8 marzo: riflessioni
oltre alle mimose

I racconti di donne che vivono la quotidianità si sono alternati nel corso dell'incontro organizzato dal Circolo Aldo Moro

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Giselda Pianesi

di Alessandra Pierini

«Il nostro primo affido è stato un bambino di 5 mesi. Quando ce lo hanno proposto ho riunito tutta la famiglia, mio marito e i nostri 3 figli. Avevamo un’ora per decidere e abbiamo detto di sì. Per giorni ho avuto un giudizio molto negativo nei confronti della madre che aveva abbandonato quel bambino poi l’assistente sociale mi spiegò che con quel gesto la mamma gli aveva salvato la vita, rischiando la sua. Allora ho capito quanto lo amava. L’affido mi ha insegnato a non giudicare mai». Con queste parole la cui semplicità colpisce dritto al cuore, Giselda Pianesi ha espresso “Il valore aggiunto dell’essere donna” tema portante dell’incontro promosso dal circolo “Aldo Moro” di Macerata, in occasione della Festa della Donna.
Sposata da 19 anni, nel 2004 Giselda è diventata per la prima volta mamma affidataria e dal 2006 ha aperto con il marito una comunità affidataria che accoglie costantemente bambini in difficoltà: «Non sono un’esperta di affido  – ha spiegato ancora – ma la mia famiglia si mette a disposizione perché qualcuno che era estraneo diventi un familiare. Accoglienza, ascolto, condivisione e responsabilità sono le quattro parole chiave nella mia vita».

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Stefania Montagner

 

Questo essere mamma all’ennesima potenza dona a Giselda la gioia e l’amore di tanti bambini, ma moltiplica anche il dolore della separazione che rivive più e più volte: «Veder partire bambini che hanno passato con noi 26 mesi o che se ne vanno dopo 4 anni e mezzo fa soffrire, ma ripaga il grazie delle mamme alle quali li restituisci. I familiari di una donna, non italiana, le avevano fatto credere che il suo bambino fosse morto. Dopo che aveva scoperto che invece era vivo, l’assistente sociale lo affidò a noi per quindici giorni, durante i quali parlai con lei per rassicurarla che suo figlio stava bene. Quando glielo riconsegnai e stavo per andar via, mi corse incontro per ringraziarmi e mi commosse. La gioia è nel sapere che ad ogni bambino abbiamo dato tutta la felicità di cui siamo capaci».

I racconti di donne  che vivono la quotidianità si sono alternati nel corso di pomeriggio «per tenere viva l’attenzione sulla questione femminile » ha spiegato il presidente del circolo Piergiorgio Gualtieri. Katia Fidani, imprenditrice e madre di 3 figlie, ha parlato della difficoltà di lavorare ed essere madre allo stesso tempo, Stefania Montagner, sindacalista Cisl Metalmeccanici, ha sottolineato la necessità di un approccio meritocratico e di dare a donne ed uomini la possibilità di svolgere al meglio il ruolo che rivestono.

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Tema delicato quello affrontato da Anna Menghi, presidente dell’Anmic Macerata: «Negli anni ’90 in Europa già si parlava di disabilità femminile quando in Italia si parlava marginalmente di questione femminile e nessuno si sognava minimamente di pensare che le donnere disabili fossero doppiamente svantaggiate. Dopo 20 anni, si fa ancora a difficoltà di servizi alle persone disabili, per cui se mi mettessi a parlare delle esigenze delle donne disabili, passere proprio per quella che vuole la luna».

C’è poi Katia Soldini rappresentante della professione di insegnante che, pur prevalentemente femminile, non ha garantito tutela alle donne. Katia ha lottato e protestato anche davanti Montecitorio per ottenere quei diritti essenziali che così non erano. E ancora Claudia Trecciola, laureata in cerca di prima occupazione che descrive il malcostume dilagante per cui per arrivare servono delle scorciatoie e infine Anna Verducci, direttrice dell’Accademia di Belle Arti: «Ho sempre salvaguardato la mia autonomia di donna, indossando i pantaloni quando in casa nostra non era permesso alle donne, andando in bicicletta, lasciando Macerata per andare a studiare architettura,  andando a lavorare nei cantieri dove dovevo impormi come autorità al femminile».
Si scopre così che nell’essere donna non c’è un solo valore aggiunto ma tantissimi valori soprattutto se la donna riesce ad esprimere se stessa.

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8 MARZO: 101 ANNI FESTA ‘IN ROSA’, LA STORIA TRA CONQUISTE E INSUCCESSI

Circa 15 milioni i ramoscelli di mimosa che verranno donati per la festa dell’8 marzo alle donne italiane. E poi locali che registreranno il ‘pienone’ per cene organizzate tra le amiche, cioccolatini e regali di ogni genere. Tutto per celebrare le conquiste fatte dalle donne, senza dimenticare le discriminazioni e le violenze che ancora sono costrette a subire. Sono infatti, secondo i dati Istat, quasi 7 milioni le donne italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita, pari al 31,9 per cento: circa 5 milioni hanno subito violenze sessuali (23,7 per cento) e quasi 4 milioni violenze fisiche (18,8 per cento). Non solo, dai dati diffusi dall’Eurostat, emerge che il tasso di occupazione femminile nel nostro paese e’ tra i piu’ bassi d’Europa e la percentuale scende notevolmente nel caso di donne con uno o piu’ figli: per le donne senza figli, tra i 25 e i 54 anni, il tasso di occupazione in Italia e’ pari al 63,9% contro il 75,8% della media Ue. La situazione peggiora per le donne con un figlio: in Italia ha un’occupazione solo il 59% contro la media Ue del 71,3%.

Cosi’, tra una riflessione e una mimosa, la Festa della donna compie 101 anni. Tanto e’ passato da quando, nel 1910, durante il congresso socialista delle lavoratrici di Copenaghen, un centinaio di donne di 17 Paesi decise di creare la giornata mondiale. Preferiamo ricordare, alla vigilia della Festa, le conquiste fatte in oltre un secolo: primo fra tutte, la liberta’ di scelta. Cento anni fa, infatti, le donne non studiavano, non lavoravano, non potevano decidere quando sposarsi o avere dei figli. Non potevano votare. I primi a celebrare la festa furono gli Stati Uniti nel 1909, l’Italia festeggera’ solo nel 1922. In ogni caso, tutto inizio’ il 3 maggio del 1908 al Garrick Theater di Chicago, dove si sarebbe dovuta svolgere la consueta conferenza domenicale del partito socialista. Ma quel giorno il moderatore dell’evento non si presento’ e fu la socialista Corinne Brown a presiederla: quella conferenza, a cui tutte le donne erano invitate, fu chiamata ”Woman’s Day”, il giorno della donna.

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Si discusse infatti dello sfruttamento operato dai datori di lavoro ai danni delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro, delle discriminazioni sessuali e del diritto di voto alle donne. Quell’iniziativa non ebbe un seguito immediato, ma alla fine dell’anno il Partito socialista americano raccomando’ a tutte le sezioni locali ”di riservare l’ultima domenica di febbraio 1909 per l’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile”. Fu cosi’ che negli Stati Uniti la prima e ufficiale giornata della donna fu celebrata il 28 febbraio 1909.
Nel 1910, alla Seconda conferenza internazionale dei partiti socialisti di Copenhagen, le socialiste americane decisero di proporre in Europa il festeggiamento di questa data riscuotendo grande successo. Le celebrazioni, nel 1911, slittarono fino al 19 marzo per ricordare la promessa (fatta durante la rivoluzione del 1848) dal re di Prussia riguardo il voto alle donne. Per qualche anno non fu stabilita una data precisa per la giornata della donna, fino a quando l’8 marzo del 1917, a Pietroburgo, numerosissime operaie e diversi gruppi di donne e mogli decisero di celebrare la Giornata della donna manifestando per ottenere del pane per i propri figli e il ritorno degli uomini dalla guerra. Nel giugno del ’21 le donne comuniste, riunite a Mosca per la seconda conferenza, decisero di scegliere l’8 marzo come giornata internazionale dell’operaia, in ricordo di quelle donne che sfilarono nel 1917 contro la tirannia degli zar.

Sembrano invece solo leggendarie le storie delle 129 operaie morte bruciate in una fabbrica americana e di quelle che nel 1857 scatenarono una dura protesta contro la polizia.

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In Italia la Giornata internazionale della donna si festeggio’ per la prima volta soltanto nel 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia che volle celebrarla il 12 marzo, poiche’ prima domenica successiva all’ormai fatidico 8 marzo. Nel 1944 si costitui’ a Roma l’Udi, Unione Donne in Italia, per iniziativa di donne appartenenti al Pci, al Psi, al Partito d’Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro e fu l’Udi a prendere l’iniziativa di celebrare, l’8 marzo 1945, le prime giornate della donna nelle zone dell’Italia libera, mentre a Londra veniva approvata e inviata all’Onu una Carta della donna contenente richieste di parita’ di diritti e di lavoro.

Con la fine della guerra, l’8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l’Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, secondo un’idea di Teresa Noce, Rita Montagnana e di Teresa Mattei. Un’altra data storica da ricordare e’ quella del ’75, quando le Nazioni Unite proclamarono l’Anno Internazionale delle Donne’. Da quel momento l’Onu ha iniziato a festeggiare la donna l’8 marzo, mentre nel ’77, l’assemblea generale delle Nazioni Unite decise di adottare una risoluzione proclamando una ”giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale”. (Asca)

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La locandina del Micab che ha organizzato una serie di eventi nelle Marche sul tema Donne e Arte

 


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