Il dramma dell’Alzheimer
“I centri diurni sono indispensabili”

La Berardinelli commenta il gesto estremo della figlia di una donna malata

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di Manuela Berardinelli*

Bussoleno, quarantunenne uccide la madre malata e poi si spara La donna, di 68 anni, soffriva di Alzheimer…
Nella mia lettera aperta all’Assessore Mezzolani terminavo con questa frase:
«Girando spesso nelle case dei malati e incontrando le famiglie mi trovo a sentire una frase terribile e purtroppo ricorrente “non mi ammazzo perché credo in Dio”, beh so, per quanto mi riguarda, che sarò felice e soddisfatta solo quando non ascolterò mai più un concetto del genere e penso di conoscerti abbastanza per sostenere che anche tu la pensi come me…, o no?»
Oggi nell’ascoltare il primo Tg questa terribile notizia, come commentarla?
Che al di là delle spiegazioni che si provano a dare (il figlio soffriva di depressione, era anche lui disturbato) la realtà è una sola, l’Alzheimer corrode e consuma qualsiasi persona ne venga a contatto…
E qui ritorno al mio pensiero ricorrente: l’indispensabilità di Centri Diurni che possano dare un aiuto concreto e fattivo alle tante famiglie colpite. E voglio essere molto chiara su questo…., alcuni, anche politici, mi obiettano che il malato deve essere accudito dalla famiglia che rimane l’unico luogo possibile, ritengo che questi signori siano in buona fede e che non abbiano mai avuto a che fare con un Alzheimer…
Sono la prima, e la mia Associazione è in linea con me, a combattere perché al malato di Alzheimer sia restituita la dignità ed il suo ruolo di uomo (inteso per entrambi i sessi ovviamente).
Non sia più definito un incapace e relegato al ruolo che una volta avevano i malati di mente, ghettizzato e scansato dalla società cosiddetta “normale”…
Ed è proprio all’interno di questa sfida che il Centro Diurno rappresenta un tassello essenziale se non esclusivo. Non è un luogo dove “posteggiare” il malato per un po’ di ore, ma è la casa dove si prova (con personale specializzato ed ogni singolo dettaglio studiato e specifico per i malati) a ricostruire quel clima di conforto e sicurezza che la perdita di identità ha fatto smarrire all’Alzheimer che vive un’angoscia profonda e devastante.
Dicevo che qualsiasi aspetto non è affidato al caso, ma studiato per il malato, eppure nulla parla di Istituto, ma di amore e rispetto in un percorso che vede famiglia e Centro affiancati con un unico obiettivo di ridare qualità alla vita del malato e dei suoi.
Nessuno abdica le sue responsabilità a nessuno, non si tratta di delegare il ruolo fondamentale della famiglia, ma affiancarla, con modelli già consolidati (vedi Monza o altre eccellenti realtà del Nord…) in un lavoro complementare in cui lo scambio e l’appoggio, tra famiglia e operatori, è continuo e reciproco.
E’ l’unica risposta possibile (ed è l’unica richiesta delle famiglie che non vogliono assolutamente sentir parlare di Case di Riposo o Istituti),  che vede l’approccio alla malattia con occhio quasi materno nel prendersi cura in toto di tutta la famiglia, non con un metodo “clinico”, ma umano, dove l’uomo, finalmente, è al centro come dovrebbe essere sempre, anche quando non sa più comunicare come noi siamo abituati a fare.

* Presidente dell’Associazione familiari Alzheimer


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