Dal cinese all’italiano,
capitolo primo di un uomo strano

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matteoricci

 

di Filippo Mignini

Cari lettori di Cronache Maceratesi,

in veste di direttore dell’Istituto Matteo Ricci per le relazioni con l’Oriente di Macerata, sono molto lieto di inaugurare, con questo primo intervento, uno spazio all’interno di Cronache Maceratesi interamente dedicato alla figura e all’opera di Matteo Ricci. Questo recente giornale online, gestito da giovani e rivolto ai “giovani” di tutte le età, mi sembra un luogo ideale per promuovere la conoscenza della figura del gesuita maceratese, per far assaporare, settimana dopo settimana, stralci delle sue opere più importanti (scritte in cinese e non ancora pubblicate nella loro traduzione italiana). Con cadenza quindicinale, troverete in questa pagina dei brani ricciani, attraverso i quali potrete scoprire, poco a poco, le opere del nostro illustre concittadino per conoscerlo meglio e per apprezzare le sue qualità di religioso, filosofo, astronomo, matematico, ecc.

L’11 maggio 2010 ricorre il IV centenario della morte di Matteo Ricci: sarebbe bello avvinarci a questa importante data con una sempre maggiore consapevolezza del ruolo che il gesuita maceratese ha ricoperto all’interno dei rapporti tra Occidente e Oriente e degli importanti insegnamenti che ci ha lasciato e che risultano ancora attuali.

Non mi resta che augurarvi una buona lettura!

***

Dieci capitoli di un uomo strano

È l’ultima opera di filosofia morale, di ispirazione stoica, pubblicata da Ricci, a Pechino, nel 1608. Essa riprende, in dieci capitoli riproducenti altrettante conversazioni con intellettuali cinesi, temi caratteristici della filosofia morale, come il significato e l’uso del tempo, della ricchezza, del digiuno, della meditazione sulla morte, dell’uso della parola o del silenzio, ecc. Poiché si trattava di argomenti inusuali per la cultura cinese, Ricci intitola quest’opera anche Dieci Paradossi. A partire da questo appuntamento offriremo al lettore passaggi significativi della traduzione inedita in lingua italiana, di Wang Suna e Filippo Mignini.

Capitolo primo

Non si deve credere erroneamente di possedere ancora gli anni trascorsi

Il Ministro del Personale Li mi chiese l’età. Allora stavo per compiere cinquant’ anni e dunque gli risposi: «Non ho più cinquant’anni».

Il ministro replicò: «Intende dire che la Sua religione considera l’avere simile al non avere?».

Dissi: «No. Siccome gli anni sono già passati e non so dove si trovino adesso, non oserei dire che li ho ancora».

Visto che il ministro era perplesso per la mia risposta, continuai: «Ad esempio, se una persona ha cinquanta Hu di riso e cinquanta Yi d’oro e li conserva nel suo deposito, avendo la possibilità di prenderli in qualsiasi momento e di usarli come vuole, può dire di averli. Se il deposito è già vuoto, come si potrebbe credere di possederli ancora? Sommandosi, i mesi compongono l’anno e i giorni compongono il mese.

Mentre trascorro un giorno in questo mondo, una volta tramontato il sole, sia l’anno sia il mese sia la mia vita hanno un giorno in meno. La stessa cosa accade quando arrivano l’ultimo giorno del mese e l’inverno dell’anno. Per questo ho detto di non aver più i giorni e gli anni. Col crescere dell’età, giorno per giorno, diminuisce la vita. Gli anni sono già passati. Ora, tra il dire di averli e il dire di non averli più in che cosa consisterebbe l’errore?».

Avendo compreso la mia prima risposta, molto contento il ministro disse: «Ha ragione, se gli anni sono trascorsi, naturalmente non si può dire di averli ancora».

Continuai: «Se una persona possedeva un po’ d’oro e un po’ di riso e li ha scambiati per tessuti e oggetti di uso quotidiano allo scopo di mantenere se stesso, sostentare i genitori e nutrire i figli, si può ritenere che li possegga ancora, anche se l’oro e il riso sono stati consumati. Ma se li ha sciupati in una casa da gioco, o li ha persi imprudentemente, o li ha regalati a persone indegne di tali doni, la loro perdita è una vera perdita. È un peccato, che negli anni trascorsi io, Matteo, non abbia offerto contributi all’amministrazione dello Stato né mi sia assunto doveri familiari né mi sia perfezionato nella virtù. I miei anni sono passati infruttuosi e li ho persi veramente! Lei vuole che io finga di dire che li ho ancora?».

Il ministro disse: «Ah! Lei è troppo modesto pensando di aver trascorso inutilmente il tempo senza aver fatto nulla, al punto da non avere più gli anni trascorsi.

Nel mondo esistono delle persone indegne, che dalla giovinezza alla vecchiaia non fanno che offendere il Cielo, danneggiare gli altri e umiliare se stessi. Il Cielo è tanto misericordioso da prolungarne anzi la vita, in attesa che correggano i loro errori. Invece essi ne approfittano per incrementare i loro peccati. Quando stanno per morire, la quantità dei peccati accumulati nella loro vita corrisponde al numero degli anni da loro vissuti. Che disgrazia! Secondo Lei, hanno avuto una vita lunga o no?».

Gli risposi: «Sarebbe stato meglio che non fossero mai nati».

Poco dopo, il ministro mi portò nel salotto, dove ci incontrammo con alcuni suoi parenti, ai quali raccontò il dialogo intercorso tra noi, dicendo: «Nelle dottrine occidentali esiste una vera sapienza, molto utile alla condotta della vita. Voi dovete studiarla e non dimenticate di farlo».

Oh! Il tempo per sua natura scorre perpetuo, quindi non è possibile fermarlo. In tal senso, non possiamo dire di avere gli anni già passati, per non parlare di quelli che non sono ancora arrivati! Di conseguenza, ho composto gli Ammonimenti della Meridiana, in cui ho scritto: il tempo passato è già andato via, dunque non è possibile raggiungerlo; il tempo futuro non è ancora arrivato, perciò non possiamo goderne adesso. Allora, dove si trova il tempo? Il tempo è soltanto il brevissimo momento attuale che possiamo utilizzare. Esso è simile a un cavallo bianco al galoppo, che in un attimo sparisce dai nostri occhi che lo osservano attraverso una fessura.

Se usassimo il tempo per fare cose senza valore, quando potremmo fare quelle di alto valore?



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