Aretusa sulle orme di Eratostene
Al «Marchetti» di Camerino è di scena la mitologia
di Walter Cortella
Soltanto otto mesi fa recensivo dalla Sicilia (leggi articolo), la pièce teatrale Eratostene – Il volto della Terra, messa in scena dalla Compagnia del Silfio e apprezzata da un pubblico ridotto ma molto attento, in un sitodi grande suggestione, la dismessa cava di pietre di Modica. Meglio era andata in termini di spettatori qualche giorno dopo nel sontuoso teatro greco di Morgantina. A quella prima opera sulla figura del grande astronomo-filosofo di Cirene, scritta da Fabio Pallotta in collaborazione con Michela Costanzie che fondeva in maniera deliziosa scienza e teatro, fa ora seguito Aretusa: Canto delle acque nelle Metamorfosi.
Questa seconda produzione, che prende spunto dalle fonti classiche di Ovidio, Virgilio, Luciano di Samosata ed altri, ha debuttatocon successo al Teatro Marchetti di Camerino. Accanto aPallotta c’è, in veste di coautore, un nuovo compagno di viaggio, Enzo Catani, già docente di Archeologia greca e romana presso l’Università degli Studi di Macerata e ricercatore «sul campo»,da tempo impegnato in scavi in Cirenaica, Croazia e nella nostra regione. Dopo l’elemento Terra, il duo Pallotta-Catani porta dunque in teatro l’elemento Acqua e lo fa con immutata leggiadria. È auspicabile che ad essi facciano seguito l’Aria e il Fuoco, in una tetralogia nella quale si fondano ancora una voltascienza, mitologia, danza, musica e recitazione. I due testi già rappresentatihanno in comune una deliziosa vena poetica, fatta di delicate immagini che rendono più leggero, quasi impalpabile, ogni concetto scientifico. Come spiegare la composizione e l’origine dell’acqua e i suoi tre stati naturali senza far ricorso alla terminologia usuale? Rispondiamo con le parole della stessa Aretusa: “Due atomi di idrogeno respirano ossigeno, per chiamarmi acqua….Dal saturo vapore della nebbia, condenso prima della rugiada e quando i ponti di idrogeno si legano all’ossigeno in un abbraccio fluido, sorgo liquida.” E ancora: “Nel freddo, l’unione è una veste da sposa ricamata da cristalli di neve, un velo bianco che d’incanto sciolgo al calore della primavera”. È solo un piccolo assaggio, una primizia della delicatezza del testo. Con questo lavoro, allestito dalla Compagnia di Simona Bucci, entriamo nel mondo della mitologia per conoscere latenera storia d’amore di Aretusa, la Ninfa d’acqua limpida dell’Elide, nel Peloponneso occidentale, che un giorno incontra Alfeo, possente fiume di quella regione che non tarda a innamorarsene. Ma la fanciulla, vergognosa e schiva, gli sfugge. Si insinua tra mille anfratti nelle viscere della terra, passa sotto il mare e riaffiora, pura e cristallina, in Sicilia, sull’isola di Ortigia, per rifornire di vitale linfa ellenica gli abitanti di Siracusa, la più grande città greca d’Occidente dell’epoca. Ma Alfeo non ha esitazioni, è pazzo d’amore e la insegue perfinoattraverso il mare pur di raggiungere la sua amata. E così, la sotterranea corrente di Alfeo alimenterà la bella e perenne fonte siracusana, felice di offrirsi alla vita terrena, in una continua metamorfosi che genera il ciclo vitale dell’acqua. La Natura, dunque, costituisce il tema principale del dramma, mentre la mitologia fornisce il pretesto narrativo e la materia per la rappresentazione teatrale. Con il racconto del mito e della metamorfosi di Aretusa si intrecciano le vicende di altre divinità dell’Olimpo, da Poseidone, dio del mare, a Demetra, madre della terra fertile e del grano; da Ade, signore assoluto e “invisibile” dell’Oltretomba ad Afrodite, a Eros, a Plutone.
Il mito di Aretusa è narrato dal Vecchio Poeta, interpretato da Diego Dezi. La sua figura domina la scena nuda. In un lungo monologo, trasforma i personaggi narrati in personaggi narranti, assumendo di volta in volta le voci di Afrodite, di Ciane, la ninfa siracusana trasformata in fonte perenne, e dialoga con Tifeo, il mostruoso figlio di Gea e di Tartaro, incatenato per punizione da Zeus nelle viscere dell’Etna. Il turbolento semidio si agita inutilmente, la terra di Trinacria è scossa, ma Peloro, Pachino e Lilibeo, i tre promontori dell’isola, lo immobilizzano bloccandogli le membra, scena resa in modo sublime da particolari effetti coreografici.In questa sua performance, caratterizzata da continui cambi di tono della voce, Dezi dà ancora una convincente prova delle sue notevoli qualità interpretative. Tiene la scena da par suo, polarizza l’attenzione dello spettatore. Accanto a lui recitano e danzano, accompagnati dalle musiche originali di Nazzareno Zacconi, Maria Elena Matteucci, la graziosa Aretusa, dalle movenze morbide, Fabio Bacaloni, il vigoroso Alfeo, Roberto Lori, nel ruolo di Poseidone, oltre a Michela Paoloni e Virginia Potetti. Le preziose coreografie, in un’alternanza di grazia e vigoria, hanno un ruolo di primaria importanza e sono state create dallo stesso Roberto Lori. Fondamentale, su una scena pressoché vuota, il contributo delle luci e dei suoni, opera di Riccardo Rocchetti. Dopo il lusinghiero risultato di Camerino lo spettacolo, realizzato sotto l’egida dei due atenei del maceratese e della Regione Sicilia, sarà replicatoin estate dapprima aUrbisaglia e Falerone, quindi tornerà ad esibirsi a Morgantina e in altri teatri dell’antichità, a cominciare da quello di Palazzolo Acreide, dove sono convinto che Aretusasarà accolta con calore e partecipazione dal pubblico locale: è uno spettacolo particolare, d’accordo, ma molto elegante, raffinato e ben confezionato, merito di Diego Dezi e di Roberto Lori che ne hanno firmato la regia. Le foto sono di Stefano Baioni.



