Il proemio “Dell’amicizia”,
la prima opera cinese di Ricci

di Filippo Mignini
Questa settimana presentiamo il proemio della prima opera cinese di Ricci: Dell’amicizia, nel quale il gesuita maceratese spiega l’occasione e le ragioni dell’opera. Al momento della composizione di questo testo (1595), Ricci si trovava nella città di Nanchang (già indicata dall’amico Qu Taisu come un’ottima sede per aprirvi una eventuale residenza), capoluogo della provincia del Jiangxi, città nella quale risiedeva dal 28 giugno 1595.
L’aver posto sulla bocca del principe della città la richiesta dell’opera era un espediente usato da Ricci che ne rafforzava certamente la dignità e l’importanza. L’amicizia tra Ricci e il principe, alla quale egli allude, è qualcosa di molto simile a quella che si considerava tale anche nell’antico occidente e che esprimeva più il rispetto delle regole rituali e della giustizia che non un sentimento o una relazione affettiva interindividuale.
Amicizia
composta da Matteo Ricci, del Grande Oceano Occidentale, membro
della Compagnia di Gesù, in risposta al principe di Jian’an Qian Zhai.
[PROEMIO]
Io, Matteo, venuto per mare dall’Estremo Occidente, entrai in Cina ammirando le nobili virtù del Figlio del Cielo dei grandi Ming e gli insegnamenti tramandati dagli antichi re. Dimorai al di là del Monte dei Susini per diverse mutazioni di astri e di nevi. Quest’anno, in primavera, valicando il monte e navigando per fiumi, arrivai a Jinling, dove, con mia grande gioia, ho ammirato la luce del nobile regno, pensando che forse non avevo fatto questo viaggio invano. Prima ancora di finire il lungo viaggio, remando indietro, mi recai a Nanchang e fermai la barca a Nanpu. Qui alzai gli occhi verso la montagna dell’ovest, apprezzai il paesaggio di singolare bellezza e pensai che in questa terra erano certamente ritirate persone nobili: non riuscendo a distaccarmi, lasciai la barca e presi una casa. Perciò sono andato a vedere il principe di Jian’an, il quale non mi ha disprezzato, mi ha permesso di fargli il grande inchino, mi ha fatto sedere al posto dell’ospite, mi ha offerto del vino dolce e mi ha fatto gran festa. [Terminato il banchetto], il principe ha lasciato il suo posto, è venuto da me e, tenendomi le mani, mi ha detto: “quando uomini nobili di grande virtù si degnano di passare nella mia terra, non c’è una volta che non li inviti, li tratti come amici e li onori. L’Estremo Occidente è il paese della moralità e della giustizia: vorrei sentire ciò che in esso si pensa dell’amicizia”. Io, Matteo, mi ritirai con ossequio, scrissi quello che avevo udito sin da fanciullo, composi un opuscolo sull’amicizia e lo presentai con rispetto.