Raffaello diventa writer
contro la bruttezza di Macerata

Le interviste impossibili di Giancarlo Liuti

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Lo sposalizio della Vergine

di Giancarlo Liuti

I Giardini pubblici Diaz non sono certo un rigoglioso paradiso terrestre, ma nel colmo dell’estate, quando l’aria sembra uscire da un forno, trascorrervi la notte può essere una risorsa. Così, giorni fa, avevo deciso di andarci a dormire e stavo per infilarmi in quel po’ di verde ristoratore quando all’altezza della Terrazza dei Popoli ho notato un tizio con un basco piumato in testa e vestimenti antichi che si dava un gran da fare davanti a una di quelle pareti spalmandovi e spruzzandovi colori che tirava su da certi barattoli sistemati ai suoi piedi.

“Vergogna!”, ho gridato. “Fra scritte, sgorbi e disegnacci, voialtri graffitari state deturpando la città!”

Pacata ma ferma la risposta: “Lei confonde i writers con gli imbrattamuri. In tutto il mondo, ormai, il writing, ovviamente se fatto bene, è un’arte degna di rispetto, con mostre, premi e dotte analisi critiche. Le città, caro signore, sono assai più deturpate dalle nude pareti di calcestruzzo, dalle vistose tinte acriliche sulle facciate, dalle insegne di plastica, dagli squallidi budelli dei sottopassaggi e dagli anonimi quartieri senz’anima”.

“Sarà, ma non mi convince. Dei writers, a parte qualche rara eccezione, io vedo soltanto porcherie. Hanno lordato perfino Palazzo Buonaccorsi”.

“Quelli sono vandali, non artisti. E per scoprirli basterebbe piazzare telecamere nei punti più critici”.

“Insomma, lei è un writer”.

“Quasi, se consideriamo writing gli affreschi che feci in Vaticano. Ma i muri di strada non m’interessano. Avrà sentito parlare di Raffaello Sanzio, no? Ebbene, sono io”.

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Raffaello – autoritratto

“Il sommo Raffaello?”

“Per l’appunto. Spesi tutta la mia vita, ahimé breve, per affermare la bellezza contro la bruttezza”.

“Ed è venuto per questo?”

“Lassù, fra le nuvole, secolo dopo secolo, son diventato amico di san Giuliano e lui l’altro giorno mi ha detto: ‘Ti prego, Raffaello, la mia carissima Macerata è diventata brutta e tu che sei un campione mondiale di bellezza facci un salto, va a vedere com’è la situazione, fa qualcosa, un gesto, un appello’. Potevo dirgli di no? Ed eccomi qui”.

“A insudiciare questa parete”.

“Insudiciare? Guardi quello che ho fatto”.

Ed ha acceso un fiammifero, poi un altro, poi un altro.

Così mi è comparso uno splendido murale raffigurante un gruppo di persone riunite davanti a un’elegante scalinata che conduceva a un’architettura molto armoniosa, e, ai lati, colline dolcissime, e, su tutto, il profondo turchino di un cielo in prossimità del tramonto. Ero incantato, non credevo ai miei occhi.

“Fantastico”, ho mormorato. “E che rappresenta?”

“Uno dei miei quadri più famosi s’intitola ‘Lo Sposalizio della Vergine” e ho voluto rifarlo, anche se con una modifica nel titolo, che infatti è ‘Lo Sposalizio del Vergine’”.

“E chi sarebbe?”

“Gli dia un’occhiata”.

“Pare il sindaco Romano Carancini”.

“Proprio lui”.

“Vergine?”

“Sì, in un certo senso. Uno che si è presentato alle elezioni con un linguaggio diverso dal passato, uno che ha detto comincia una nuova storia”.

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Uno dei contestati murales nel sottopassaggio di Rione Marche

“E chi è la donna che lui sta sposando?”

“Macerata, la bellezza di Macerata”.

“Che tanto vergine non è”.

“Vero, purtroppo. La città giunge a queste nozze non propriamente illibata per via di rapporti peccaminosi consumati nel corso del tempo, quando prevaleva la cultura del cemento ad ogni costo. Ma se ne sta pentendo, come dimostra la voce di tanti cittadini, tante associazioni, forze politiche di vari versanti, convegni, dibattiti. E’ accaduto per Valleverde, per il Suap Giorgini, accadrà per altre cose. Insomma, io credo che anche a Macerata, come in tutto l’Occidente, stia mettendo radici una crescente diffidenza verso l’invasione dissennata del calcestruzzo. Datevi una regolata, posteri miei. Altrimenti smarrirete voi stessi”.

“Ho capito, lei disprezza la crescita, il lavoro, il benessere che può venire dall’edilizia, dal fare, dal costruire”.

“Disprezzo il costruire? Guardi che fui anche architetto e come tale lavorai perfino alla  basilica di San Pietro. No, nessun disprezzo. Io ce l’ho col costruire solo quando costruire significa il suo contrario, cioè distruggere, massacrare, violentare la natura, l’immagine stessa di un luogo. Sa che a Macerata, per una decisione presa in un recente passato, si costruiranno quasi un milione di metri cubi di nuove case? E chi le abiterà, se la popolazione non è in aumento? E come saranno, belle? Non credo. Pensi all’ex mulino Vignati”.

“La modernità, Raffaello. Il progresso cammina sulle gambe delle proprie vittime”.

“Progresso? Privilegiare i beni materiali ignorando quelli immateriali, come appunto la bellezza, è regresso. Circolando nell’empireo ho conosciuto tanti personaggi di grandissimo valore per l’umanità e sapesse quante volte abbiamo discusso di bellezza!”

“Ma la bellezza cos’è? Non si può toccare, non si può mangiare, ognuno la sente a modo suo …”

“Come l’amore, amico. Ma si può vivere senza? Platone dice che la bellezza è splendore di verità. Un altro, Proust, dice che è promessa di felicità. E Dostojevski che il mondo può salvarlo solo la bellezza”.

“Vecchi tempi”.

“Bisogna farli tornare. Una volta, a Macerata, chi deteneva il potere se ne faceva lustro con la Loggia dei Mercanti, il Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio. E adesso? Vada a vedere la zona industriale e commerciale di Piediripa. Allucinante, sembra un lager, non c’è un albero, non c’è un minimo di decenza architettonica nonostante che vi siano uffici pubblici e sale cinematografiche. E adesso l’alluvione del cemento si allargherà a dismisura, fino a lambire l’Abbazia medievale di San Claudio. Ma dove sta scritto, poi, che un edificio industriale o commerciale non possa avere una sua dignità anche estetica? Prenda l’Auto Palace di viale Puccinotti. Vecchi tempi? Mica tanto. Fatto nel 1911, ha un’affascinante grazia liberty. Ora sta lì, in coma, magari in attesa di un progetto di demolizione per far posto a un mostriciattolo economicamente più redditizio”.

“Torniamo al suo murale, maestro. Chi sono le altre persone?”

“Gli assessori di Carancini e i consiglieri comunali del suo schieramento. Non tutti, purtroppo, perché quattro o cinque di loro non hanno voluto partecipare alla cerimonia nuziale. Ecco allora la ragione di questo mio messaggio, che vuol essere un misto di fiducia, timore e provocazione”.

“Maestro, si spieghi meglio”.

“Vorrei che Carancini e la sua giunta si unissero, davvero e indissolubilmente, con la bellezza di Macerata, e la nutrissero, la proteggessero. L’amore, a quanto sembra, non manca. Ma stiano in guardia, perché qualcuno, prima o poi, dirà che questo matrimonio non s’ha da fare, o, se sarà fatto, cercherà di farli divorziare”.

“Sullo sfondo del suo murale s’intravede un edificio che somiglia a uno qui vicino, la cosiddetta Rotonda dei Giardini. Quello, almeno quello, brutto non è”.

“Sì, mi piace molto. Ma sono appena cinquanta metri quadrati e per restaurarlo il Comune ci ha impiegato un sacco di anni, e una volta ci pioveva, un’altra l’impresa falliva, un’altra si crepava l’intonaco, un’altra non si sapeva cosa farci. Disinteresse, menefreghismo. Ecco come è stata trattata la bellezza, in questa città”.

“Lei è un inguaribile sognatore. Ma sappia che le utopie sono sorelle delle illusioni”.

“Le dico una cosa che scrisse Leopardi, un altro mio collega di lassù. O le illusioni riprenderanno corpo e sostanza o questo mondo diverrà un serraglio di disperati e forse anche un deserto”.


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