Sferisterio e statua della “discordia”
La Cultura è l’industria di Macerata

IL PUNTO - Successi e involuzioni della stagione lirica. Invasioni di campo del vescovo nel nome di Matteo Ricci. La Civitas Mariae non è anticlericale
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di Mario Battistini

Con 4.408 biglietti venduti al botteghino l’edizione 1973 di  “Aida” ha segnato il tetto più alto delle presenze fino ad oggi registrate allo Sferisterio. Furono quattro quell’anno le rappresentazioni in programma del capolavoro verdiano e tutte con un elevatissimo numero di spettatori, anche se fu la terza serata di spettacolo ad aggiudicarsi il <tutto esaurito>. In fatto di pubblico, in ogni caso, abbastanza analoghi a quelli del 1973 sono i dati relativi a diverse altre stagioni liriche, a partire dal 1967 (“Otello’’ con Mario Del Monaco) e fino agli Anni Novanta, quando alla direzione dello Sferisterio si sono alternati Carlo Perucci, Francesco Canessa e Claudio Orazi, i maggiori artefici, a nostro avviso, della qualificazione di questo straordinario Teatro all’aperto, di cui non solo Macerata, ma anche l’intera provincia e le Marche, vanno giustamente fiere. Per restare ai numeri, la stagione di quest’anno, con 1.099 spettatori di media per serata, ha invece registrato il dato più basso da sempre. Diremo perché più avanti, dal nostro punto di vista, soffermandoci anche sulle imbarazzanti dichiarazioni del vescovo Claudio Giuliodori riguardo alle iniziative in onore di Padre Matteo Ricci nel IV centenario della morte (Pechino 1610).

L’industria della Cultura

Concluso il lungo e non facile impegno della ricostruzione post-bellica, con una città ancora disorientata e incerta sul futuro da inventare, gli amministratori del tempo ebbero il merito di capire che bisognava ricercare con sollecitudine realistici orizzonti di sviluppo, proiettando il capoluogo fuori dal ristretto ambito territoriale. Cosa fare? Occorreva un’idea plausibile, un progetto praticabile e vincente. Una strada apparve obbligata, quella della Cultura in tutte le sue multiformi espressioni, non avendo mai avuto Macerata, <Atene delle Marche> e Centro consolidato di un Terziario avanzato, l’intenzione di pianificare insediamenti industriali. Giusto, sbagliato? Chissà. Certo è che oggi, con la pesante crisi in atto nel mondo del lavoro, che non accenna a scemare, tante aziende in difficoltà avrebbero rappresentato un drammatico problema sociale.

La Cultura, dunque, intesa come volano di stabilità economica e di progresso civile, è stata la carta ritenuta più coerente, a partire dagli Anni Sessanta, per favorire la crescita del capoluogo.

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L’Università e non solo

Importanti presupposti di base giustificarono questa scelta, potendo il Comune contare sulla prestigiosa presenza di una Università fra le più antiche d’Italia (ben 720 anni di vita), affiancata da un ricco patrimonio storico e ambientale, bibliotecario e museale, corroborato da una dinamica rete associativa e di istituzioni scolastiche di primo livello, nonchè da un’Accademia di belle arti in continua espansione. Non si è fuori tema se riteniamo opportuno aggiungere un altro fiore all’occhiello, quel Centro Oncologico di eccellenza, acquisito di recente, per il quale si sono battuti con successo forze politiche e cittadini, rintuzzando le manovre di disturbo della solita “Ancona pigliatutto”. La forza dell’impegno culturale, prima ancora che politico, ha primeggiato pure in questa vicenda.

Macerata non è una città spenta come vorrebbero far credere alcune frange isolate di popolazione, impegnate a praticare un giorno sì e l’altro pure una stucchevole liturgia della denigrazione. Errori, ritardi, contraddizioni anche vistose negli anni hanno indiscutibilmente contaminato anche la nostra municipalità e provocato situazioni discutibili. Ma avranno pure un valore, in una Italia che sta arretrando e che è in preda agli scandali, in una Italia bistrattata nei suoi principi etico-morali e devastata nel suo territorio, i riconoscimenti che qui arrivano ripetutamente dagli osservatori esterni, i quali pongono Macerata ai vertici della graduatoria nazionale in fatto di sicurezza, ordine, rispetto della legge e qualità della vita.

Il ruolo trainante dello Sferisterio

Se la Cultura rappresenta l’unica vera industria di questa città, è doveroso riconoscere allo Sferisterio il ruolo trainante delle varie attività, comprese quelle in scena tutto l’anno al <Lauro Rossi> e in altri luoghi: prosa, festival del jazz, teatro dialettale, rappresentazioni scolastiche, musica sinfonica, concerti, convegni, dibattiti. Lo Sferisterio primeggia su tutto, perché è questo Teatro, emblema indiscusso del capoluogo, che sforna spettacoli fuori dell’ordinario, che alimenta interessi e passioni, che dà prestigio e visibilità al territorio. Un Teatro che favorisce anche un intenso movimento turistico in città (e in provincia), che porta ricchezza nelle case, incrementando le attività di alberghi, ristoranti e negozi e che crea occupazione non solo stagionale. C’è poi l’indotto, al quale sono collegati laboratori artigianali e aziende produttrici di servizi e materiali necessari per far vivere la Stagione lirica, le iniziative sopra ricordate e il Festival di Musicultura della canzone popolare e d’autore, seguito ogni anno da migliaia  di giovani provenienti da ogni parte d’Italia.

Lo dicono i numeri: l’industria della Cultura muove risorse per milioni di euro a vantaggio, direttamente o indirettamente, di una vasta platea di cittadini.

Appare quindi ingeneroso muovere critiche a una tale impresa quando i suoi bilanci chiudono in rosso. Ma in rosso operano tutti i teatri del pianeta, come pure gran parte delle attività della pubblica amministrazione, alle quali, tuttavia, non è possibile rinunciare: trasporti, sanità, asili, manutenzioni, scuole, pubblica illuminazione e via di seguito.

La situazione non è bella. Lo Stato latita e occorre ricercare in loco le risorse che servono per mandarare avanti la baracca dei Comuni, tutti in bolletta. <Alla politica del fare – commenta il Codacons in difesa dei consumatori – si è sostituita la politica delle promesse e delle chiacchiere, che è deleteria per le aziende, per le famiglie, per i giovani in cerca di lavoro. Difendere i teatri e tutti i luoghi che favoriscono la circolazione delle idee, soprattutto in tempi di crisi, è un dovere di ogni cittadino. Un Paese di ignoranti piace ai potenti perché si controlla meglio. Soprattutto in tempi di  crisi, la Cultura è una risorsa irrinunciabile per stimolare riflessioni ragionate e per non precipitare nel baratro della rassegnazione>.

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Il sindaco Carancini a Bruxelles per la promozione dello Sferisterio

Successi a ripetizione

Fino agli Anni Ottanta lo Sferisterio ha occupato pagine intere di riviste e dei maggiori quotidiani (non solo italiani) per l’indiscussa qualità artistica degli spettacoli prodotti, molti dei quali figurano nella storia del melodramma dell’ultimo mezzo secolo. Alcuni titoli in rapida sintesi: la ‘’Turandot’’ del 1970 con Franco Corelli e il soprano svedese Birgit Nilsson mobilitò a Macerata troupe televisive inglesi, tedesche e americane. Idem nello stesso anno la “Traviata” di Renata Scotto e Renato Bruson, seguita nel 1971 dalla “Bohème” ancora con Corelli, nel ’73 dall’“Aida” del record di di presenze cui si è detto all’inizio. Acclamati nel 1974 il “Rigoletto” con Luciano Pavarotti e l’americano Sherrill Milnes, la “Carmen” con Grace Bumbry e ancora Corelli. In primo piano anche la dirompente <Bohème> di Ken Russell (1984), un affresco in musica ben riuscito dell’odierno malessere sociale. E poi le entusiasmanti produzioni del regista-scenografo cecoslovacco Josef Svoboda (la “Traviata degli specchi” del 1992 e il “Rigoletto” con Renato Bruson del 1993) e le innumerevoli <stagioni> con Luciano Pavarotti, Placido Domingo, José Carreras, Montserrat Caballé, Marilyn Horne, Cesare Siepi e tantissimi altri artisti di pari grandezza. Si consideri che l’Enit (Ente Nazionale Italiano per il Turismo), in occasione delle più rinomate Mostre e Fiere internazionali, spesso ha posto al centro dei propri stand espositivi la storia e i successi dello Sferisterio per propagandare l’immagine del nostro Paese e, quindi, per attirare in Italia folte schiere di melomani e turisti.

Un declino in parte voluto

Dopo i fasti delle gestioni Perucci-Canessa-Orazi e l’intermezzo senza infamia e senza lode di Giancarlo Del Monaco (direttore artistico) e Marcello Abbado (sovrintendente), lo Sferisterio ha compiuto un vistoso passo indietro nell’ultimo decennio sotto la contestata guida di Katia Ricciarelli solo in parte rattoppata da Pier Luigi Pizzi, regista e scenografo stimato in campo internazionale, ma alquanto temerario nelle scelte dei <cartelloni> fino ad oggi qui presentati. Il maestro Pizzi ha dimostrato di voler privilegiare opere del tutto estranee ai gusti del grande pubblico, preferendo evidentemente rivolgersi alle sparute schiere dei melomani più sofisticati che vanno alla ricerca del <nuovo> e di <titoli> meno inflazionati. C’è un po’ di snobismo in questo atteggiamento. Non si può, in ogni caso, mortificare la tradizione, annientando la sensibilità e gli interessi culturali delle grandi masse di spettatori.

Saranno pure importanti (e lo sono) opere come <Attila> e <I lombardi> di Verdi, <Il vespro della Beata Vergine> di Vivaldi, il <Faust> di Gounod  e altre andate in scena in questi ultimi anni. Ma il pubblico non le gradisce, come del resto dimostra il mercato, dove sono rare le edizioni discografiche di tali opere. Rare perché il pubblico non le richiede.

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Il vescovo Claudio Giuliodori

La tradizione va difesa

Uscire dal repertorio più amato e affermato è fuori di ogni logica. Lo Sferisterio ha creato le sue immense fortune quando ha puntato sulla produzione lirica tradizionale, richiamando gli amanti della lirica da ogni paese europeo. E anche turisti in cerca di un sano divertimento. Non è poi vero, per fare un esempio, che una <Tosca> più volte ripetuta può alla fine stancare, perché risulterebbe sempre la stessa. No, un’opera non è mai la stessa, neppure sul piano musicale perché le direzioni orchestrali si differenziano notevolmente per le emozioni che riescono a trasmettere. Ma identica un’opera non lo è mai neppure negli allestimenti scenografici e registici. Si pensi alla geniale <Traviata degli specchi> di Svoboda, che ha ricevuto il <Premio Abbiati> dalla critica, quale migliore spettacolo presentato in Italia negli Anni ’90, senza dimenticare altre produzioni di assoluta qualità.

Stiamo attenti. Rinnegando la tradizione si fa uno sgarbo al pubblico e si rischiano <forni> al botteghino. E questo non possiamo permettercelo, pur riconoscendo che sul calo delle presenze in questi ultimi tempi ha influito  pesantemente la crisi, che ha svenato le famiglie. Ma questo non deve essere un alibi.

Una rotta da invertire

La professionalità e la competenza di Pier Luigi Pizzi sono fuori discussione, ma il Maestro dovrebbe convincersi di una verità incontrovertibile: Macerata non può continuare a voltare le spalle al suo pubblico. Sarebbe un vero suicidio. Intanto, prendiamo atto che per il prossimo anno Pizzi ha finalmente pensato bene di invertire la rotta:, programmando <Il ballo in maschera> e il <Rigoletto> di Verdi. Due grandissimi capolavori anche se il <Ballo> non è proprio popolarissimo. Ma è un passo avanti in direzione del recupero della tradizione e dei non pochi consensi perduti in questi ultimi tempi.

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Il professor Filippo Mignini


Padre Matteo Ricci e il Vescovo

Il vescovo di Macerata vuole a tutti i costi e subito che si realizzi una statua in onore di Padre Matteo Ricci nel IV centenario della morte. E’ una priorità per la città – ha detto mons. Claudio Giuliodori – un impegno che viene prima della Stagione lirica e di Musicultura, prima di ogni altra iniziativa e attività. Priorità assoluta. Il Comune si muova e provveda. Il progetto già c’è, porta la firma di Cecco Bonanotte, artista di Porto Recanati, e il costo è di 600 mila euro (in partenza erano 750).

Quella del vescovo è una invasione di campo, una grande forzatura che viola il cosiddetto principio separatista, il quale esclude ogni ingerenza della Chiesa nello Stato e viceversa. Ci sono regole e principi inviolabili. Lo Stato è laico e deve occuparsi dei cittadini, senza peraltro mai entrare nella loro sfera religiosa. La Chiesa invece si occupa della cura delle anime per l’accrescimento della fede fra i cittadini, senza peraltro mai intromettersi nelle vicende delle istituzioni pubbliche. Si può discutere e confronarsi, ma le ingerenze sono inaccettabili e vietate, da una parte e dall’altra.  <Libera Chiesa in libero Stato> propugnava Cavour e prima di lui Charles de Montalembert parlò di <Ecclesia libera in libera Patria>, per sancire la concezione separatista in tema di rapporti fra Stato e Chiesa. L’uno e l’altra, nel proprio campo, sono indipendenti e sovrani. Nessuna commistione di ruoli, nessuna ingerenza.

Ora è chiaro che nessuno mette in discussione il valore positivo della religione, ma la Chiesa non può dettare a un sindaco l’agenda delle cose da fare o da non fare per la propria collettività. Il vescovo come reagirebbe se Carancini tentasse di metter bocca sulle questioni delle parrocchie, magari spingendosi fino al punto di voler imporre le sue idee?

Il sindaco e Mignini

Va dato atto al sindaco di Macerata di aver tenuto la schiena dritta anche in questa occasione, difendendo le proprie prerogative e quelle della sua Amministrazione e respingendo <con dolore e rammarico> l’accusa rivolta ai maceratesi dal vescovo, il quale li ha definiti <miopi e autolesionisti> per il solo fatto di nutrire forti dubbi sulla necessità di impegnare 600 mila euro per la statua. <Oggi non si può ha concluso Carancini – in futuro si vedrà, ma è certo che sarà il Comune a decidere>. Non si può che assentire.

Sulla stessa lunghezza d’onda si è mosso il prof. Filippo Mignini, direttore dell’Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l’Oriente. <Deve essere il Comune e non il vescovo – ha detto con forza Mignini – a dire quel che si deve fare. Ma se il Comune vorrà spendere soldi pubblici per la statua dovrà emettere un bando pubblico di gara e nominare una commissione per la scelta del progetto. Non può decidere il vescovo invitando poi altri a pagare. Quanto alla statua in onore di Matteo Ricci, faccio notare che una già esiste in città, ma meglio sarebbe realizzare un museo permanente nel nome di questo grandissimo maceratese. Questa idea peraltro  è già in cantiere>.

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L'ex presidente della Provincia Franco Capponi


Le accuse di Capponi

Da ultimo, una replica a Franco Capponi, secondo il quale il <no alla statua è spinto dall’anticlericalismo> presente nel capoluogo. A quanto pare, l’ex presidente della Provincia non riesce proprio a mascherare il suo ormai arcinoto grado di acidità nei confronti dei maceratesi. Contento lui. Ma l’anticlericalismo di cui lui parla non ha alcun senso. E’ fuorviante e assolutamente privo di riscontri. Il problema che si sta dibattendo è ben più complesso e delicato e non lo si può certo affrontare buttandola sul politichese. In ogni caso, vorremmo ricordare al signor Franco Capponi che Macerata è, sì, una città laica – come dovrebbero esserlo tutte le città – ma non per questo ostile ai valori positivi della Chiesa, che tutti invece rispettano: credenti e non credenti. Vuole la prova? Macerata da oltre mezzo secolo si fregia del titolo di <Civitas Mariae>, deliberato in seduta solenne dal consiglio comunale il 16 novembre 1952. Non ci fu un solo voto contrario, neppure da parte dei <comunisti mangiapreti> di quel tempo. Vede signor Capponi, la difesa della laicità delle istituzioni pubbliche, il senso di tolleranza verso tutto e tutti, il rispetto delle istituzioni pubbliche e dei valori della Chiesa sono principi inderogabili per i maceratesi. Potrà non piacere, ma noi siamo fatti così.



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