“Mejo de pesce che d’oio santo”:
Marì de Muragna e il suo carretto,
uno spaccato di vita civitanovese

Il personaggio

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di Alessandra Pierini

Per capire fino in fondo una città bisogna attraversare con gli occhi di un turista le sue vie e sorprendersi di fronte alle cose semplici che gli abitanti danno per scontate. Per conoscere Civitanova Marche bisogna entrare in contatto diretto con l’elemento preponderante: il mare. L’aria salmastra e le onde che si infrangono sulla riva invadono centimetro per centimetro ogni vicolo che si attraversa nel borgo. La tradizione marinara,  della quale è rimasto ormai ben poco di tangibile, continua a pervadere la mentalità, la cultura e i modi di fare. Il pesce è, in questi luoghi, l’elemento vitale che per secoli ha garantito prima la sopravvivenza poi il commercio, lo scambio e infine lo sviluppo. Andiamo alla ricerca della Civitanova che fu e ci imbattiamo inevitabilmente nel mercato del pesce. Ora al centro dell’enorme salone si vendono frutta e verdura e i banchi del pesce sono tutt’intorno quasi a far da cornice ma gli odori e i suoni ci sembrano inconfondibili e familiari come se si ripetessero in una sorta di recita immutabile. Chiediamo a tutti quelli che incontriamo di indicarci dove abita Marì de Muragna, ultima erede della tradizione ormai scomparsa delle pesciarole di strada. Ci rinviano l’uno all’altro come in una matassa della quale non si riesce a venire a capo finchè una vecchia ammiccante non ci avvicina: “Permette una parola…” solo un’apparente delicatezza poi è un fiume di parole “Guardate guardate che bello pesce, ve lo do tutto, vi faccio un prezzo bono che vado a casa a cucinà che è tardi, non me ‘mporta se ce rimetto sete tanto carucce” con la sua voce tra lo stridulo e l’urlante che risuona in ogni angolo. Ci vende chili di pesce ma riusciamo a strapparle il segreto. Marì de Muragna vive in un vicolo a pochi metri, a segnalare la sua casa una sedia proprio a fianco della porta di ingresso. Lì si siede spesso e guarda la gente passare.
Marì de Muragna ci accoglie, amorevole, nella sua casa dove “lo pesce” continua a vivere nelle immagini sui muri, nelle bilance appoggiate qua e là ma soprattutto nei suoi occhi, nella pelle ruvida e ispessita da una vita trascorsa all’aria aperta e nei suoi tanti ricordi.

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“Lo pesce è la vita mia” ripete in una nenia che sa di passato, che ha il sapore del mare e di una passione sconfinata che trova nel duro lavoro quotidiano la sua massima espressione. Dalle sue parole prende vita uno spaccato di vita civitanovese che sembra scorrere davanti ai nostri occhi. “Mio padre era pescatore e aveva una barca che si chiamava Santa Barbara. Mia madre era pesciarola. Non voleva che andassi con lei ma io mi attaccavo sulla sottana e andavamo a vendere il pesce. Avevo dieci anni. Partivamo con il carretto a  notte fonda e arrivavamo fino a Morrovalle, nelle campagne. Aspettavamo l’alba e quando i contadini si svegliavano sentivano il cane abbaiare e capivano che eravamo arrivate. Arrivavano con le fiamminghe per il pesce e in cambio ci davano in cambio vino, uova e grano.” Maria ha ereditato il lavoro di sua madre e ha persino convertito suo marito Aldo: “Ci siamo conosciuti – ci racconta – dopo la guerra. Io andavo a spasso con le compagne che non si decidevano sul da farsi, allora io stizzita dissi che se non si decidevano gli rompevo in testa una delle stampelle di un ragazzo che stava passando. Era Aldo, tornato infortunato dalla guerra e gentilmente mi disse: “Se vuole io gliela dò una delle mie rocce (stampelle n.d.r.)” e da lì non mi lasciò più. Mio padre non voleva che ci sposassimo perchè Aldo era un carpentiere allora piano piano lo convinsi a fare il marinaio, così pescava il pesce e io lo vendevo. Partivo di notte, lasciavo i tre figli a casa e tornavo solo la sera tardi, quando allattavo a San Marone chiedevo in prestito una bicicletta, tornavo a casa e poi di nuovo a lavorare. Del pesce conoscevo tutti i segreti, buttavo il sale sulle seppie e le cucciolette per far vedere che erano vive.”  Maria era un’eccezione in un mondo in cui le donne non lavoravano per badare alla famiglia, era una scaltra commerciante e precorse i tempi che avrebbero portato alla formazione di un esercito di donne manager e lavoratrici e al raggiungimento delle pari opportunità. Maria ha assistito dal suo punto di vista di ambulante ai tanti cambiamenti che hanno riguardato il nostro secolo. “Quindici o venti anni fa – ricorda – la legge è cambiata e noi ambulanti dovevamo sparire. Ho fatto di tutto per continuare a lavorare: ho comprato un bel carrettino chiuso, pesava tanto di più ma non mi importava, poi ci ho messo la tanica dell’acqua per essere in regola poi ho cominciato a portare il grembiule bianco e le cuffie in testa e poi col tempo sono arrivate anche le macchinette degli scontrini, io ho fatto tre volte la prima e non ci capivo niente. Ho fatto tutto quello che mi chiedevano solo per continuare a lavorare. Ce vulio murì co lo caretto, per me era una casa e avrei continuato se non mi sentivo male.” Il rapporto con il carrettino del pesce era simbiotico, un legame quasi indissolubile. Oggi il carretto e alcune bilance di Maria sono conservate nel Museo Comunale perchè simboli della tradizione civitanovese. “Ho regalato il carretto al Comune. Quando l’hanno portato via sono stata male una settimana. Ho chiesto al fotografo di fargli una foto e gli ho fatto promettere che me la porterà quando morirò.”
Ci mostra un dvd Maria. E’ il documentario “Mejo de pesce che d’oio santo” realizzato dalla Provincia di Macerata. “E’ la voce mia – ci dice emozionata – quella che si sente all’inizio. Ho fatto questo film e me lo guardo sempre. Mi piace tanto, lo guardo e piango di nostalgia.” Le lacrime di Maria sono un po’ le nostre e così la sua nostalgia che un mondo che se ne va per lasciarci ad una vita molto più agiata ma molto meno degna di essere vissuta.


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