«Hedda Gabler»: Il capolavoro di Ibsen in versione moderna
La recensione
Da qualche tempo il teatro amatoriale propone con sempre maggiore frequenza spettacoli di elevato contenuto artistico, a riprova della sua costante crescita in termini qualitativi, almeno per una consistente parte delle compagnie le quali tendono ad allestire opere via via più raffinate che mettono in grande evidenza le enormi potenzialità di quanti partecipano, con varie competenze, alla loro realizzazione. In tal modo, queste nuove produzioni, con il loro innegabile fascino, soddisfano appieno il gusto di una platea sempre più esigente. Una bella conferma ci viene dall’«Alfieri» di Montemarciano dove qualche sera fa la Compagnia Laboratorio Minimo Teatro di Ascoli Piceno ha messo in scena uno spettacolo di grande classe, ricco di interessanti spunti e soluzioni registiche e interpretato in maniera superlativa da un cast di prim’ordine. Parlo dell’«Hedda Gabler», cupo dramma di Henryk Ibsen, scritto nel lontano 1890, diretto da Alessandro Marinelli, un regista giovane che ha «riletto» l’opera dello scrittore norvegese in chiave più moderna, apportando alcuni magistrali «ritocchi» al testo senza peraltro stravolgerne il senso e lo spirito. Ne è venuto fuori uno spettacolo rinnovato nel look, assolutamente gradevole, di quelli che fanno onore al teatro amatoriale. Le novità si sono viste fin dall’apertura del sipario. La scenografia, infatti, non poteva non destare sorpresa nello spettatore. Non l’ambientazione borghese, tradizionale del periodo fine ’800, bensì un asettico salone arredato con estrema semplicità. Una scenografia che più minimalista non si può ma sicuramente di grande effetto e di squisita eleganza, opera di Pietro Cardarelli.
Quattro sottili colonne, una grande specchiera, un piccolo tavolo basso e tanti cuscini in terra, il tutto di un bianco abbacinante, in un contrasto di grande effetto con il nero circostante. In questo ambiente, Hedda Gabler (Elisa Maestri) vive la sua vita di donna frustrata dalle ambizioni negate. È la giovane moglie di Tesman (Marco Armillei), un uomo modesto che aspira ad una cattedra universitaria. La vicenda sfocia nel dramma quando la donna entra in possesso di un prezioso manoscritto grazie al quale Loveborg (Mario Gricinella), storico rivale del marito, potrà ottenere la sospirata docenza. Travolta dall’invidia, distrugge il documento e, con sottile malizia, induce il suo disperato autore a suicidarsi. Ma l’imprevisto è in agguato. L’arma utilizzata appartiene proprio alla donna che rischia di essere accusata dalla polizia. Il losco giudice Brack (Pino Presciutti) si offre di proteggerla purché lei accetti le sue avances. Figura interessante, vivace, ricca di sfumature e intrigante l’Hedda di Ibsen, lontana dal cliché di donna del XIX secolo. Nel tentativo di acquisire libertà e indipendenza, ella si chiude in una spirale di egoismo, odio e gelosia. Non cede al compromesso e al ricatto di Brack e preferisce suicidarsi. La drammatica scena finale richiama alla memoria la tragedia greca. Accanto alla protagonista troviamo un personaggio nuovo, nato dalla fantasia del regista. È «l’altra» Hedda, la sua anima nera, la tentazione, la trasgressione (Maria Grazia Mazzocchi). Le due donne eseguono movimenti coreografici molto raffinati, dai forti contenuti erotici. Una geniale «invenzione» questa presenza, per certi aspetti inquietante, che resta in scena per tutto il tempo della rappresentazione, con sporadici interventi. Completa il cast Chiara Mancini, nel ruolo di Tea. Anche le musiche danno il loro contributo per l’ottima riuscita dello spettacolo. Da non dimenticare certo i protagonisti. La loro performance è stata di alto livello, di gran classe. Sempre precisi e calibrati i loro movimenti corporei e i dialoghi, talvolta molto concitati. Eleganti nella loro semplicità i costumi e d’effetto il disegno delle luci.
