Macerata non è
una città in declino

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di Giancarlo Liuti

Un gruppo internazionale di scienziati della società ha proposto di sostituire i parametri esclusivamente economici del cosiddetto Pil (prodotto interno lordo) con quelli del cosiddetto Bil (benessere interno lordo), che, pur non sottovalutando il peso dell’economia, esprimono in modo più corretto la reale qualità della vita. Ed ecco la sorpresa. Adottando i parametri del Bil, infatti, è saltato fuori che il Maceratese si classifica fra le prime dieci province italiane. E Macerata città? Se una rilevazione di questo tipo fosse fatta anche per i singoli capoluoghi, è molto probabile che il giudizio sarebbe ancora migliore. Stupisce quindi che alcuni sonori altoparlanti, politici e non politici, diffondano l’idea di una città in preda a un preoccupante declino, avviata, cioè, a una sorta di tramonto.

Vero è che si avvicina un’impegnativa primavera elettorale, la qual cosa induce l’opposizione – politica e non politica – a premere sull’acceleratore della polemica. Vero è che non mancano problemi e che non sempre l’attuale amministrazione comunale li ha affrontati con tempestività e chiarezza di propositi. Vero è che in certi ambienti – politici e, ripeto ancora, non politici – si guarda solo al Pil e non al Bil, come se per la qualità della vita conti esclusivamente ciò che si trova nel portafoglio. Vero è che siamo tutti un po’ ipnotizzati dalla pseudocultura televisiva, per la quale il sembrare domina sull’essere e la percezione domina sulla realtà. Infine va anche detto che i maceratesi, proprio per una loro congenita forma mentis, badano non al Pil e neanche al Bil, ma al Mil (Mugugno interno lordo), in un imprecisabile sogno di un’imprecisabile felicità che sarebbe impedita dall’ignavia dei detentori del potere.

Intendiamoci, che Macerata non sia una città di vigoroso attivismo manifatturiero è fuori discussione. Ma questo appartiene alla sua vocazione naturale e desta semmai meraviglia che si continui a vederlo come un grave difetto e non, invece, come una possibile virtù, specie se si pensa ai guasti planetari di quella che fino all’anno scorso – l’illusione di un progresso senza limiti, perseguito con ogni mezzo e a qualsiasi prezzo – sarebbe dovuta essere la modernità. Macerata è una città del terziario, vale a dire di servizi – per se stessa e per un’area più vasta – nella sicurezza, nella salute, nel commercio, nell’istruzione, nella cultura, nella giustizia, nell’integrazione, nella coesione sociale. Ecco insomma la qualità della vita, ecco il Bil. Ogni cosa, dicevano gli antichi, può esser fatta meglio. E varie cose, a Macerata, potrebbero esser fatte meglio. Ben vengano quindi le critiche, le proposte, gli stimoli. Ma, per favore, non si parli di declino. E attenzione alle fughe in avanti, perché – anche questo dicevano gli antichi – il meglio può rivelarsi nemico del bene, di quel bene relativo, di quel sufficientemente bene che adesso, se confrontato con la situazione di tante altre città, diventa perfino un vantaggio.

Mala tempora currunt, nel mondo, in Europa, in Italia. Ma è forse declino quello che consente a Macerata di avere buoni servizi sociali (asili, famiglie, anziani, assistenza per l’area, pur limitata, del disagio), un efficiente servizio sanitario (al reparto di oncologia arrivano pazienti da mezza Italia) e un livello di sicurezza che, in barba a qualche invenzione, ha pochi uguali a livello nazionale? E’ forse declino quello che le consente di metabolizzare senza scosse fenomeni altrove traumatici come l’immigrazione extracomunitaria? E di continuare ad essere una capitale regionale di cultura, con l’Università, l’Accademia di belle arti, lo Sferisterio, ben centoquindici associazioni culturali (in tutto le libere associazioni superano le trecento), la galleria d’arte di Palazzo Ricci, quattro biblioteche con oltre un milione di libri, tre stagioni teatrali, otto sale cinematografiche, grandi luoghi per convegni, conferenze, spettacoli e concerti come il Lauro Rossi, San Paolo e l’ex cinema Italia? E di possedere una buona rete di impianti sportivi nel centro e nelle frazioni? E di spendere ingenti risorse per la conservazione e il restauro di preziosi edifici come Palazzo Buonaccorsi? E di non subire flessioni demografiche, di contare su un decoroso reddito pro capite, di tener bassa, nonostante la crisi, la disoccupazione?

Non sarà per questo che il Bil pone Macerata fra i “top ten”? E non è fuori luogo parlare di declino per una città che si trova in una posizione così gratificante? E non sarebbe più onesto che un pur vivace dibattito pubblico – di politici e non politici – tenesse conto di questa realtà di fondo, senza troppo concedere a forzature giornalistiche, speculazioni da campagna elettorale e leggende metropolitane?



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