sto parlando di nuovo a me stesso.>>: il rancore di questo urlatore, di questo oratore mistico, sfocia nella tenerezza di chi inveisce duramente contro qualcosa che non può non amare profondamente, totalmente: persino nelle sue pecche più eclatanti; giacché alla base del rapporto dell’individuo con quel qualcosa di sovraindividuale che consta di valori, tradizioni, inflessioni linguistiche, umori, atteggiamenti, vi sono delle ferme convinzioni, delle certezze: a prescindere dal nome che all’insieme di esse si voglia attribuire: terra, nazione, patria, territorio: a rilevare è la possibilità di odiarle o di amarle, di esserne partecipi o prenderne le distanze; oppure, caso non raro, di fare tutte quesete cose allo stesso tempo.

Questa possibilità serpeggia come un fantasma in moltissime pagine della letteratura italiana senza riuscire mai a concretizzarsi: se nel romanzo di Gogol Le anime morte, dopo aver perlustrato le proprietà terriere e gli ambienti altolocati russi assieme a Cicikov – uomo d’affari arrivista e senza scrupoli, ingegnoso e a suo modo estremamente zelante nella sua devozione al profitto e al raggiro, personaggio nei cui tratti non fatichiamo molto a scorgere l’indole di taluni affaristi e politicanti dei giorni nostri – riusciamo comunque ad ottenere un quadro d’insieme che, per quanto complesso e variegato, traccia i rapporti tra il singolo personaggio, il suo territorio, il suo tempo, la sua condizione sociale e la sua sorte, nella nostra letteratura abbiamo talvolta – come in La luna e i falò di Pavese – l’impressione di uno scollamento tra il personaggio e il territorio, tra il personaggio e l’ambiente: come se il personaggio dovesse immergersi in esso invece di emergere da esso.

Potremmo, a questo punto, pensare che la differente ottica in cui viene presa in considerazione la medesima tematica sia dovuta al fatto che il romanzo summenzionato risalga al secolo XIX piuttosto che al XX … ma una siffatta perplessità si dirime in fretta!: nel 1971 Vladimir Makanin pubblica Azzurro e Rosso, libro che, oltre all’omonimo racconto, ne contiene un altro, intitolato Dove cielo e colline si uniscono; protagonista del racconto è un compositore che, allontanatosi da casa per studiare nelle migliori scuole musicali e riuscito nel suo intento, si afferma nella musica classica contemporanea grazie alla rielaborazione di motivetti popolari che canticchiavano i contadini nei campi e gli abitanti del paese nelle osterie: il compositore verrà infine assalito dal senso di colpa: quando torna al suo paese natale, i canti rurali a cui si è ispirato non vengono più cantati dagli abitanti … figuriamoci la reazione del compositore!, che deve ben sentirsi un ladro e un plagiatore: e della peggior specie: ha derubato il paese della sua anima per barattarla, trasformata in note e risucchiata nel gorgo di complesse armonizzazioni grazie alle conoscenze musicali acquisite, con il suo personale successo; come possiamo, dunque, non percepire la sofferenza di questo scollamento? come possiamo non comprendere lo strazio di chi, emerso dal proprio ambiente, ne prosciuga la forza vitale?

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Giorgio Caproni

Se leggiamo alcune poesie di Giorgio Caproni, ovvero quelle che, all’interno della raccolta Il muro della terra, compongono la sezione Tema con variazioni, nelle quali il tema sembra essere il partire, inteso anche e sopratturo come dipartirsi, ci sembra di avere una percezione diversa dei luoghi, incentrata sui dettagli: <<Soli,/sono rimasti gli alberi/ e il ponte, l’acqua/ che canta ancora, e i tavoli/ della locanda/ ingombri – il deserto>>; su particolari che connotano il luogo in senso simbolico ed intimistico: il luogo diventa la vita stessa; tanto individuale e solitario, quanto estremamente impersonale: al punto che l’io-poetico stesso non è più la persona che guarda gli oggetti desolati dissemminati nei suoi versi, ma si immerge nel luogo-simbolo per farsi simbolo: oggetto desolato, a cavallo tra vita e morte, percosso da un vento macabro: <<Un vento/ lasco e svolgiato – un soffio/ senz’anima, morto./ Nient’altro. Nemmeno lo sconforto>>. Come in Pavese, anche in Caproni il realismo delle descrizioni e degli avvenimenti rimanda ad un significato ulteriore: ad una ricerca destinata a rimanere inappagata: <<in nome/ di che, e dove/ troverò un senso (che altri,/ pare, non han trovato),/ lasciato questo sasso?>>.

Nel romanzo di Gadda La cognizione del dolore, l’autore non riesce ad ambientare il proprio dramma interiore in Italia ma neppure riesce ad ambientarlo in un paese straniero: l’ambientazione è un paese immaginario, in cui i tratti dell’ambiente, della morfologia, della società, della politica, vengono filtrati attraverso l’indignazione e la disperazione dello scrittore ma rimangono pur sempre quelli italiani: anche qui, il luogo non è geografico ma è una trasposizione interiore di esso: don Gonzalo è un personaggio così prepotente da pretendere di ingombrare il luogo in sé, per renderlo partecipe dei propri drammi; al contrario di Gadda, Antonio Tabucchi spesso e volentieri ambienta in paesi stranieri i suoi scritti: anzi, va ben oltre: fa suo un sentimento straniero, la saudade portoghese, quella particolare nostalgia, quella velata malinconia che si prova per ciò che non è mai accaduto; ma non potrebbe essere, anche questo, un modo di trovare un luogo-simbolo che sopperisca all’impossibilità di sentirsi parte di un vero luogo?

Peter Camenzind, protagonista dell’omonimo romanzo di Herman Hesse, si allontana dal suo paese natale per affermarsi nel mondo letterario; ma ovunque vada sembra perseguitato da un perenne senso d’inappagamento, che si placa soltanto quando Peter vi ritorna, libero dal peso di ambizioni estranee alla sua natura, per trascorrervi serenamente la vecchiaia: dopo una vita movimentata da continui cambiamenti e segnata da molti insuccessi, Peter si identifica con sé stesso nel momento in cui si identifica anche con ciò che era “prima di nascere”, con gli alberi e i monti da cui proviene, la cui descrizione piena di metafore non a caso apre il romanzo: è l’esatto contrario di ciò che accade al protagonista de La luna e falò, che non riuscirà mai a mettere a tacere il suo inquieto senso di inappagamento: Peter Camenzind è un romanzo circolare: a differenza di quello che ci accade in Pavese, qui percorriamo l’intera circonferenza per poi ritornare al punto di partenza: tracciamo un cerchio chiuso, compiuto: perfetto;  La luna e i falò, al contrario, parte da un punto e sembra farci muovere lungo un tragitto che ad esso nuovamente riconduce: ma il punto di partenza è un punto che non esiste: noi, per tutto il tempo, non facciamo che assistere ad eventi che tentano di prendere forma e peso in virtù della loro tragicità, ma che finiscono per dissolversi nella desolazione del vuoto da cui sono sorti.



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