Gli scout maceratesi incontrano
keniani, marocchini e albanesi
Una nuova prospettiva per capire il mondo
Ai Giardini Diaz hanno affrontato i temi dell'immigrazione e dell'integrazione
di Alessandra Pierini
La questione immigrati e gli interventi necessari all’integrazione e alla convivenza sono continuamente al centro del dibattitto politico, sociale e intellettuale del nostro paese. Molto spesso sono i pregiudizi a determinare la posizione dei singoli individui o delle comunità ma basterebbe cambiare la prospettiva di osservazione della realtà per cogliere ulteriori sfaccettature del problema e affrontarlo in maniera più consapevole. E’ quanto ha proposto l’Agesci dellla zona di Macerata che comprende Porto Recanati, Potenza Picena, Monte San Giusto, Tolentino, Corridonia, Civitanova Alta e Mogliano per l’incontro annuale di zona al quale hanno partecipato 90 scout e i loro capi. Ci spiega l’iniziativa Lorenzo Emiliano di Potenza Picena: “Per l’incontro annuale di zona, abbiamo deciso di affrontare il tema dell’immigrazione e dell’integrazione visto che i ragazzi vivono in realtà sempre più multietniche.
In questo caso gli immigrati eravamo noi e siamo stati accolti da quattro differenti comunità maceratesi di immigrati, due delle quali provengono dal Marocco, una dal Kenya e una dall’Albania. I ragazzi, divisi in quattro gruppi, hanno ascoltato la testimonianza dei vari gruppi, hanno partecipato ad una serata con cena e danze tipiche.” L’incontro è durato due giorni e questa mattina i ragazzi si sono ritrovati ai Giardini Diaz di Macerata: “Questa mattina – ci spiega Federica Zallocco di Macerata – i ragazzi hanno trasmesso la loro testimonianza agli altri attraverso varie tecniche espressive, compreso un articolo di giornale.
Diego Nardi di Mogliano faceva parte del gruppo che ha incontrato la comunità di Kenya e Angola: “Ci hanno mostrato dei video per comprendere la situazione attuale dell’Angola dove la guerra è finita da soli 10 anni e del Kenia dove la gente vive nella povertà delle baraccopoli. Quello che abbiamo visto ci ha fatto capire come mai hanno scelto di venire in Italia.”

Danilo Corsetti di Corridonia è rimasto colpito dalla storia di un ragazzo marocchino: “Ci ha raccontato che in Marocco aveva tutto, poi è venuto in Italia per giocare a calcetto e stava ancora bene, poi però si è rotto un ginocchio e si è ritrovato completamente solo in un paese straniero. La sua esperienza mi ha molto colpito.”
Anche Cesare Fuscà ha visitato una comunità marocchina: “Per una volta abbiamo invertito i ruoli, eravamo noi gli immigrati ma siamo stati accolti molto bene. Abbiamo mangiato cous cous e ballato le danze tipiche. Dai racconti e dalle testimonianze, mi sono reso conto di come noi italiani, pur vivendo in una situazione ideale, spesso non riusciamo a capire il valore essenziale delle cose.”
La comunità albanese ha fondato a Macerata un’associazione che ha tra gli obiettivi quello di rimuovere i pregiudizi che ostacolano l’integrazione. Tra gli scout che sono entrati a più stretto contatto con l’Albania, c’era Elisabetta Giri di Porto Recanati:
“Sono rimasta molto colpita dalla sofferenza di un ragazzo che nel ’97 ha fatto il viaggio della speranza, per poi ritrovarsi in un campo profughi dove, nonostante la solidarietà tra tutti, ha fatto un’esperienza molto negativa perchè ha provato la sensazione di essere senza casa, completamente sradicato dalla propria terra e dai propri affetti.” In un mondo globale in cui le distanze sono praticamente nulle, Italia e Albania sono ancora più vicine: “I ragazzi albanesi – va avanti Elisabetta – ci hanno fatto notare che anche la cultura albanese, molto simile a quella greca, non è così diversa da quella italiana. Ci hanno detto che in Albania la vicinanza con l’Italia è molto sentita, non è così in Italia.”
I 90 scout e i loro capi si posizionano in cerchio e pranzano tutti insieme. E’ un cerchio perfetto nella forma e nell’ideale condivisione che rappresenta. E’ un cerchio chiuso e completo ma l’impressione è che dopo questa esperienza siano tanti gli spazi e gli spiragli aperti, nei quali altre realtà potranno inserirsi e dare origine ad una nuova comunità in cui la provenienza non conta ma prevalgono i buoni sentimenti.







la giornalista ha colto bene la simbologia del cerchio: è l’unico modo per vedersi tutti in faccia, per non nascondersi dietro alle proprie insicurezze e timidezze; dà conforto e protezione, ma basta fare una “culata” indietro per allargarlo e fare spazio ad altri.
Complimenti ai clan della zona di Macerata. Buona strada.