La versione di Isabella Di Mattia:
«Marco era geloso, non voleva che uscissi»
Dopo l’aggressione ha fumato crack
OMICIDIO A CIVITANOVA - La 33enne è in carcere a Pesaro con l'accusa di aver ucciso Marco Pennesi. Nel corso dell'interrogatorio ha detto che si è difesa, ma non sarebbero state trovate ferite sul corpo di lei: «Gli ho dato la coltellata al braccio ma non l'ho colpito alla testa. Ho cercato di tamponare il sangue». Era tornata in città il 30 giugno

di Gianluca Ginella
«Marco era geloso, non voleva che uscissi, ho preso il coltello in un momento di distrazione e l’ho colpito a un braccio, poi gli ho avvolto intorno un panno e gli ho chiesto se voleva che chiamassi i soccorsi ma non ha voluto», così ha raccontato nel corso dell’interrogatorio Isabella Di Mattia, 33 anni, originaria di Teramo, accusata di aver ucciso il fidanzato Marco Pennesi, 62 anni, nella mansarda in cui l’uomo abita in via Matteotti, a Civitanova.

Isabella Di Mattia
La ragazza è stata sentita dal pm Enrico Riccioni nel corso dell’interrogatorio avvenuto al commissariato di Civitanova nella notte. Presente il legale della 33enne, l’avvocato Massimo Pistelli. L’interrogatorio è durato alcune ore dall’1 di notte sin verso le 5 del mattino.
La ragazza ha dato la sua versione di quanto accaduto nella mansarda di via Matteotti 272 e ha detto che dopo il ferimento aveva fumato crack.

Secondo i primi accertamenti Pennesi è stato colpito con una coltellata al braccio e aveva anche un paio di ferite alla testa (gli inquirenti hanno sequestrato un manubrio da palestra). La ragazza nel corso dell’interrogatorio ha ammesso la coltellata, ma negato di aver colpito Pennesi alla testa.
Il racconto della ragazza, che è al vaglio degli investigatori della polizia (Squadra mobile di Macerata e commissariato di Civitanova), si incentra su quella che lei dice essere stata una difesa. Stando a quanto emerge dalle indagini, non sarebbero state riscontrate ferite o lesioni sul corpo della ragazza.

La ragazza nel corso dell’interrogatorio ha detto che si era difesa e che il coltello a serramanico, che è stato trovato, insanguinato nella sua borsetta, ce lo aveva Pennesi e che lei lo ha trovato poggiato nella camera da letto. La ragazza l’aveva preso in un momento in cui il 62enne era distratto.

Il pm Enrico Riccioni
Il legale della donna spiega: «Lei ha detto di aver preso il coltello – dice l’avvocato Pistelli – e di aver colpito al braccio Pennesi, poi gli ha chiesto se doveva chiamare i soccorsi e lui non ha voluto. Poi ha raccontato di aver avvolto un panno intorno al braccio, poi si è messa a pulire le scale per più di un’ora, non pensava che perdesse così tanto sangue. Quando è rientrata ha chiamato la polizia». Le scale, da quanto emerge, erano sporche di sangue perché dopo il ferimento erano entrambi usciti dall’abitazione per poi rientrare. Il corpo dell’uomo è stato trovato a terra in camera da letto.

Di Mattia era arrivata a Civitanova il 30 giugno «perché aveva nostalgia della città, ora viveva a Palestrina vicino Roma» dice l’avvocato Pistelli. Sulla relazione con Pennesi il legale aggiunge: «Si era interrotta da parecchio, da prima che andasse in carcere per un definitivo. Poi era uscita, a metà dicembre, ed era andata a Roma dove proprio recentemente le si era aperta la possibilità per un lavoro da barista – dice Pistelli – Aveva accolto i miei consigli di allontanarsi da Civitanova. Mi ha detto che era tornata perché pensava che lui fosse cambiato. Lei è una ragazza intelligente, rispettosa, sensibile». La 33enne ha anche un figlio, che vive a Teramo con la nonna.
Per chiarire le cause della morte il pm ha disposto l’autopsia, domani ci sarà il conferimento dell’incarico. Sabato ci sarà l’interrogatorio di garanzia davanti al gip del tribunale di Macerata. Il pm ha disposto il fermo per omicidio volontario aggravato dalla relazione sentimentale. La 33enne si trova nel carcere di Pesaro.
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Ucciso in casa a coltellate: trovato morto un 62enne. Sospettata la fidanzata
Atemwende, ventinove
Nella piega dell’anno
ventinove volte il respiro si spezza.
Tu, più giovane, porti la lama del tempo
dentro la gola dell’altro: non ce la faccio più
con questa carne che cade,
con questa voce che raschia
come ghiaia sotto le ruote del giorno.
Vecchiaia,
tuo nome è bruttezza nuda,
bruttura che la società
non vuole più baciare.
Economia della pelle,
dipendenza di vene azzurre,
frustrazione che cammina
sui tacchi alti della giovinezza.
Eppure il salto
è grande,
più grande del divario
tra i vostri polmoni.
Da “non ce la faccio”
a “tu devi morire perché invecchi”
c’è un abisso
dove la lingua si spezza
come osso di Celan sotto lo stivale.
Il culto ride
sui social, denti bianchi,
e conta i giorni
come se la morte fosse
solo un filtro da togliere. Ma l’omicidio
ha un’altra grammatica.
Non basta il fastidio
per la piega della guancia. Serve
un silenzio preciso,
un filo di voce
che dice:
tu sei già cenere
e io voglio respirare
senza di te. Ventinove anni
come ventinove spine
nella stessa rosa sfatta.
Chi le strappa
non sa
che il sangue
è sempre dello stesso colore
anche quando uno è vecchio
e l’altro crede di essere eterno.
(Atemwende.
Il respiro gira.
E non torna.)
Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro,
incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.
Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
oppure
(e qui un paragone che mi è mancato).
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.
Su un tavolo più giovane, da una mano d’un giorno
più giovane,
il pane di ieri era tagliato diversamente.
Le nuvole erano come non mai e la pioggia era
come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.
La Terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.
È durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.
Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.
(Wislawa Szymborska, Disattenzione)
Invertendo i generi in quella dichiarazione — «ho preso il coltello in un momento di distrazione» — il corto circuito sarebbe imploso.
Se un uomo avesse usato la “distrazione” come chiave di lettura per un femminicidio, la reazione mediatica e sociale non sarebbe stata solo di orrore: sarebbe stata di rabbia collettiva per l’insulto linguistico.
Questa osservazione svela un pregiudizio di fondo nella percezione del male:
L’Alibi della “Leggerezza” (Femminile): Quando una donna usa la “distrazione”, il sistema (e spesso l’opinione pubblica) tende a cercare spiegazioni “altre”: il crack, la gelosia, la fragilità psichica, il crollo nervoso. Si cerca una “causa” che riduca l’atto a un incidente di percorso, a una crepa nell’equilibrio, quasi a voler proteggere l’idea che la donna, per natura, non possa essere “male puro”.
La presupposta “Intenzionalità” (Maschile): Se lo dicesse un uomo, verrebbe letto immediatamente come il culmine di un possesso, di una volontà di dominio. La sua “distrazione” verrebbe smascherata come il massimo grado di cinismo: l’omicida che ti uccide e poi dice “ops, non volevo, ero altrove”. Sarebbe percepito come un’offesa suprema alla vittima, un modo per negare il peso della vita che ha appena spento.
La “Disattenzione” come privilegio: Usare la parola “distrazione” per un omicidio è il massimo privilegio di chi si sente — o pensa di essere — fuori dal tempo. È la pretesa di poter riavvolgere il nastro, di poter dire “non contatelo questo secondo”, come se 86.400 secondi non fossero una sequenza indivisibile.
Se fosse stato un uomo, quella frase avrebbe scatenato un incendio. Poiché è una donna, si cerca il “perché”.
(Maschilista AI)
@Massimo Giorgi “la distrazione” di cui si parla è di lui. Non si dice che gli ha dato una coltellata, perché lei era sovrappensiero. Lei è riuscita a prendere il coltello in un momento in cui lui era distratto.
Allora l’aggressione sarebbe consistita nell’essere geloso e nel non volere che uscisse?
…quindi, fatemi capire…è quasi un femminicidio!!? gv
Quasi-femminicidio va bene, Giuseppe, o anche maschicidio a scopo di prevenzione di ipotetico femminicidio.
Crack: È uno stimolante del sistema nervoso centrale. Si tratta di cocaina in cristalli (da qui il nome, dal rumore che fa quando viene scaldata) che viene fumata. Provoca un’ondata immediata di energia, euforia e iperattività, ma l’effetto svanisce molto rapidamente (in pochi minuti), lasciando spazio a un forte crollo.
Fentanyl: È un oppioide sintetico, nato come farmaco antidolorifico per i tumori in stadio terminale e le anestesie chirurgiche. È un potente depressore del sistema nervoso centrale. Rallenta le funzioni vitali, riduce il dolore e provoca una forte sedazione.Crack: È uno stimolante del sistema nervoso centrale. Si tratta di cocaina in cristalli (da qui il nome, dal rumore che fa quando viene scaldata) che viene fumata. Provoca un’ondata immediata di energia, euforia e iperattività, ma l’effetto svanisce molto rapidamente (in pochi minuti), lasciando spazio a un forte crollo. Fentanyl: https://www.youtube.com/watch?v=Q2s8XP331b4