La musica a Macerata
quando Jimmy era Enrico

L’orchestra Aloisi, poi la modernità: l’Hot Club di Pietroni e Spalletti, il teatrino “Sarnari”, il ragazzo che cantava “Old Man River”, il presentimento di Luciano Tajoli
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Ora che la canzone italiana e non solo italiana piange l’improvvisa scomparsa di Jimmy Fontana e la sua figura di autore e interprete non cessa di avere una vasta eco nei media anche al di là dei confini nazionali (lui continuava a cantare il suo “Mondo” per il pubblico di varie manifestazioni, l’ultima, il 30 agosto, a San Severino, in Internet si può ascoltare  la sua “Che sarà” cantata in un grande teatro di Tokio da uno dei più famosi divi giapponesi del rock) mi piace ricordare com’era la musica leggera nella Macerata della prima metà degli anni cinquanta e come lui – il diciottenne Enrico Sbriccoli – vi fece i primi passi. Al seguito delle truppe alleate la fine della guerra aveva portato in ItaIia il boogie-woogie, il jazz, le canzoni di Gershwin, le voci di Bing Crosby, Louis Armstrong e Frank Sinatra diffondendo ritmi e sonorità che ben poco avevano in comune con le italiche melodie di Claudio Villa, Luciano Tajoli, Nilla Pizzi, Achille Togliani e coi primi festival di Sanremo. A Macerata, specialmente nei veglioni della Filarmonica, furoreggiava l’orchestra del maestro Aloisi, dove quei nuovi ritmi e quelle nuove sonorità iniziavano sì ad entrare, ma timidamente, faticosamente, non apprezzate da tutti. E questo, per alcuni giovani di allora, aveva un sapore di vecchio, di superato.

Jimmy Fontana lo scorso 30 agosto a San Severino. E' stata la sua ultima esibizione nelle Marche

Jimmy Fontana lo scorso 30 agosto a San Severino. E’ stata la sua ultima esibizione nelle Marche

Il primo sussulto rivoluzionario si ebbe già  nel 1951, quando per una scissione dell’orchestra Aloisi cinque suoi musicisti – Silvano Pietroni, Giovanni Spalletti, Carlo Mancini, Wilder Petroselli e Alfredo Grasselli  – fondarono l’Hot Club, un complesso che si ispirò al pianista jazz americano George Shearing e in pochi anni riuscì ad avere un rilievo nazionale. Ma che faceva, in quegli anni, Enrico Sbriccoli? E qui, purtroppo, debbo parlare – ma solo un poco – anche di me. La famiglia Sbriccoli abitava in via Piave, la mia in piazza Pizzarello. E spesso ci capitava – ad Americo, a Enrico e al sottoscritto – di riunirci per ascoltare dischi di Armstrong o di Sinatra, e ne eravamo colpiti come da una sorta di benefico fulmine. Enrico, soprattutto, si procurò una chitarra e cominciò, giorno e notte, a tirarne fuori gli accordi, e cantava, cantava, cercando di seguire, con la sua voce già calda e potente, il motivo di “Old man river” interpretato da Paul Robeson, del quale ascoltava cento volte un’incisione sul piccolo registratore “Geloso” da me acquistato con gli iniziali e modicissimi guadagni da giornalista. E il fratello Americo, intanto, s’era messo a suonare la fisarmonica.

jimmy_fontana mondo e altri successiEravamo molto giovani, le vette dell’Hot Club ci sembravano irraggiungibili, la passione per il jazz dovevamo coltivarla da soli. Ma a un certo punto c’imbattemmo in una specie di nostro personalissimo “produttore”: don Guido Moretti, il sacerdote – giovane pure lui e pure lui aperto alla modernità – che curava il teatrino parrocchiale “Sarnari”, in piazza Strambi, nel quale ci esibimmo, noi tre, Goffredo Giachini, Peppe Zamponi e Sandro Graziosi,  in spettacolini d’arte varia. E lì, accompagnato al piano dal maestro Piero Giannangeli, Enrico Sbriccoli sfoderò il suo “Old Man River” venendo ogni volta coperto di applausi entusiasti e ripetute richieste di bis. “Io voglio fare il cantante”, mi disse una sera, “sarà questa la mia strada”. “Tuo padre ti vuole laureato in economia”, gli dissi, “andrai a Roma, t’iscriverai all’università”. “A Roma, sì, ma per fare il cantante”. In città, intanto, la notizia di questo “ragazzo prodigio” s’era sparsa anche nelle cosiddette “alte sfere” – quelle, per intenderci, ancora legate al tradizionale canto all’italiana – e quando, l’anno dopo, il Lauro Rossi ospitò un concerto dell’allora celeberrimo Luciano Tajoli, qualcuno ebbe l’idea di inserirci, magari come riempitivo, un’esibizione di Enrico Sbriccoli, che, fra l’altro, cantò “Old Man River”, il suo cavallo di battaglia, e ci mancò poco che il Lauro Rossi venisse giù dagli applausi. Anche Tajoli ne rimase impressionato. Tanto che, alla fine, rivolgendosi a un intimidito Enrico, gli disse: “Tu diventerai un grande”. Aveva capito, Tajoli, che il futuro della canzone italiana stava in quel non ancora ventenne che trascinava la gente col suo swing coinvolgente. E il dopo? Lo sanno tutti, in questi giorni ne hanno parlato quotidiani, televisioni, radio: Roma, l’università iniziata e abbandonata, gli amici jazzisti, il nome Jimmy Fontana, la Rca, le tante canzoni di successo scritte e interpretate da lui, le tournée internazionali, le montagne di dischi. Per Enrico Sbriccoli, dunque, il mondo  non s’è mai fermato. E non si ferma, nel ricordo, nemmeno adesso. Che sarà? Sarà quel che sarà. Ma questo è un altro discorso. E ci riguarda tutti.

Sabato scorso il funerale a Roma

Sabato scorso il funerale a Roma

 



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