Chi è questo signore
che ha tutte le colpe?

Il nome riguarda due persone diverse, una vera e l’altra inventata dalla furia dell’antipolitica. Ma un po’ di memoria non guasterebbe
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Giancarlo Liuti

 

di Giancarlo Liuti

Talvolta in corso Cavour incontro un signore cui piace discutere dell’attuale situazione politica non solo cittadina e non solo italiana. Nel parlare con lui di un tema così impegnativo e non adatto a una chiacchierata di pochi minuti fra il rumore del traffico e l’andirivieni di passanti indaffarati in altre faccende è facile perdere il filo, anche perché la questione si presta a un’infinità di riferimenti vicini e lontani. Non sempre ne condivido le opinioni – ovvio, altrimenti che discussione sarebbe? – ma è presente in me il ricordo della sua lunga e coerente militanza di partito, delle cose importanti da lui fatte a livello nazionale, delle scelte da lui compiute per ragioni ideali e non d’interesse personale, di ciò che la sua leadership significò per la città. Acqua passata, certo. Un’acqua che oggi conta pochissimo. Anzi, è zavorra. Ma così va il mondo.

Nato a Macerata nel 1936, questo signore aderì non ancora ventenne alla Democrazia cristiana e vi portò un contributo di idee che adesso potremmo definire riformiste o di centrosinistra. Presto leader in città e in provincia di quel movimento di ricambio generazionale e apertura sociale che parafrasando la “nuova frontiera” di John Kennedy fu definito dei “kennediani”, egli si affermò nel partito e a 32 anni fu uno dei più giovani deputati di Montecitorio ( a proposito: nel 1968 vennero eletti parlamentari a Macerata anche Franco Foschi per la Dc e Domenico Valori per il Pci, tutti al di sotto dei quarant’anni, il che significa che allora il ricambio generazionale, in politica, era possibile senza bisogno di “rottamazioni”). Questo signore fu uno dei semplici “peones” dell’allora corrente fanfanian-forlaniana? Non proprio. Nel corso della sua ultradecennale milizia parlamentare, infatti, da sottosegretario all’interno e da presidente della commissione affari costituzionali legò il proprio nome a due leggi di grande respiro per il progresso democratico del nostro Paese: il superamento della mezzadria, cioè il riscatto del popolo contadino da un’antica condizione di sudditanza quasi antropologica, e l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia, una legge che ancor oggi è ritenuta uno dei rari passi avanti per una maggiore valorizzazione della volontà popolare (nelle “primarie” del Pd Matteo Renzi l’ha definita un esempio da tener presente anche per quella che sarà – quando? – una nuova legge elettorale).

Nel 1975 si dimise dal Parlamento e divenne presidente della Regione Marche. Tempi duri, quelli. Il terrorismo, le cosiddette stragi di Stato, gli anni di piombo, la Dc sulla difensiva per l’avanzare del Pci di Berlinguer. Questo signore condivideva il disegno delle “larghe intese” che Aldo Moro perseguiva al fine di assecondare il processo di democratizzazione in senso occidentale del Pci e di coinvolgerlo in responsabilità di governo in vista di una più matura democrazia dell’alternanza. E lui, che era unanimemente definito il “delfino” di Arnaldo Forlani, si trovò a dover fare i conti, nella propria coscienza, col passaggio dello stesso Forlani a uno schieramento contrario a quello di Moro. Così, nel congresso Dc del 1976, i voti del suo gruppo furono pressoché determinanti per la sconfitta di Forlani e l’elezione a segretario di Benigno Zaccagnini, sostenitore delle “larghe intese” e del “compromesso storico”. Una scelta pagata cara, tanto che nel 1978 la sua giunta entrò in crisi e lui si dimise da presidente. Tornò in Parlamento nel 1983 e vi rimase fino al 1994, ma, nel frattempo, l’avvento del cosiddetto Caf (Craxi, Andreotti, Forlani) determinò la fine di ogni ipotesi di superamento del “fattore K” e ristabilì una rigorosa chiusura a sinistra. Ragioni? Torti? Ce ne furono, anche di carattere internazionale, ed è inutile, qui, tornarci sopra. Comunque, proprio nel ’78, Moro fu ucciso dalle Brigate Rosse ma tuttavia non si spense la sua visione politica, che continuò, pur sotto traccia, a marciare e molto più tardi, in piena era berlusconiana, si realizzò nell’alleanza di centrosinistra fra i partiti riformisti e da ultimo nella nascita del Pd, al quale il nostro signore ha aderito.

Veniamo a Macerata. Dal ’67 al ’92, sostenuti da un crescente consenso popolare, i “kennediani” espressero sindaci come Ireneo Vinciguerra, Giuseppe Sposetti e Carlo Cingolani (Giorgio Meschini venne dopo, a partire dal Duemila, quando il progressivo logorarsi del panorama politico italiano aveva già provocato dissapori e defezioni anche in quell’originaria militanza, ma va pur detto che nessuno dei “kennediani” fu mai neanche sfiorato dalla tempesta di Tangentopoli) e presidenti di provincia come Azzolino Pazzaglia, Giancarlo Quagliani e Luigi Sileoni. Amministratori pubblici, costoro, di non misconosciuta qualità. Luci e ombre, com’è naturale: si può sempre far meglio. Ma quegli anni rappresentarono un’epoca nella quale, anche grazie a congiunture economiche assai meno pesanti dell’attuale, non si parlava di declino della città – nuovo palazzo di giustizia, nuovo ospedale, Accademia di Belle arti, il decollo dello Sferisterio, via Mattei, il quartiere satellite di Collevario, il Centro fiere di Villa Potenza, il Centro commerciale di Piediripa, il Mercato ortofrutticolo, l’edilizia economica e popolare nelle frazioni, la visione territoriale elaborata su scala regionale dal Centro Marche, il restauro del Lauro Rossi, il gemellaggio, propiziato dal socialista Bruno Mandrelli, col “Piccolo” di Strehler – e sopravviveva il pur iperbolico mito dell’isola felice. Tutto rose e fiori? Per carità, niente trionfalismi. All’interno della Dc, del resto, c’erano contrasti fra il gruppo “kennediano”, quello doroteo di Rodolfo Tambroni e quello forzanovista di Franco Foschi, vi furono lentezze, incertezze, errori. E vi furono sconfitte, come nella pur giusta battaglia per l’arretramento dell’autostrada adriatica. Ma, nel complesso, anche grazie al fattivo contributo dei partiti laici e – meno, sul finire – del Psi, le cose positive prevalsero sulle cose negative e mi pare di poter dire che quella fu una stagione di buona politica, ovviamente col senso della realtà, la prudenza, i compromessi e la ricerca di sintesi fra varie opzioni da cui per sua natura la politica, anche quella buona, non può prescindere.

Di che si occupò questo signore quando cessò il suo impegno parlamentare e ormai da tempo, scomparsa la Dc, l’elettorato cattolico si era sparso in varie direzioni? Fu consigliere comunale e capogruppo prima dei “Popolari” e poi della “Margherita”, ma dal 2005 non ricoprì alcun incarico di responsabilità istituzionale e dirigenziale. Per usare un’espressione che non mi piace ma oggi è molto in voga, potremmo dire che si “rottamò” da solo. Uscì dunque dalla politica? Ma che significa uscire dalla politica? Chiudersi in casa, non avere più idee, non comunicarle agli altri, non tentare di persuaderli, spesso non ascoltato, con gli argomenti della conoscenza e dell’esperienza, non partecipare a riunioni, assemblee, dibattiti? Via, siamo seri. Una cosa è certa: niente, da parecchi anni, è stato deciso e fatto, nel bene e nel male, da questo signore. Il quale, per ciò che ha deciso e fatto all’epoca della sua stella, merita non oso dire ammirazione – il giudizio sull’operato degli uomini politici dipende sempre dai tempi e dalla dialettica fra le forze in campo – ma pubblica e unanime stima. Tutto qui.

Al mio articolo odierno manca solo una cosa: il nome di questo signore. Ebbene, con una punta di amara ironia su ciò che ora passa il convento, l’ho omesso per non indurre in tentazione quei pochi o quei molti maceratesi – si pensi a taluni commentatori di Cm, e imperterrito ne aspetto le furie – ai quali serve quel nome per crearsi una persona diversa, un bersaglio che sia funzionale, in alcuni vecchi, a polverosi e antichi rancori, e, in molti giovani o quasi giovani, all’impulso cieco e istintivo di rinnegare, ma senza conoscerlo, ogni passato. Una persona, voglio dire, sulla quale riversare tutte le colpe di tutti i mali di oggi, le difficoltà del bilancio comunale, i vacillamenti della giunta Carancini, le insidie provenienti dall’interno della sua stessa maggioranza, il problema dei rifiuti, la piscina, il palazzetto, le troppe multe per divieto di sosta, i buchi nelle strade, le polveri sottili, i traffici oscuri dell’edilizia, financo – è accaduto, giorni fa, in uno dei commenti – le infiltrazioni d’acqua negli spogliatoi dell’Helvia Recina. Ma bisogna rassegnarsi. L’ho già detto e lo ripeto: così va il mondo.



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