Enrico Mattei e l’amore per Colfiorito:
vide la superstrada, e la sua Snam
ha scoperto villaggio di 3mila anni fa
SULL'ALTOPIANO - Il fondatore di Eni, nato esattamente 120 anni fa, è sempre rimasto legato a quelle zone a cavallo tra Marche e Umbria. Negli ultimi mesi c'è stato un importante ritrovamento

L’altopiano di Colfiorito
di Maurizio Verdenelli
La scoperta eccezionale è della Snam, quello di un villaggio di 3mila anni fa a Colfiorito, e questo richiama subito alla memoria Enrico Mattei, “l’Uomo della Snam”, nato esattamente 120 anni fa. Amava Colfiorito, la caccia, la pesca nel “lago di Perugia” (così a suoi bei dì definito) e il terreno ancora ricco di affioranti, antichissimi reperti. Di lui ospite di case rurali, ci sono foto con statuette bronzee sullo scenario.
Enrico Mattei fondatore dell’Eni lasciò l’altopiano solo per Anterselva al confine con l’Austria, restando sempre questa parte d’Italia nel suo cuore. Lo stesso acronimo Snam, la società dei metanodotti cui si deve l’eccezionale scoperta del villaggio di palafitte di 3.000 anni fa, lo testimonia nella vulgata sorridente di quegli anni formidabili: Sono nato A Macerata/Matelica.

Il MotelAgip di Muccia
Indicando come fosse facile essere assunto all’Agip poi all’Eni per un marchigiano, anzi per un marchiscià, come amava dire Mattei, il New Caesar l’italiano più potente dopo Giulio Cesare per la stampa americana.
Renzo Cellini, titolare del bar Barchetta a Colfiorito: «Mattei aveva già previsto tutto: che l’altopiano cioè venisse un giorno solcato da una superstrada. A mio padre Quinto aveva proposto di aprire una stazione di servizio. Lui l’avrebbe fatto se a frenarlo non fosse stata mia madre. E non se ne fece nulla. E Mattei che, lasciato Pioraco e i gamberi del fiume Potenza, veniva spesso quassù (mio padre gli faceva all’occorrenza da guardiapesca o guardiacaccia) man mano si disamorò di questi posti. Peccato».
Il bar Barchetta è fondamentalmente una stazione di posta tra Umbria e Marche in questa Terra di Mezzo non più spazzata dalle tormente invernali con l’addolcimento del clima. Un territorio magico, dove settecentomila anni fa attorno alla Palude dominavano mammuth, tigri, ippopotami di otto metri, altissimi cervi. E adesso si abbrancano i lupi che poi scendono a valle fino all’Adriatico.

Enrico Mattei e Quinto Cellini a caccia e a pesca sul lago di Colfiorito (collezione Cantarini)
Già, le stazioni di posta ben note a Mattei che guardava il futuro ma aveva ben chiaro pure il passato. La prima dell’era moderna al crocevia di Umbria, Marche e Roma è stato il MotelAgip.
«Quando si trattò di stabilire dove costruire il Motel a Muccia nessuno all’Eni sapeva che indicazioni dare. Allora il Principale (Mattei ndr) si fece portare una mappa del luogo ed indicò con esattezza il punto: “Ecco: qui dov’è sempre stata in passato la stazione per le diligenze”. Il MotelAgip prosperò anche grazie ad un ristoratore del posto (Pericle, noto al grande Enrico) il quale scese da Serravalle e propose nel ristoro Eni alla Maddalena il suo irresistibile menù a base di gamberi di fiume» mi rivelò l’ingegner Giuseppe Accorinti uno dei “ragazzi” di Mattei.
Al motel dell’Eni il fondatore riservava sempre un occhio particolare. Tuttavia ad inaugurarlo lui (atteso fino all’ultimo) non si fece vedere. Ci pensò l’onorevole Umberto Tupini, più volte ministro e sindaco di Roma, legato alla cittadina di Muzio Scevola per aver questa dato i natali ai genitori. Sull’altopiano millenaristico non solo Mattei ma pure Gianni Agnelli.
Quando si trattò di collaudare per l’Esercito la Campagnola c’era l’avvocato stesso al volante sui terreni impervi tra balze, risalite e discese. Alla fine la jeep made in Fiat vinse sull’Alfa Romeo l’importante gara e divenne mezzo ufficiale delle forze armate.
Erano gli anni della motorizzazione: l’uomo del petrolio (Mattei) s’incontrava con l’uomo dell’auto (Agnelli) nella casa romana di Fanfani. Ricordi dell’assistente per 30 anni di quest’ultimo, presidente del Senato: il sottufficiale dei carabinieri Ismeno Fabbri da Arezzo.
Aveva casa di vacanze a Colfiorito avendo sposato una ragazza del posto. A presentarmelo Stefano Capoccia da Vescia (Foligno) titolare con la moglie Nunziatina Ricci da Colfiorito, un amore nato in estate sull’altopiano, della più straordinaria ed affascinante stazione di posta: la Botteguccia del campo 64.

Inaugurazione MotelAgip a Muccia
A ricordare nel nome una delle più temibili aree di concentramento degli oppositori al fascismo, tra cui Piero Calamandrei. La Botteguccia ha compiuto da poco 20 anni d’attività: una storia di successo senza cambiare una virgola dagli inizi.
L’antico locale nell’ex campus della caserma montana folignate è tappezzato alle pareti di foglietti. Carta paglierina testimone dell’entusiasmo dei viandanti tra Marche, Umbria e viceversa. Sconosciuti e notissimi: fra questi Cesare Bocci, vice del televisivo commissario Montalbano habitué nelle sue periodiche traversate familiari tra Roma e la natia Tolentino.
Sottolinea Lucio Biagioni, per 40 anni capo dell’ufficio stampa della regione Umbria: «Dall’euforia per la cucina stellata di massa, ai Miserere generalizzati di adesso: piange la grande critica gastronomica e le chiusure eccellenti dall’oggi al domani a dispetto delle sale piene fanno luce sulla crisi della ristorazione.
I ricavi non valgono i costi. E con meno soldi in tasca cala il desiderio del ristorante che sperimenta invece che far mangiar bene. Oggi le certezze cercate hanno il volto rassicurante della trattoria. Sembrano aver capito tutto da 20 anni Nunziatina e Stefano e con loro adesso la new generation Filippo e Silvia.
Avendo da sempre fatto della Botteguccia il rifugio dei vecchi sapori. La formula è sempre la stessa: grande qualità della materia prima, ricette basiche legate al territorio, linea di cucina semplice (ma ciò che è semplice non è facile, parola di Gennaro Esposito) e servizio super efficiente, anche troppo. Il menù è una sorta di display, di tavolozza della storia di Colfiorito. Restando fedeli alla loro formula, Nunziatina e Stefano si ritrovano perfettamente all’interno senza essersi mossi, del nuovo paradigma culturale in cui la tradizione la vince sull’audacia che spesso è azzardo spacciato per creativo. O presunzione».
Ode al cacciatore
Tu uccidi ciò che è bello e indifeso.
Non per fame, non per necessità, ma perché puoi.
In quell’istante di dominio assoluto, qualcosa in te si appaga.
È un piacere breve, netto, come un colpo di lama.
Freud lo chiamerebbe pulsione di morte.
Io lo chiamo semplicemente: peso della gravità sull’anima.L’uccello cade.
Era leggero, libero, inutile alla maniera delle cose che cantano senza scopo.
Tu lo hai reso oggetto.
Hai spezzato la fragile grazia che ti ricordava ciò che in te è ancora capace di stupore.
E non provi vergogna.
Questa assenza di vergogna è più grave della crudeltà stessa.Perché la vergogna sarebbe stata una grazia:
un segno che l’anima non è del tutto morta,
che resta ancora una parte di te capace di soffrire con l’altro.
Ma tu hai scisso.
Hai separato il bello dal vivo, l’innocente dall’uccidibile.
Hai espulso fuori di te la tua stessa vulnerabilità
e l’hai crivellata di piombo.Così agisce la forza.
Essa trasforma ciò che è vivo in cosa.
L’uccello diventa carcassa,
la bellezza diventa trofeo,
l’empatia diventa debolezza da schiacciare.
E tu ti senti più forte.
Ma è una forza che discende, non che sale.
È la forza della gravità, che tira sempre verso il basso.
Tu credi di affermare la tua virilità.
In realtà obbedisci a una schiavitù antichissima:
il bisogno di non essere più esposto,
di non essere più toccato dalla bellezza che sfugge,
dalla vita che non si lascia possedere.
Uccidendo l’innocente, uccidi in te il bambino che ancora tremava davanti al mistero.
Uccidi il femminile che in te sa contemplare senza prendere.
Non c’è tradizione che giustifichi questo.
Non c’è “natura” che lo santifichi.
La natura non ha bisogno di fucili né di ragioni.
Solo l’uomo ha bisogno di mentire a se stesso
per poter continuare a fare ciò che sa, nel profondo, essere una diminuzione.
Eppure anche in questo gesto c’è una terribile verità:
l’uomo è capace di orientare la propria attenzione verso la morte
e di trovarvi un piacere.
Questa capacità è una croce.
Chi non la vede chiaramente non è né libero né giusto.
Tu non provi rimorso.
Che Dio ti conceda almeno, un giorno,
di incontrare lo sguardo di un essere indifeso
senza poterlo più trasformare in bersaglio.
Che tu senta, per un solo istante,
il peso infinito di ciò che hai spento.
Perché solo allora,
attraverso la ferita della vergogna finalmente arrivata,
potrebbe entrare in te qualcosa che non è gravità,
qualcosa che somiglia all’attenzione pura,
qualcosa che somiglia all’amore.
Ma finché non provi vergogna,
tu resti prigioniero.
Prigioniero di una forza che ti fa credere di essere padrone,
mentre sei soltanto uno strumento più raffinato
della stessa violenza che governa il mondo.
Possa tu, un giorno,
essere ferito dalla bellezza invece di ferirla.
Solo allora saprai cosa significa
non essere più cacciatore.