Pupi Avati
13° re di Macerata

Il regista ha ricevuto la laurea honoris causa dall'Accademia di Belle Arti tra gli applausi dell'Auditorium Svoboda

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di Maurizio Verdenelli

Pupi Avati tredicesimo ‘re’ di Macerata. Al nuovo Premio Svoboda (sono in tutto appunto tredici, ma non finisce certo qui) l’eponimo auditorium dell’Accademia di Belle Arti ha tributato gli onori del trionfo come non era mai capitato in precedenza. Un trionfo, tra applausi ripetuti, convinti, flash, taccuini squadernati, ronzio di una selva di telecamere, a conclusione di una lectio magistralis che ha avuto al centro il racconto di un’esistenza: quella di Giuseppe (in arte Pupi) Avati cui la direttrice dlel’istituzione universitaria maceratese, Anna Verducci, insieme con il titolo di Accademico onorario ha consegnato virtualmente il Laboratorio di Cultura, Ingegno e Pratica dell’Arte.

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Ma non solo di Macerata ormai è figlio il regista di 36 indimenticabili film sulla ‘piccola, grande Italia’, ma pure di Fermo. A salutarlo, oltre al vicesindaco maceratese Irene Manzi, c’era infatti anche Saturnino Di Ruscio, il primo cittadino fermano. Che ha ricordato la grande amicizia e la solidarietà nata tra lui e il regista ‘cementata’ dai terribili giorni dell’alluvione quando nonostante neve, pioggia torrenziale, disastri di ogni tipo la gioiosa e poderosa ‘macchina’ da film che girava in quei giorni di marzo tra Mogliano, Porto San Giorgio e Fermo non ha perso neppure un ciak. Dicono gli studenti dell’Accademia che hanno preso parte ai vari set: “Ventiquattrore al giorno, pazzesco, un’esperienza di grande fatica ma meravigliosa che ci ha segnato per sempre!”.

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Introdotto dalla prolusione di Massimo Puliani, docente di regia (che ha criticato l’azione di Governo perché penalizzante nei confronti di Cultura e Spettacolo, provocando sottaciuto dissenso da parte del consigliere regionale del Pdl, Francesco Massi, in prima fila), ed introdotto pure dalla laudatio di Pierfrancesco Giannangeli, docente di Storia della Spettacolo (ottimo e ‘giornalistico’ intervento anche se l’interessato ha rimarcato l’assenza, nella citazione, di un film a lui molto caro: Una sconfinata giovinezza) Pupi Avati ha parlato di una vita: la sua. Da Bolognese purosangue nato in via S.Vitale che più centrale non esiste nel capoluogo emiliano, all’ombra delle torri, il regista – premiato anche per il suo impegno sociale – ha ricordato di quando era il clarinettista più bravo della città finchè non arrivò un ‘nanerottolo insopportabile che mi distrusse con il suo immenso talento, ed io sentivo che al suo confronto invece di migliorare, regredivo e che la mia in fondo era solo una grande passione e se io amavo così tasnto la musica, la musica non mi amava affatto”. Il nanerottolo talentuoso era Lucio Salla. “Pensai anche di sopprimerlo –ride Pupi- una volta a Barcellona quando lo portai sul pinnacolo più alto della Sagrada Famiglia con la scusa di fargli vedere la città dall’alto…”.

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Lasciati i fasti e gli atteggiamenti del ‘clarinettista’ più bravo di Bologna, “feci il venditore di surgelati, alla Findus”. Ed ecco il secondo fulminante incontro: quello con Federico Fellini. “Gli avevo già mandato centinaia di lettere dopo la scoperta del cinema ammirando il suo 8 e mezzo. Dopo un mese di pedinamenti, a Roma, in via del Babbuino, presi il coraggio a due mani ed attraversando finalmente la strada esclamai: Maestro, sono Pupi. Federico si spaventò quasi a morte, poi rinfrancato in un abbraccio mi disse: ‘Pupone!’. Iniziò una grande devota amicizia da parte mia: negli ultimi anni fui sempre al suo fianco, ammesso alle selezionatissimi proiezioni private aperte a non più di 10 amici ai quali timorosissmo, con l’intermediazione vigile di Giulietta Masina , mostrava la copia-lavoro del suo ultimo film”.

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L’autidoirum Svoboda ‘beve’ letteralmente il racconto del regista, quasi la scenografia di un film. Ed applaude quando lui esplode in una pur trattenuta invettiva sulla considerazione che ‘gli italiani sono un popolo di opinionisti, di Ct, di persone che criticano senza mai prendere parte a nulla, senza impegnarsi solidalmente”. Mostra chiari cenni di consenso il consigliere Massi quando Avati mostra disaccordo con le posizioni di Puliani riguarda ai tagli ministeriali (poi ritirati con il rifinanziamento del Fus, il fondo unico per lo spettacolo): “Il talento, la personalità creativa è qualcosa di diverso: nasce non per volontà governativa”.

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Il gran finale della ‘lectio magistralis’ –dove l’eloquio del maestro, di alto spessore, viene talvolta attraversato da un gergo umorale autenticamente bolognese che strappa vicinanza e consenso dalla platea- è tutto dedicato ad una scena d’amore. Anche questa una prova fallita del giovane Pupi. I tentativi di far innamorare di sé la bellissima ed algida Rita Donzelli ad una serata di grande jazz al teatro comunale di Bologna. “In via Portanova, 41, riaccompagnando Rita, s’infrange per sempre contro il bavero del soprabito di lei il mio goffo tentativo di seduzione. Questo episodio compare in un mio film, ma la scena ha un finale diverso: il bacio e l’amore scocca per davvero. Capito perché faccio i film?!”.

Il cinema è sogno e modo per realizzare i nostri desideri, emancipandosi dai nostri fallimenti quotidiani perché, dice Avati “ognuno di noi, con le sue non ripetibili caratteristiche umane, è il Prescelto”.

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L’Auditorium viene giù dai battimani. Poi tutti intorno al maestro a cominciare dal prefetto di Macerata, Piscitelli presente anch’egli insieme con il consigliere regionale del Pd, Francesco Comi, l’assessore comunale, Stefania Monteverde e pure il sindaco Romano Carancini. Che risponde così alla domanda ‘Chiamarebbe allo Sferisterio come regista Pupi Avati?’: “Eccome, anche se occorrerà sentire il direttore artistico, naturalmente quello della prossima stagione”. E Pupi: “Io regista lirico? Neppure a pensarci dopo l’esperienza con l’Opera di Roma che pure anche con Fellini non fu tenera… ma forse allo Sferisterio verrei. Macerata e Fermo mi sembrano così simili a Bologna, a pensarci bene”.

(FOTO DI GUIDO PICCHIO)

 

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