“Da quando siamo stati rapinati
siamo prigionieri in casa nostra”

Si è aperto questa mattina il processo verso gli aggressori, uno morto e due latitanti di Ada e Cesare Pettinari derubati e picchiati nella loro casa di San Claudio. Sono passati due anni ma la coppia non riesce a dimenticare
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aula_tribunaledi Alessandra Pierini

«I rapinatori che mi hanno derubato e picchiato sono latitanti e  invece io sono in carcere in casa mia». C’è tanta amarezza nelle parole di Ada Pettinari, 74 anni, la quale il 23 maggio 2010 fu vittima di una rapina, nella quale rimase gravemente ferito anche il marito Cesare.«Mi sento indifesa in tutto e per tutto, non vivo più. Per un po’ ho cercato di smaltire quanto mi era successo ma ormai vivo con la paura e non sono l’unica. Tutti qui nella zona temono di essere presi di mira. L’unica cosa che mi farebbe sentire più sicura sarebbe un recinto alto tre metri con del filo spinato alla sommità, magari indicando il pericolo, ma non è permesso dalla legge, quella stessa legge che non ci difende. E’ il sistema che è tutto sbagliato, perchè non posso vivere tranquilla in casa mia? Sono prigioniera: esco con il cellulare in mano, non faccio che attivare l’antifurto sempre nell’incertezza che possa bastare per evitare che tornino. Vedo delle ombre, pensavo mi stesse passando ma il processo mi ha fatto tornare tutto in mente».
Questa mattina si è aperto infatti al Tribunale di Macerata il processo contro i tre soggetti, uno deceduto e due latitanti, ritenuti responsabili dell’atroce gesto di violenza che si è consumato nell’abitazione dei coniugi Pettinari a  San Claudio.  Negli ultimi due anni, Ada ha ripensato più volte al terribile episodio rimasto talmente impresso nella sua memoria che continua a raccontarlo ricordando tutti i dettagli, anche quelli più insignificanti, come se fosse accaduto ieri: «Sentii suonare il campanello ma non aprii e dopo qualche minuto mi ritrovai in casa e quasi mi incolparono perchè erano dovuti entrare con la forza visto che io non avevo aperto. Erano dei bruti, mi legarono, mi misero sul letto a testa in giù e mi coprirono. Io dissi che avrei dato loro tutto quello che volevano, i soldi glieli avrei dati con le mie mani, ancora non mi spiego perchè tutta quella violenza. Erano in casa mia e sono entrati con l’idea di farci del male. Mi ricordo tanti anni fa quando arrivavano gli zingari, potevano fare dei dispetti o prendere qualcosa ma mai tanta cattiveria. Quest’epoca è sbagliata».

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La casa dei coniugi Pettinari

Alcuni minuti dopo rientrò a casa Cesare Pettinari, detto Mario il marito di Ada il quale salì in camera e trovò  Ada sul letto. Vedendola distesa a pancia in giù, pensò che si fosse sentita male; nell’atto di soccorrerla, fu stordito con uno spray da uno dei malviventi appostati e subito dopo fu malmenato con una violenza inaudita dai due criminali, probabilmente avvertiti dal loro complice, che faceva il “palo” al di fuori dell’abitazione. «Quando vidi entrare Mario rimasi perplessa – racconta Ada – temevo che la situazione peggiorasse e così è stato. Lo picchiarono selvaggiamente con una furia mai vista, c’era sangue ovunque, anche se lui non aveva fatto nulla per resistere. Poi finalmente se ne andarono ma ci minacciarono  di non muoverci per almeno mezz’ora e di non cercare aiuto perchè sarebbero rimasti ad aspettare fuori se non fossimo morti prima sarebbero tornati ad ammazzarci ». Ada riuscì ad allertare i soccorsi e Mario fu portato al Pronto Soccorso di Macerata e fu operato poi al volto. Da quel giorno la loro vita è cambiata. I Carabinieri, dopo le indagini, riuscirono a scoprire l’identità dei malviventi e nel processo che si è aperto questa mattina Ada e Cesare sono le parti offese
«La prima tentazione che abbiamo avuto è stata quella di armarci per difenderci poi però ci abbiamo ripensato. Ci hanno contattato anche dei comitati di quartiere proponendosi per organizzare dei controlli autonomi. Questa mattina, speravamo di mettere un punto, invece è stato tutto rinviato a gennaio. Almeno se sapessi che quegli uomini sono in carcere, non avrei tutti i giorni paura di incontrarli ma non basterebbe a restituirmi la mia vita».



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