Operazione Regina, il comandante del Gico:
«Alcuni arrestati hanno confermato i fatti.
La droga? Portata con auto a doppio fondo»

L'INTERVISTA esclusiva di Giuseppe Bommarito - Il colonnello Peppino Abbruzzese che dirige il Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata: «La versione di alcuni tra i principali esponenti del clan albanese finiti in manette hanno fornito altri spunti per le indagini. Per trasferire gli stupefacenti nelle Marche vengono creati vani segreti nelle vetture, modificando il telaio. Si aprono solo con particolari combinazioni. L'uso delle criptovalute è una barriera per le indagini sul riciclaggio»

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peppino abruzzese

Il colonnello Peppino Abruzzese

di Giuseppe Bommarito*

C’eravamo sentiti a febbraio con il tenente colonnello Peppino Abbruzzese, giovane comandante nelle Marche del Gico (Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata) del Nucleo polizia economico-finanziaria di Ancona, da cui dipende anche la Sezione Goa (Gruppo operativo antidroga), reparti d’elite della Guardia di finanza competenti per indagini di alta fascia sul traffico di droga, anche internazionale, e su misure di confisca di patrimoni illeciti, frutti di riciclaggio posto in essere da organizzazioni criminali.

Allora, con un’intervista esclusiva rilasciata a Cronache Maceratesi, il tenente colonnello Abbruzzese ci fornì i dettagli dell’operazione “Regina”, condotta contro un’agguerrita organizzazione albanese, che portò a nove arresti tra le Marche, la Svizzera e la Danimarca e al sequestro di ingentissimi quantitativi di sostanze stupefacenti. Un’operazione all’epoca non conclusa, con alcuni soggetti ancora latitanti, gli interrogatori degli arrestati in parte da effettuare e con un vasto materiale probatorio da esaminare. In fase di valutazione era anche il flusso di denaro generato dal traffico degli stupefacenti, per individuare i vari canali di riciclaggio.

Successivamente a maggio vi è stata un’ulteriore operazione che ha portato all’arresto di tre trafficanti legati ad un’ulteriore compagine di matrice albanese e al sequestro di 111 chilogrammi di cocaina. Da qui ripartiamo per una nuova intervista.

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L’avvocato Giuseppe Bommarito

Colonnello, quest’ultima operazione è collegata con l’operazione “Regina” oppure ha una sua vita autonoma?

Nessun collegamento. Si tratta di due operazioni distinte, frutto di filoni investigativi diversi che si sono incrociati con esito positivo.

L’operazione “Regina” ha portato ad ulteriori sviluppi?

Sì, anche se ovviamente non posso rivelare particolari che possano compromettere le attività investigative tuttora in corso. A questo proposito, avremo a breve un incontro con i procuratori elvetici che stanno seguendo, per la parte di loro competenza, le indagini per un necessario raccordo. Posso intanto dirle, perché questo è ormai un dato acquisito molto importante, che alcuni tra i principali esponenti del clan albanese arrestati a febbraio hanno reso interrogatorio e per il momento hanno confermato la ricostruzione fattuale su cui è basata l’intera operazione “Regina” e fornito altri spunti per le indagini. Effettuati i necessari riscontri, ciò porterà sicuramente ad ulteriori interessanti sviluppi, sui quali stiamo già lavorando.

Può aggiungere qualcosa sul trasporto della droga nelle Marche? Nella precedente intervista lei ha parlato di camionisti legati a grosse ditte della zona che, all’insaputa dei loro datori di lavoro e dietro il pagamento di 500 euro per ogni chilogrammo di sostanza trasportata, fanno arrivare nella nostra regione, dalla Spagna o dai paesi del Nord Europa, o anche dall’Est, notevoli quantitativi di sostanze. Ma ingenti quantità di droga di varia tipologia arrivano anche tramite autovetture opportunamente adattate con doppi fondi. Questa non è forse una specialità dei clan albanesi, da sempre molto interessati al settore delle auto nuove e usate?

Sì, è vero, i malavitosi albanesi stanno molto dentro questo settore. Li troviamo come concessionari negli autosaloni di vetture nuove e/o usate, nelle carrozzerie, nelle officine di elettrauto (per i controlli delle microspie usati per le intercettazioni ambientali), nelle società di noleggio o che acquistano veicoli all’estero. Le auto, spesso con targhe prova, a loro servono non solo per il trasporto dall’estero di droga e pure di soldi, ma anche per il periodico rifornimento dei magazzinieri, per i servizi di scorta, di vedetta. In particolare, posso aggiungere che sono abilissimi nel predisporre auto con doppi fondi nelle postazioni più impensate del veicolo dove creano vani segreti, modificando il telaio del mezzo, i longheroni, gli spazi dietro il cruscotto e dietro i sedili. Quasi sempre si tratta di doppi fondi idraulici o elettromeccanici, che si aprono solo con particolari combinazioni, cioè solo dopo l’attivazione con specifiche sequenze di comandi di bordo originali del veicolo.

Incredibile. Ma queste auto, almeno dopo qualche trasporto, non finiscono per essere individuate dalle forze dell’ordine?

Qualcuna la blocchiamo e la sequestriamo nel corso di qualche operazione, e poi la studiamo attentamente per capire i nuovi livelli di tecnologia criminale a cui sono pervenuti i vari clan. In genere, però, vengono vendute dopo cinque o sei mesi di operatività, prima che noi riusciamo ad arrivarci, ad organizzazioni criminali che operano fuori zona ad un prezzo ovviamente maggiorato (dai diecimila ai quindicimila euro) proprio per queste delittuose innovazioni tecnologiche.

Rimanendo sui clan albanesi, è vero che ai livelli bassi molti sono italiani e (specialmente per quanto riguarda i corrieri), devono essere del tutto incensurati?

Sì, è vero, i clan albanesi, una volta semplice manodopera delle famiglie criminali italiane, ora in Italia hanno un grande e vasto potere criminale e utilizzano i ragazzi italiani che vogliono entrare nell’affare droga per le mansioni più elementari, chiaramente preferendo quelli che hanno la fedina penale pulita perché ingenerano meno sospetti negli inquirenti. Parliamo di pusher, corrieri, magazzinieri, vedette. La filiera comunque è molto militarizzata, ogni anello conosce solo chi viene prima e chi viene dopo. In caso di arresti, i sostituti sono già pronti a prendere il posto di chi è in carcere o si è bruciato.
La capacità di instaurare rapporti a scopi affaristico-criminali si manifesta nelle relazioni intrattenute dalle consorterie albanesi con altre organizzazioni malavitose. Le più recenti risultanze confermano la tendenza delle cosche a instaurare collaborazioni utilitaristiche con consorterie di diversa matrice mafiosa, soprattutto ‘ndranghetiste, giustificate prevalentemente da specifiche contingenze, situazione che trova riscontro anche nei rapporti con compagini straniere, in particolare di matrice sudamericana.

Che rapporti ci sono tra i clan albanesi e le famiglie ‘ndranghetiste operanti sulla costa, nel Maceratese e nel Fermano?

I rapporti sono di buon vicinato, pure con la Camorra, e portano a forniture reciproche di sostanze in caso di loro necessità. La tendenza anche nelle Marche, per meglio contrastare l’attività delle forze dell’ordine, è comunque ad alleanze occasionali.

Di recente il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha fornito un dato agghiacciante sull’entità dei patrimoni e dei beni illeciti della malavita organizzata intercettati con successo dalle forze dell’ordine e dalla magistratura: circa il due per cento del totale, una percentuale risibile che a me sembra fotografare un ritardo enorme dello Stato nel contrasto alle mafie, se è vero, come è vero, quello che diceva Falcone, cioè che i mafiosi temono molto di più i sequestri e le confische che gli anni di carcere da scontare. Nel caso dell’operazione “Regina” avete fatto passi avanti in questa direzione?

Stiamo procedendo con i nostri reparti specializzati, ma incontriamo notevoli difficoltà da questo punto di vista. L’uso delle criptovalute, acquistate all’estero da parte dei vari clan mafiosi per il pagamento della droga già nelle prime battute delle transazioni illecite, che spesso avvengono anch’esse direttamente all’estero, costituisce un vero e proprio muro contro le indagini sul riciclaggio perché favorisce l’anonimato e scherma con grande efficacia le persone fisiche che sono dietro grandi patrimoni frutto principalmente del traffico di droga.
Tenga inoltre presente che spesso riusciamo ad individuare patrimoni ingenti nella disponibilità di soggetti (familiari e non) collegati agli indagati, questi ultimi anche nullatenenti, magari pure pregiudicati e con precedenti specifici, ma non possiamo aggredirli perché i beni risultano acquistati in Italia con provviste provenienti dall’estero, per le quali non è sempre possibile ricostruire l’origine illecita.

In che senso?

La giurisprudenza ha chiarito che i provvedimenti di sequestro preventivo e di confisca per motivi di riciclaggio in capo a soggetti terzi, non impiegati direttamente nel traffico di sostanze stupefacenti, per essere legittimi, pure a carico di soggetti privi di redditi dichiarati, non possono basarsi solo sul possesso di grandi somme di denaro, ma richiedono la prova, almeno a livello indiziario, della consapevolezza che le disponibilità sono frutto di una condotta delittuosa (c.d. reato presupposto). Non da meno, anche la difficoltà di dimostrare a posteriori il nesso logico tra beni da sequestrare e le operazioni finalizzate ad ostacolare l’identificazione della provenienza illecita. Il che rende molto complessa la repressione effettiva dei capitali illeciti. Molte difficoltà ce li crea anche il riciclaggio tramite il metodo “hawala”, praticato dalle mafie cinesi anche a favore di altre mafie, che consente il trasferimento all’estero di grandi somme senza spostamento fisico o tracciabile. Noi comunque cerchiamo sempre di fare il possibile e di migliorare sempre il nostro lavoro.

*Presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”

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