«Il dialetto si sta perdendo:
se i genitori non lo parlano ai figli
diventa come una lingua straniera»
PARLATE - Nei giorni scorsi Federica Breimaier e Adriano Salvi, ricercatori in linguistica all'Università di Zurigo, hanno fatto tappa a Treia, Muccia ed Esanatoglia per paragonare l'idioma odierno con quello di uno studio di un secolo fa: «Molte parole tradizionali risultano oggi affiancate o sostituite da termini italiani adattati alla pronuncia locale. Il rischio è che resti solo un oggetto di studio o una memoria culturale»

Il gruppo di lavoro nei giorni scorsi nel Maceratese
di Monia Orazi
Come stanno i dialetti delle Marche? Si usano ancora le stesse parole di 100 anni fa? Sono le domande al centro dell’inchiesta linguistica condotta dal 15 al 18 giugno nelle province di Macerata e Fermo da Federica Breimaier e Adriano Salvi, ricercatori in linguistica all’Università di Zurigo.
“Li portugalli”, “li viricoculi”, “lu gausciò”: arance, albicocche, tubi. Parole che chi è cresciuto in queste zone ricorda ancora dalla voce dei nonni e che oggi rischiano di uscire dalla conversazione quotidiana. Sono proprio esempi come questi a rendere concreta la domanda da cui parte la ricerca: quanto resta, nelle parlate locali di oggi, del patrimonio linguistico documentato 100 anni fa? I due studiosi, insieme ad altri ricercatori e studenti, hanno fatto tappa in cinque località già presenti nell’Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale, l’Ais: Treia, Muccia, Sant’Elpidio a Mare, Montefortino ed Esanatoglia.
L’obiettivo era raccogliere nuovi dati sul campo e confrontarli con quelli rilevati circa un secolo fa, quando l’Atlante documentò le varietà dialettali di numerosi punti dell’Italia e della Svizzera meridionale. «Quello che abbiamo fatto è un’inchiesta che dura tra le 10 e le 12 ore, suddivisa in due giorni», spiegano. Il lavoro si basa su un parlante locale, chiamato a rispondere allo stesso questionario utilizzato nelle rilevazioni storiche: oltre 1.700 domande incentrate sulla vita e la cultura di inizio Novecento. «Abbiamo riutilizzato lo stesso questionario di allora per paragonare al meglio i dati odierni con quelli di cent’anni fa e indagare le differenze».
L’escursione è stata organizzata dal Dipartimento di lingue e letterature romanze dell’Università di Zurigo sotto la guida di Michele Loporcaro, in collaborazione con Tania Paciaroni della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco. Le nuove inchieste si aggiungono ai progetti Aisdt e Ais reloaded, dedicati alla digitalizzazione e all’aggiornamento dei materiali dell’Atlante. Dalle prime osservazioni emerge un quadro articolato. Nei parlanti più anziani, la ricerca ha coinvolto persone dai 60 anni in su, con qualcuno vicino ai 90, il dialetto conserva ancora una struttura distinta dall’italiano. È soprattutto nel lessico che si registrano i cambiamenti più visibili: molte parole tradizionali risultano oggi affiancate o sostituite da termini italiani adattati alla pronuncia locale. Un fenomeno che i ricercatori invitano però a non leggere in modo troppo semplice. «Non è una sostituzione vera e propria, perché spesso il termine più dialettale esiste ancora – spiegano Breimaier e Salvi – è solo che il parlante ha accesso anche al lessico dell’italiano, che può dialettizzare». Nelle Marche questo meccanismo è particolarmente fluido: il dialetto locale è strutturalmente più vicino all’italiano rispetto ad altre aree della penisola, e il confine tra le due varietà risulta spesso meno netto.
Il bilancio della permanenza è positivo. «Tutte le persone sono state molto disponibili e ci hanno aiutato veramente tanto», raccontano. Ma resta aperta la questione decisiva: la trasmissione alle nuove generazioni. «Fra le generazioni più giovani il dialetto non è parlato più così frequentemente. È una tendenza generale, non limitata alle Marche. Bisogna vedere fra qualche decennio come sarà la situazione. Probabilmente fra 100 anni non sarà più possibile rifare le stesse inchieste in questo modo». Per i ricercatori il punto centrale resta la trasmissione familiare. «La cosa fondamentale è che i genitori parlino ai figli in dialetto – spiegano – se il dialetto non viene trasmesso in modo naturale, è difficile recuperarlo: diventa una lingua straniera». Senza questo passaggio quotidiano, la varietà locale rischia di non essere più appresa come lingua viva, ma come oggetto di studio o memoria culturale.
I materiali raccolti saranno ora sottoposti a un lungo lavoro di post-produzione. Le registrazioni audio, che permetteranno a chiunque di ascoltare il dialetto con la cadenza e la pronuncia originali, verranno trascritte utilizzando l’alfabeto fonetico internazionale, il sistema adottato dagli studiosi per rappresentare con precisione i suoni delle lingue. Con oltre 1.700 domande per ciascun punto, la sola trascrizione richiederà circa 100 ore di lavoro. I dati confluiranno poi in una piattaforma digitale, dove potranno essere consultati e confrontati con quelli storici. L’inchiesta marchigiana non pretende di stabilire da sola come stia l’intero dialetto regionale: ogni rilevazione si concentra su un singolo parlante per ciascun punto Ais. È però un tassello per capire cosa resiste, cosa cambia e cosa si perde nel passaggio tra generazioni. Cento anni dopo le prime rilevazioni, le parole raccolte nei paesi delle Marche tornano a essere ascoltate, registrate e confrontate, come esempi vivi di una lingua che è ancora qui.