Metti una sera a cena con Bearzot
IL RICORDO
di Maurizio Verdenelli
Autunno 1978, qualche mese dopo i mondiali in Argentina. Chieti, corso Marrucino, redazione de “Il Messaggero”. Squilla il telefono. E’ il prof. Leonardo Vecchiet, ordinario di Medicina Interna all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti e medico ufficiale della nazionale di calcio. “Venga domani sera a Pescara: a cena c’è Bearzot”. Certo che ci andavo!
“Però fatti dire se riprende Francesco Rocca in azzurro: se ‘sì’ hai il servizio in prima pagina”. E’ la raccomandazione di Gianni Melidoni, il carismatico capo del servizio sportivo. Il quale nei confronti di Bearzot, 4 anni, dopo avrebbe titolato prima della partenza per i trionfali mondiali spagnoli, dopo un’umiliante 0-0 casalingo: “Ma restiamocene a casa!”.
Chi era Rocca? Era, prima dell’era Totti, il ‘cuore’ di Roma, il travolgente Kawasaki, terzino sinistro giallorosso ‘scoperto’ in nazionale da Fulvio Bernardini qualche anno prima. Rocca, in allenamento, si era rotto un ginocchio e purtroppo non sarebbe più tornato a giocare (al calcio azzurro avrebbe dato il suo talento come allenatore delle giovanili). Ma allora si sperava in un recupero del campione, già punto di forza della Roma e dell’Italia.
Al ristorante pescarese, in riva al mare, fui ammesso –grazie alla buona amicizia che avevo con il prof. Vecchiet- al ristretto tavolo di Enzo Bearzot. Tutt’intorno i tavolini degli altri invitati: credo che fosse un incontro sionistico, Devo dire che fraternizzammo subito da fumatori di pipa (anche Vecchiet lo era) anche se il Ct usava sorprendentemente trinciati italiani che sul mercato venivano di gran lunga dietro rispetto a quelli inglesi, Dunhill in testa. Fumammo insieme come ‘indiani’(lui accendeva di continuo la pipa che non ‘reggeva’) passandoci i nostri tabacchi: 32 anni fa era possibile nei locali. Lo sorpresi anche con citazioni letterali oraziane. Bearzot era un conoscitore finissimo del grande scrittore lucano dell’epoca di Mecenate e dell’imperatore Augusto. Tabacco, poesia, storia romana: il feeling andava benissimo con quell’elegante (aveva, al solito, una giacca bellissima) e forbito e coltissimo signore che sembrava non avesse mai frequentato neppure per sbaglio uno spogliatoio di calcio. Continuò ad andare molto bene nel nome dello sfortunatissimo ‘Kawasaki’: “Rocca? E’ una garanzia! Appena si rimette in piedi lo convoco!”. Bene, la firma in prima pagina sul ‘Messaggero’ con prospettiva romanista era assicurata!
Le cose cominciarono ad andar male, quando ormai, sicuro del legame che tra uno splendido risotto alla pescatora e scampi al cognac si era formato tra me e il Ct azzurro, gli posi la domanda che l’Italia pallonara voleva porgli sin da quando aveva mandato in campo la squadra titolare, tutta juventina con Bettega leader, contro l’Argentina in una partita senza importanza. Un errore in un torneo breve dove bisogna centellinare le forze? Gli azzurri avevano fatto un figurone ma poi ne avevano risentito sbagliando la semifinale. La domanda era dunque questa: Bearzot subiva forse la sudditanza juventina. Ed allora quell’onestissimo uomo che sembrava scolpito nel legno, tutto d’un pezzo si alterò di brutto. La pipa cominciò ad ondeggiare paurosamente tra i denti. La posò sul tavolino, si alzò dalla sedia, puntò contro di me l’indice accusatorio vibrando tutto nella persona. Come osavo pensare che lui fosse mentalmente ‘suddito’ della Vecchia Signora. In mio soccorso venne il prof. Vercchiet: “L’amico Verdenelli non voleva offenderti Enzo”. Il ‘Vecio’ si calmò. Ci stringemmo la mano. Era quella di un uomo vero. Tutti intorno lo applaudirono ed io un po’ provai vergogna.
L’articolo in prima pagina? Melidoni fu di parola: uscì ad una colonna, in nona, di spalla. Occhiello: “Metti, una sera a cena con Bearzot”. Titolo: “Rocca, subito lo vorrei!”. Della presunta ‘sudditanza’ juventina addebitata al Vecio, neppure una virgola.
