Matteo Ricci:
padre o non padre?
Quel mediocre dibattito
in consiglio comunale

IL COMMENTO
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di Giancarlo Liuti

A chiusura delle celebrazioni per il quarto centenario della morte, Padre Matteo Ricci (io l’ho sempre chiamato così, senza immaginare che in tal modo risolvessi in un senso o in un altro un problema di coscienza) non può dirsi gratificato dal mediocre spettacolo offertogli dal consiglio comunale a proposito del suo proprio nome. Si sapeva che Deborah Pantana, combattiva esponente del Pdl, aveva presentato una mozione con la quale si vietava alla civica amministrazione di patrocinare qualsiasi evento pubblico in memoria di questo grande uomo di fede e di scienza se le parole “Matteo Ricci” non fossero state precedute dall’appellativo di “Padre”. Ma si sperava che un soprassalto di sensibilità civile e religiosa l’avrebbe indotta, prima o poi, a ritirarla. Che significato avrebbe avuto quel divieto se non il sapore di un’antistorica imposizione oscurantista destinata a suscitare profonde lacerazioni addirittura sulla persona di Matteo Ricci? Quel soprassalto, però, non c’è stato. La mozione è giunta nell’aula consiliare, ha dato luogo a un dibattito di due ore attraversato da ipocrisie, code di paglia e posizionamenti furbastri, e alla fine, dopo una pausa di riflessione e un incontro fra capigruppo, si è trasformata in un ambiguo compromesso lessicale che ha messo d’accordo maggioranza e opposizione.

Eccone il testo: “Il Consiglio comunale impegna l’Amministrazione a incentivare iniziative che sostengano la figura di Padre Matteo Ricci e a patrocinare iniziative con la figura del maceratese denominato Padre Matteo Ricci”. Ecco dunque lo stratagemma da retrobottega che, oltretutto con un linguaggio un po’ traballante, ha sistemato le cose fra l’alto dei cieli e il basso delle manfrine politiche. Come? Al divieto di patrocinare “Matteo Ricci” si è sostituito l’impegno di patrocinare “Padre Matteo Ricci”. Evviva! Se non è zuppa è pan bagnato, si diceva una volta. Non a caso la Pantana se ne è dichiarata pienamente soddisfatta.

Guerra di religione? Armistizio di religione? Magari! Nonostante la pessima fama che giustamente circonda queste espressioni, si sarebbe comunque trattato di una disputa su temi non peregrini. Nient’affatto. Tutto nasceva dalla personalissima stizza del vescovo Giuliodori che quando si è visto sfuggire il potere praticamente assoluto sulle celebrazioni ricciane (si pensi alla discutibilissima storia del monumento) è sceso in campo brandendo la clava – meglio: la clavetta – del nome. Guai a non dire “Padre”! Guai a dimenticare (ma chi lo dimentica?) che Matteo Ricci era anzitutto un “gesuita”! Sarebbe disonestà intellettuale! Dunque si tratta di roba recente, mai saltata fuori, in passato, nella “Civitas Mariae”. Da anni l’Istituto per le relazioni con l’Oriente si chiama “Matteo Ricci” e vi aderisce, oltre a Regione, Provincia, Comune e Università, anche la Diocesi, senza che il vescovo si sia mai scandalizzato per l’assenza della parola “Padre”. E a “Matteo Ricci” è intitolato l’Istituto tecnico per le attività sociali, senza che alcun cattolicissimo consigliere comunale vi abbia mai visto un covo di anticlericali o di miscredenti.

E roba di second’ordine, rispetto al senso autentico della vita di quell’uomo. Ma di prim’ordine rispetto alle speculazioni, agli opportunismi e alle manovre della politichetta locale.
Così, puntuale, la mozione del Pdl, un partito la cui fermezza nel difendere i valori anche morali del cattolicesimo risulta dal rigoroso atteggiamento tenuto proprio in questi giorni sulle notti di Arcore. E così, altrettanto puntuale, l’imbarazzo del Pd, che se non fosse in perenne imbarazzo perderebbe la sua identità.

Ma vengo al punto: la laicità delle istituzioni. E ripeto: fossi io l’ideatore di una manifestazione in memoria di Matteo Ricci mi sembrerebbe naturale mettere, nella denominazione, l’appellativo di “Padre”. Allo stesso modo non protesterei e ancor meno m’indignerei se quell’appellativo – oltretutto superfluo, se non, come in questa occasione, per intendimenti di sfida – fosse omesso in qualche altra iniziativa ideata da qualche altro. Non sarebbe anch’essa un omaggio alla grandezza planetaria di questo figlio di Macerata? Perché negarle il patrocinio – e il contributo – del Comune? Solo perché lo vuole un vescovo coi nervi a fior di pelle? Solo perché con questa trovata l’opposizione conta di far vacillare – e ci riesce, purtroppo – la maggioranza?  E ancora: se, paradossalmente, venisse presentata una mozione per vietare il patrocinio del Comune a iniziative denominate “Padre Matteo Ricci”, sarei il primo a ribellarmi. E sapete nel nome di che cosa? Non nel nome del “Padre”, ma nel nome della “Laicità”. Una parola, questa, che nell’affermare un’idea libera e forte di democrazia può e deve opporsi ad arcigne contrapposizioni fra credenti e non credenti, ma, comprendendoli tutti, può e deve puntare a una rispettosa e tollerante convivenza civile.

Comunque, per tornare a cose più amene, siamo in attesa che la signora Deborah Pantana invii – con la controfirma dei laici ex liberali del Pdl e dei laici ex repubblicani del Pd – una pur garbata lettera di protesta alla Conferenza episcopale italiana per essersi permessa, nell’edizione ufficiale della Sacra Bibbia, di indicare l’apostolo Paolo di Tarso col semplice nome “Paolo” senza farlo precedere dall’appellativo “Santo”. E lettere dello stesso tenore dovrebbe inviarle ai responsabili delle enciclopedie Treccani, Utet e Garzanti, dove il patrono d’Italia  è indicato come Francesco d’Assisi senza, pure lui, l’appellativo di “Santo”, che, forse, è più importante di “Padre”. E infine, per restar fra di noi, da quale inopinata insidia del maligno fu mai colto l’autorevole prelato maceratese Otello Gentili che la biografia di quell’illustre concittadino la intitolò “P. Matteo Ricci”. Non “Padre”, dunque, ma una modesta e anonima sigla costituita da una maiuscola puntata.



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