La memoria e il potere
Censura intellettuale e roghi di libri nella Roma antica
La casa editrice maceratese Liberilibri inaugura il 2013 con l’uscita di un saggio scritto da Mario Lentano, ricercatore dell’Università di Siena, che ripercorre con rigorosa puntualità la storia della censura e del rogo dei libri nella Roma antica: La memoria e il potere. Il racconto, supportato da un’approfondita analisi delle fonti, parte dalla nascita della letteratura latina intorno alla metà del III secolo a. C. (ufficialmente si fa risalire al 240 a. C. con la prima messa in scena del dramma di Livio Andronico) e attraversa tutte le fasi dell’epopea romana, dall’età repubblicana a quella imperiale, fino al V secolo d. C. Semmai ci fosse ancora qualche dubbio, Lentano dimostra come la censura, strumento di silenzio e di oblio da parte dei poteri forti (sia politici che religiosi) sia sempre esistita. Ma resta sorprendente scoprire, capitolo dopo capitolo, quanti scrittori, poeti e pensatori acclamati e semisconosciuti siano caduti sotto la lama affilata della scure censoria, più o meno subdola, impugnata da imperatori e tiranni.
La letteratura nasce dunque a Roma sin dalle origini come espressione di potere, diretta perché i politici e gli aristocratici erano essi stessi scrittori, indiretta perché la produzione letteraria era appannaggio di varie figure legate per motivi clientelari o di schiavitù alle élite. Da Gneo Nevio (fine III secolo a. C.) ai filosofi e retori greci nel II secolo, dal commediografo Terenzio, alle repressioni e le deportazioni dell’“aurea” età augustea: il lungo esilio di Ovidio per aver scritto l’Ars amatoria, la censura “chirurgica” di Augusto che fece riscrivere a Virgilio il finale delle Georgiche, i roghi di oltre duemila “pericolosi” libri contenenti vaticini e profezie, dei libri di Tito Labieno e dei libelli di Cassio Severo. Se non bastasse, il controllo ferreo esercitato da Augusto sui libri da ospitare nelle biblioteche da lui fondate (nel tempio di Apollo Palatino e sotto il Portico di Ottavia) e in quella fondata da Asinio Pollione.
E ancora i roghi e le persecuzioni sotto Tiberio (Cremuzio Cordo, Fedro), le condanne a morte sotto Nerone (Marco Anneo Lucano, Seneca e Petronio) e Domiziano (Elvidio Prisco il Giovane), i roghi di Efeso nel 50 d. C. in cui vennero bruciati i libri di magia in contrasto con la religione cristiana, i roghi ordinati da Diocleziano (le scritture e i libri sacri dei cristiani dati alle fiamme nel 303 d. C.), fino alla distruzione della Biblioteca del Serapeo di Alessandria d’Egitto nel 391 d. C. sotto Teodosio e all’uccisione di Ipazia (415 d. C.). Il libro, strumento della memoria individuale che diventa “bene sociale, mezzo di consapevolezza e di liberazione” scrive l’Autore, “è drammaticamente esposto ai tentativi spesso vittoriosi di cancellarlo, distruggerlo, o magari semplicemente espellerlo dai percorsi della circolazione e della lettura.” Scrive Tacito, nella Vita di Agricola, sui meccanismi della memoria e dell’oblio in tempi di regimi tirannici: “E insieme con la voce avremmo perso il ricordo stesso, se il dimenticare fosse in nostro potere tanto quanto il tacere”. Conservare la memoria significa vincere la battaglia contro la manipolazione della storia.
Mario Lentano (Napoli 1964), dopo aver insegnato a lungo nei licei classici, è attualmente ricercatore di Lingua e letteratura latina presso l’Università degli studi di Siena e membro del Centro Antropologia e mondo antico del medesimo ateneo. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra cui da ultimo “Signa culturae”. Saggi di antropologia e letteratura latina (2009) e, con Graziana Brescia, Le ragioni del sangue. Storie di incesto e fratricidio nella declamazione latina (2009). Ha partecipato inoltre alla stesura di testi e manuali per la scuola e curato la traduzione commentata di classici latini e greci.
Mario Lentano, La memoria e il potere. Censura intellettuale e roghi di libri nella Roma antica, collana Oche del Campidoglio, pagg.17 4, euro 16.00, ISBN 978-88-95481-99-9